Edoardo Frittoli

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Il 23 agosto 1989 una catena umana lunga circa 600 chilometri unì le capitali degli Stati Baltici Tallinn, Riga e Vilnius. La manifestazione pacifica, minuziosamente organizzata dai movimenti indipendentisti di Estonia, Lettonia e Lituania attraverso le trasmissioni radiofoniche che riuscirono ad organizzare una fila ininterrotta formata da circa due milioni di persone. L'evento fu organizzato in occasione del 50°anniversario del patto tra la Germania nazista e l'Unione Sovietica di Stalin, le cui conseguenze determinarono la fine della libertà dei popoli baltici. L'evento sarà seguito in tutto il mondo ed il messaggio pacifico delle popolazioni sarà seguito da manifestazioni di solidarietà in diverse capitali del mondo. Lo scopo della imponente manifestazione era quello di gridare al mondo che l'indipendenza di Estonia, Lettonia e Lituania non era una questione meramente geopolitica, bensì una questione di primaria rilevanza morale supportata da verità storiche emerse negli ultimi anni.

L'effetto della lunga catena umana per la libertà farà da volano agli eventi che in pochi mesi porteranno alla caduta del muro di Berlino e alla dissoluzione dell'Urss.

Cinquant'anni di oppressione sul Baltico

Negli anni della Glasnost e della Perestrojka del presidente sovietico Michail Gorbaciov gli effetti della condanna dello stalinismo avevano eroso alcuni dei dogmi sui quali si era basato l'assetto politico degli anni postbellici nonchè i confini dell'impero sovietico. Tra questi, uno dei pilastri principali su cui si basava la situazione geopolitica dell'Urss e delle Repubbliche socialiste ad esso sottomesse, vi era l'accordo diplomatico tra L'Unione Sovietica e la Germania nazista noto come patto Ribbentrop-Molotov, stipulato nel 1939 dai rispettivi ministri degli esteri. A seguito di alcune clausole segrete dell'accordo, gli stati Baltici dell'Estonia, Lettonia e Lituania (che erano indipendenti dal 1920) furono de facto annessi all'Urss. Per mezzo secolo Mosca aveva negato l'esistenza delle clausole sull'annessione delle tre repubbliche, sostenendo che l'inglobamento nella sfera sovietica fosse avvenuto per volontà dei governi degli stati baltici.

La guerra e la conseguente offensiva tedesca contro la Russia videro la temporanea occupazione nazista, che nei Baltici rappresentò una delle pagine più sanguinose dell'Olocausto. Verso la fine del conflitto i russi ritornarono e diedero inizio ad una violentissima repressione dovuta anche alla presenza di numerosi collaborazionisti durante la breve occupazione nazista.

Negli anni del dopoguerra iniziò la "russificazione", con il conseguente sconvolgimento geopolitico di Estonia, Lettonia, Lituania che videro un incremento sensibile dell'immigrazione russa impiegata nelle industrie pesanti e dell'occupazione militare. Si stima che nelle tre nazioni baltiche l'occupazione russa abbia causato oltre un milione di vittime, che andarono a sommarsi alla precedente ecatombe della guerra.

Con la distensione degli anni '80 i tre stati furono i primi a risvegliarsi e a spingere per l'indipendenza, sfruttando il traino delle riforme di Gorbaciov e incalzati dagli eventi che videro lo spiraglio della libertà scaturire dall'esperienza di Lech Walesa e di Solidarnosc in Polonia. 

Tre nazioni diverse, una sola volontà

Le tre nazioni, accomunate dall'anelito verso l'indipendenza, differivano tuttavia per alcune caratteristiche peculiari. L'Estonia, il meno popoloso dei tre stati, era il più avanzato dal punto di vista politico ed economico. Di cultura scandinava per l'estrema vicinanza tra Tallinn ed Helsinki, aveva continuato una forma di resistenza all'occupazione per opera di un gruppo di partigiani noti come i "Fratelli delle Foreste" che agivano protetti dagli intricati ed estesi boschi. La vicinanza con la Finlandia aveva inoltre permesso agli Estoni di comprendere meglio la situazione politica mondiale grazie alla possibilità di captare le trasmissioni televisive finlandesi. Durante gli anni della glasnost il Parlamento della repubblica socialista di Estonia era riuscito addirittura a proporre una legge che avrebbe limitato fortemente il diritto di voto per i cittadini di etnia russa (che a Tallinn arrivavano sino al 40% della popolazione) generando scioperi tra i lavoratori immigrati dalla Russia, spaventati dall'escalation del nazionalismo estone.

La Lettonia, lo stato centrale delle tre repubbliche, era quello più legato storicamente a Mosca, sia da un punto di vista socio-culturale che economico. La capitale Riga era infatti considerata un importantissimo porto commerciale sovietico, mentre il resto della nazione era per lo più composto da una popolazione rurale che era rimasta sostanzialmente isolata dalle vicende internazionali.

La Lituania, il più meridionale dei tre stati e caratterizzato dalla massiccia presenza di cattolici era molto più legato alle vicende della vicina Polonia. Il rapido evolversi della situazione politica a Varsavia condizionò in modo determinante l'azione del Governo di Vilnius, in quegli anni già epurato dagli elementi residui dello stalinismo. Il partito indipendentista Sajudis era, dopo la metà degli anni '80, il più risoluto nel raggiungimento rapido dell'indipendenza.

Le risposte di Mosca alle rivendicazioni degli stati baltici variarono dalla volontà repressiva contro ogni idea di indipendenza (bollata come "isteria nazionalista" dalla Pravda) alla retorica che pareva incline all'apertura a maggiori concessioni in particolare nel campo economico. I dialoghi che seguirono gli eventi dell'agosto 1989 tra i rappresentanti degli stati baltici e il Cremlino rivelarono la stagnazione politica del Pcus, un preludio alla rapida dissoluzione del sistema sovietico che si sarebbe consumato entro due anni.

La Lituania fu il primo stato baltico a dichiarare la propria indipendenza  l'11 marzo 1990. Entro la fine del 1991 la raggiunsero gli altri due stati: la Lettonia dovrà attendere il gennaio del 1991 e resistere con le barricate ad un tentativo di restaurazione del regime comunista. L'Estonia sarà l'ultimo stato baltico a staccarsi dalla morente Unione Sovietica il 6 settembre 1991.

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