E dopo l’Australia, venne il turno della Francia. Sempre più governi in giro per il mondo sembrano voler affrontare con misure draconiane il problema legato alla dipendenza dei giovani dai socia network.
Ieri, infatti, il Parlamento francese ha approvato in via definitiva una legge che vieta l’accesso ai social media ai minori di 15 anni.
Il veto francese
Il traguardo raggiunto ieri arriva al termine di un percorso parlamentare tutt’altro che lineare. Macron aveva infatti chiesto l’attivazione di una procedura accelerata, con una sola lettura anziché due in ciascuna camera, affinché il provvedimento potesse entrare in vigore a settembre, con l’inizio del nuovo anno scolastico.
Il nodo principale riguardava però l’impostazione giuridica del testo, perché secondo il Senato un divieto totale avrebbe rischiato di essere considerato incostituzionale, mentre secondo l’Assemblea nazionale un divieto parziale sarebbe stato contrario alle regole dell’Unione Europea.
Alla fine ha prevalso la linea dell’Assemblea: lunedì le due camere hanno trovato un compromesso e martedì il testo è stato approvato, da settembre i minori di 15 anni non potranno più creare nuovi account sui social.
Nel dettaglio, dopo il voto del Senato nel pomeriggio del 21 luglio, l’Assemblea Nazionale ha approvato con 279 voti favorevoli e 81 contrari la riforma. Per il presidente Macron, che lascerà la carica il prossimo anno, si tratta di una delle ultime misure di rilievo della sua presidenza e di un’iniziativa di punta del secondo mandato.
Macron ha parlato di un “progresso maggiore“, sottolineando che la Francia apre la strada in Europa per la protezione dei bambini e degli adolescenti.
Come funziona il divieto
La legge entrerà in vigore in due fasi, dal primo settembre i minori di 15 anni non potranno più creare nuovi account, mentre le piattaforme avranno poi quattro mesi di tempo per eliminare quelli già esistenti.
Non sono previste sanzioni né per i minori né per i genitori, mentre restano alcune eccezioni, come le enciclopedie online o i progetti digitali a vocazione educativa.
Il testo, tuttavia, non specifica con quali sistemi dovrà essere verificata l’età, lasciando alle piattaforme il compito di trovare una soluzione, né indica a quali social si applicherà esattamente il divieto. A questo si aggiunge il divieto di utilizzo dei cellulari nelle scuole superiori.
Si tratta dunque di una legge simile a quella implementata in Australia a inizio anno, anche se sussistono certe differenze, Canberra ha ad esempio stilato un elenco preciso di piattaforme coinvolte, lasciando però ad ognuna la scelta del metodo di verifica: Snapchat userà dati di account e segnali comportamentali, TikTok combinerà sistemi automatici e moderazione umana.
La Francia, più cauta sul piano tecnico, ha per il momento deciso di rinviare questi dettagli a un secondo momento.
I danni da social nei più piccoli
Sul piano scientifico, ovvero sui reali effetti nocivi da eccessivo utilizzo dei social media per i più piccoli, il quadro è in evoluzione, ma sempre meno ambiguo: l’utilizzo eccessivo ha conseguenze nocive per i ragazzini.
L’uso prolungato (soprattutto oltre le due ore giornaliere) aumenta significativamente il rischio di sintomi depressivi e isolamento, mentre il confronto continuo con modelli estetici ritoccati genera insicurezza, bassa autostima e, in casi gravi, disturbi alimentari.
In Italia, la ricerca EYES UP, condotta su oltre 6.600 studenti lombardi, mostra che chi apre un profilo social già in prima media ottiene punteggi mediamente più bassi in italiano e matematica rispetto a chi attende i 14 anni.
Non manca però chi invita alla cautela i ricercatori delle università di Anversa e Gent, dopo aver esaminato circa 40 pubblicazioni recenti, hanno riscontrato risultati contrastanti, ipotizzando che i social possano più che altro amplificare fragilità già esistenti.
Una commissione di esperti dell’Unione Europea era giunta a conclusioni simili, restituendo un quadro a macchia di leopardo: per alcuni utenti l’uso dei social danneggia la salute mentale, per altri no.
Il consenso, insomma, non è unanime sul nesso causale, ma la mole di evidenze a favore di un rischio concreto per i più giovani sembra ormai essere sufficiente a spingere i governi ad agire per precauzione.
