Tutte le vittime-bambino della Mafia

L’Italia ricorda le 900 persone uccise dalle organizzazioni mafiose dal dopoguerra a oggi. Ma chi ricorda i minorenni massacrati da Cosa Nostra?

Remembrance day for mafia victims

Torino, manifestazione per le vittime di mafia – Credits: ANSA/ ALESSANDRO DI MARCO

Uccisi per vendetta, uccisi per non lasciare testimoni, uccisi  per caso. Uccisi, infine, quando si erano appena affacciati alla vita, quando erano ancora bambini o preadolescenti. Sono le vittime dimenticate della Mafia. Quella  Mafia che per anni e decenni ha raccontato a tutti che c'è un codice d'onore che vieterebbe ai suoi affiliati di uccidere i bambini. Che loro non uccidono i minori. Ricordare i loro nomi, nel giorno della Giornata Nazionale delle Vittime di Mafia, è un modo per non dimenticare, anche e soprattutto in tempi di apparente pax mafiosa, quando gli anticorpi si allentano e tutto sembra tornare a un velenosa normalità. L'Italia è il Paese che, quando la mafie non uccidono, non esistono. Oggi, nelle piazze italiane, da Nord a Sud, c'erano complessivamente 350 mila persone, a chiedere tutti nuove politiche di contrasto alla criminalità organizzata e ricordare il dovere della memoria.

1) CLAUDIO DOMINO
7 ottobre 1986. Claudio Domino, undici anni, è con un amichetto a san Lorenzo a Palermo, a pochi metri dalla cartolibreria della madre. Una moto accosta. Il motociclista lo chiama per nome. Claudio si avvicina. Nemmeno il tempo di chiedere cosa voglia, e l'uomo gli conficca un proiettile in fronte, lasciando sul volto del bimbo - avrebbero raccontato le cronache - un’espressione incredula, come di chi non capisce il perché. I boss nell’aula bunker per il maxiprocesso - Giovanni Bontade e  Pippo Calò -  prendono subito le distanze da quel delitto  insensato e crudele.  I carabinieri brancolano. Poi, la svolta, grazie a un pentito: Claudio avrebbe assistito, casualmente, al confezionamento di eroina in un magazzino vicino al negozio dei genitori. Ad ammazzarlo fu un tossicodipendente inviato dal boss Salvatore Graffagnino, un noto caporione della zona, ucciso poi a tempi di record dagli uomini di Cosa Nostra. Il boss Salvatore Cancemi, nel 1994, conferma tutto: Claudio fu ucciso perché aveva visto troppo.

2) GIUSEPPE DI MATTEO
Giuseppe Di Matteo, figlio del boss Santino, aveva 12 anni quando fu strangolato in un casolare vicino san Giuseppe Jato e sciolto nell'acido, dopo che era stato sequestrato diciotto mesi prima, nel novembre 1995. Di lui non rimase nemmeno una ciocca di capelli. La sua unica colpa era quella di essere il figlio del boss Santino, pentito di mafia. Ad ordinarne l’eliminazione fu Giovanni Brusca, subito dopo aver appreso di essere stato condannato all’ergastolo per l’omicidio di Ignazio Salvo, delitto a cui aveva partecipato anche Santo Di Matteo.  Lo prelevarono per potere ricattare il padre che stava cominciando a collaborare con la giustizia. Andarono a prenderlo al maneggio nei pressi di Monreale. Gli uomini di Brusca indossavano dei giubbetti della DIA e lo ingannarono: gli dissero che l’avrebbero accompagnato dal padre, che voleva vederlo.

3) LA STRAGE DI SANTAPAOLA
Giovanni La Greca, Riccardo Cristaldi, Lorenzo Pace e Benedetto Zuccaro avevano fatto una cosa che, in quella città, non si poteva nemmeno immaginare: avevano scippato inconsapevolmente la madre di Nitto Santapaola. Era il 13 aprile 1978. Giovanni e Riccardo avevano 15 anni, Lorenzo 14 e Benedetto, detto Nitto come il suo boia, appena 13. A raccontare quella storia fu Antonino Calderone, che la definì la "cosa più infame di tutta la mia vita". I quattro vennero rapiti e portati in una cascina presso Riesi, Caltanissetta, di proprietà del boss Giuseppe Di Cristina.  Poi strangolati a mani nude, infine gettati in un pozzo, uno dei quali - il più piccolo - ancora vivo.

4) MORTI PER CASO
C'è chi è stato ucciso per caso. Come  Giuseppe e Salvatore, gemellini di 6 anni, trucidati il 2 aprile 1985 a Pizzolungo, mentre passavano - con la loro madre al volante - vicino all'auto del giudice Carlo Palermo, nel mirino delle organizzazioni mafiose trapanesi per la sua indagine sui narcotrafficanti. L'esplosione dell'utilitaria parcheggiata che la madre aveva affiancato per far passare l'auto del giudice a sirene spiegate fu terribile: furono ritrovati resti umani nel raggio di centocinquanta metri.

5) ALLA FERMATA DEL BUS
Graziella Campagna aveva 17 anni quando venne ammazzata a Forte Campone, una collina sopra Messina.  Lavorava in nero, per aiutare la famiglia, come stiratrice in una lavanderia di Villafranca Tirrena. Era il 12 dicembre 1985, intorno alle 20. Stava aspettando l’autobus che l’avrebbe riportata a casa, a Saponara. Fu fatta salire su un’auto e portata a Forte Campone dove, sotto una pioggia battente, le spararono frontalmente: cinque colpi di fucile a canne mozza,  con un ultimo colpo alla testa.  Il cadavere di Graziella fu ritrovato due giorni dopo da un giovane medico. Dopo 19 anni da quel delitto la Corte di Assise di Messina condannò all’ergastolo, per quel delitto, due mafiosi, ex latitanti: Gerlando Alberti jr., nipote del boss Gerlando Alberti, e Giovanni Sutera.  Che cosa era accaduto? Semplicemente che  Graziella, qualche giorno prima del fatidico 12 dicembre, aveva tirato fuori un’agendina dalla camicia sporca che Gerlando Alberti jr. aveva consegnato in lavanderia. I due killer credettero che la bambina avesse scoperto la loro reale identità che si erano dati durante la latitanza. Non sapiamo se fosse vero. Ma avendo la giovane Graziella un fratello carabiniere, i due mafiosi pensarono che lei sapesse troppo. E che andava eliminata.

6) IDA CASTELLUCCI
Aveva 20 anni, Ida Castellucci, quando fu uccisa insieme al marito, il poliziotto e agente segreto Antonio Agostino. La sua colpa? Aver assistito  all'assassinio del marito mentre tornava dal mare, il 5 agosto 1989, a Villagrazia di Carini. Dopo i primi spari gridò ai killer: “Vi ho riconosciuti!” Firmò anche la propria condanna a morte. Era incinta di tre mesi.

7) LA FINE DEL PASTORELLO
Aveva 14 anni, Giuseppe Letizia, quando assistette il 2 agosto 1948, all’omicidio del medico palermitano Francesco Russo per mano del dottor Giuseppe Navarra, capomafia incontrastato di Corleone e direttore dell’ospedale dei Bianchi della stessa cittadina. Dopo l'omicidio di Russo,  il piccolo Giuseppe, terrorizzato, corse in paese per avvertire qualcuno. Bussò ad alcune porte prima che qualcuno gli desse retta. Sfortunatamente per lui, bussò anche a quella del dottor Navarra, l’assassino di Russo. Per calmarlo, il medico gli fece un’iniezione. Letale.

8) LA MORTE DI ANNA PRESTIGIACOMO
Aveva 15 anni, Anna Prestigiacomo, quando fu abbattuta da diversi colpi di fucile, nel rione San Lorenzo, a Palermo,  il 26 giugno 1959. Fu la sorellina a riconoscere in Michele Cusimano, un vicino di casa, il killer, poi arrestato con il padre Girolamo. Al processo si scoprì che vari rancori dividevano le due famiglie: il rifiuto a una proposta di matrimonio molti anni prima, la voce che il padre di Anna fosse un informatore dei carabinieri. Assolto in primo grado, Cosimano - difeso dal deputato alla camera e sottosegretario alla Difesa Giacomo Bellavista - fu condannato in appello.

9) SENZA UN MOTIVO
Nel 1959, il 19 settembre, morì Giuseppina Savoca, di 12 anni. Stava giocando sotto casa, a Palermo, quando venne raggiunta da un proiettile vagante. L’obiettivo dell’agguato era Filippo Drago, un pregiudicato di 51 anni, proprietario di una profumeria. Giuseppina morì subito.

10) FAIDE CHE NON RISPARMIANO
Gennaio 1961. Sulle pendici del monte Billemi, a Tommaso Natale, borgata di Palermo. Il tredicenne Paolino Riccobono fu freddato da due killer alle spalle mentre cercava di scappare. Il padre era stato ucciso il 16 novembre 1957, suo fratello Giuseppe era stato sequestrato ed ucciso nel 1960. Uno sterminio frutto della faida, che andava avanti dal 1953, tra le famiglie di Tommaso Natale e di Cardillo. Nel ’66, un pentito ante litteram, Simone Mansueto, dichiarò di conoscere i nomi degli assassini del piccolo Paolino. Fu emarginato persino dalla moglie e dichiarato pazzo. Per l’uccisione di Paolino venne condannato a trent’anni Giovanni Chifari, soprannominato crozza munnata.

 

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