Cronaca

Spie Spa. Come l’intelligence conquista il mondo

Sempre più uomini addestrati a maneggiare segreti lasciano i governi per aziende che fanno dello spionaggio un business. E nessuno è più al sicuro

luigi_gavazzi

Massimo Castelli

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Panama. Due uomini d’affari russi contattano un avvocato con i giusti agganci per far loro bypassare un po’ di leggi. Vogliono aprire un «puticlub» con prostitute e festini nel Paese centroamericano e sanno che lui, Janio Lescure, non è un Savonarola. Si incontrano in un ristorante di Madrid. Parlano. Parla soprattutto Lescure, e viene tutto registrato. Perché i due sono spie, ex agenti dei servizi israeliani ora contractor della società privata di intelligence «Black Cube», ingaggiata da un businessman panamense troppe volte tagliato fuori da appalti e commesse.

Hanno analizzato le abitudini del «target» e il suo profilo psicologico, probabilmente l’hanno hackerato per studiarne passioni e frequentazioni. Poi hanno costituito una società fittizia, imbandito la credibile identità di loschi businessmen moscoviti e attirato Lescure in Spagna, dove le leggi sulle intercettazioni sono più permissive. L’inconsapevole avvocato ha spifferato tutto sul sistema di mazzette trasferite a diversi giudici attraverso terze parti e conti off shore. A Panama è scoppiato lo scandalo. I professionisti son tornati nell’ombra.

Spie... Uomini sotto copertura, infiltrati, 007. Nel nostro immaginario sono agenti segreti della Cia, del Mossad o al servizio di Sua Maestà Britannica: dei James Bond che agiscono rischiando la pelle per il bene del loro Paese. Ma la realtà, oggi, può essere ben diversa. L’intelligence mondiale è stata rivoluzionata dal boom delle «private intelligence agencies» (o Pia), società indipendenti spesso composte da agenti che dopo essersi formati negli apparati governativi optano per il privato. Esistono da decenni, ma adesso stanno dilagando: un’economia valutabile in circa 20 miliardi di dollari all’anno. Fanno Humint (Human intelligence: raccolta di informazioni mediante contatti interpersonali), ma usano anche strumenti tecnologici e analizzano le informazioni che tutti noi forniamo in rete. Si arriva ad hackerare e fare disinformazione strategica (come la produzione di fake news), a screditare soggetti o organizzazioni, a manipolare i social media per influenzare l’opinione pubblica. Il tutto lecitamente, o almeno il più lecitamente possibile nelle zone lasciate grige da legislazioni nazionali impacciate, quasi naïf di fronte alla velocità con cui sta cambiando il mondo.

Mercenari? Siamo oltre. «Il mostro del mercenariato non esiste più» puntualizza Gianpiero Spinelli, 45 anni, ex Folgore, ex contractor in zone calde del Pianeta, fondatore a Londra di Stam Strategic & Partners Group, Private military security and intelligence company «come ce ne sono tante, ma si stanno diffondendo sempre di più, se n’è capita l’importanza. Oggi sono 10 mila i target nel mondo affidati a privati e circa 45 mila i contractors del comparto intelligence ingaggiati per attività una volta appannaggio delle agenzie governative». Numeri enormi, in aumento. «Le Pic costano meno e possono essere attivate in poche ore. E quando termina il contratto non rimane il personale da ricollocare. Inoltre le Pic sono sicure: il controllo dello Stato sulle loro attività è molto forte e sono legate a contratti da milioni di dollari che non vogliono perdere».

Così le Pic prosperano erodendo un patrimonio di competenze che era degli Stati. «Il personale è fatalmente attratto da soldi (a Londra si parla di parcelle da 1.000-1.500 euro l’ora, ndr) e maggiore libertà: con un impiego governativo non puoi viaggiare dove vuoi o vedere chi ti pare», spiega Damien Van Puyvelde, professore di Intelligence e sicurezza internazionale all’università di Glasgow, autore del libro Outsourcing US Intelligence. Nei numeri citati da Spinelli c’è tutto: le agenzie con decine di migliaia di dipendenti o con una manciata di collaboratori, quelle che offrono soprattutto soluzioni militari e quelle che lavorano principalmente con l’informatica, quelle di piccolo cabotaggio e quelle che possono cambiare la storia di un Paese. Tante agenzie private a disposizione di chi paga e con diverse sfumature etiche. Chiunque, con il giusto budget, potrebbe noleggiare il proprio servizio segreto. Vuoi sapere dov’è andato il jet del tuo concorrente in affari? Chiama. Il candidato di un altro partito potrebbe farti perdere le elezioni? Chiama. Ti accusano di molestie sessuali? Chiama. Troveranno il modo per avvicinare il target, hackerarlo, scoprirne segreti e punti deboli.  

L’avvento di questo fenomeno ha una data precisa: 11 settembre 2001, attentato alle Torri gemelle, débâcle degli 007 americani. Nella «War on terror» che ne è seguita, i contractor sono stati visti come un’arma in più. Bene marines, bombe e tank, ma serviva far proliferare lo spionaggio occidentale a tutti i livelli e in qualunque forma. Conseguenza? Secondo dati trapelati nel 2013, circa il 70 per cento del budget dell’intelligence statunitense è andato al settore privato. È avvenuto così il brain drain, il «drenaggio» di tante ottime risorse dal pubblico al privato. Solo dal 2004 al 2009, 2.435 militari con esperienza sono entrati in 52 società di sicurezza e intelligence private, dal 2001 al 2011 ben 91 figure chiave dell’intelligence sono passate sotto un datore di lavoro non statale, mentre c’è chi sostiene che la Dia, Defense intelligence agency, sia oggi composta al 51 per cento da contractor.

È qui negli Stati Uniti che si trovano le aziende-monstre. Spesso il governo appalta loro un lavoro, ed esse appaltano a loro volta, o si servono di freelance. Al punto che esiste un portale di lavoro interinale, Clearance Jobs, dedicato ai professionisti del settore con posizioni per chi ha un attestato di sicurezza nazionale: una «clearance». I numeri sono da capogiro: oggi più di un milione di utenti pronti per il mercato dello spionaggio (che includono logistica e servizi).

Le più grandi si chiamano Stratfor, Kroll, DynCorp, GK Sierra. Oppure Booz Allen Hamilton che da sola ha 25.803 dipendenti e 6,7 miliardi di dollari di fatturato: Bloomberg l’ha eletta «world’s most profitable spy organization». Vicepresidente è stato a lungo Mike McConnell, zar dell’intelligence ai tempi di George W. Bush e simbolo delle «porte girevoli» tra pubblico e privato (oggi è senior executive advisor). Booz Allen è nota per aver aiutato gli Emirati a creare un’equivalente dell’Nsa (la National security agency americana). E in Arabia Saudita ha consentito a Mohamed Bin Salman di rafforzare il suo dispositivo militare, di sicurezza e cybernetico. Edward Snowden era un contractor di Booz Allen Hamilton, dove aveva accesso a diversi programmi top-secret, compresi quelli di sorveglianza di massa orditi dal governo statunitense e britannico, i cui dettagli sono stati rivelati dai suoi leaks.

Ma il più grande esportatore di intelligence privata è Israele, e il Mossad il suo vivaio. La citata Black Cube ne è un notevole esempio. Società con fatturato stellare fondata nel 2010 da due ex membri della Difesa israeliana, ramo intelligence, a lungo ha avuto come presidente il già direttore del Mossad, Meir Dagan. Gran parte dello staff di Black Cube è composto da veterani dei corpi d’élite e delle unità spionistiche di Tel Aviv: Shin Bet (interno), Unità 8200 (cyber), Aman (militare), Mossad (estero). Il suo nome è uscito in relazione a grossi affaire di spionaggio industriale, giudiziario, politico. Un lungo elenco cui accenniamo nel box della prossima pagina.

Israeliana era Psy-Group, che si descriveva come «private Mossad», la prova che alcune agenzie private fanno lavori che il governo non può riconoscere, ma - diciamo così - auspica. Spiava e cercava di disgregare organizzazioni di studenti pro-Palestina (chiamati Bds) negli Stati Uniti. L’Fbi ha cominciato a investigare e hanno chiuso i battenti. Oggi il governo di Tel Aviv risulta sempre più coinvolto nelle indagini.

Un’altra è la Nso Group Technologies, specializzata in cyber intelligence. Fondata da Niv Carmi, Omri Lavie e Shalev Hulio, ex Unità 8200, è cresciuta esponenzialmente negli anni dichiarando di vendere tecnologia ai governi «per aiutarli a combattere terrore e crimine». Il loro spyware di punta, Pegasus, può trasformare ogni cellulare in un apparecchio-spia ed è stato fornito ai governi di molti Paesi. In Messico Joaquín Guzmán, El Chapo, è stato hackerato così e dopo l’arresto il presidente Felipe Calderón ha chiamato Nso per ringraziare. Però nello stesso Paese ci sono anche state denunce di intromissioni nei telefoni di attivisti e normali cittadini (sempre smentite)... Come dicevamo è questione di sfumature etiche e con uno strumento così potente in mano, i governi meno benevoli potrebbero essere tentati di usarlo su elementi scomodi della società. Insomma spiare non «terroristi e criminali», ma oppositori politici, attivisti, giornalisti. L’ultimo caso è del 10 ottobre: in Marocco Amnesty International ha protestato perché il cellulare di due attivisti dei diritti umani era sotto controllo. Dentro c’era Pegasus. Nel dicembre 2018 un’inchiesta del New York Times ha concluso che Pegasus è stato usato per spiare l’editorialista del Washington Post e dissidente arabo Jamal Khashoggi prima di essere soffocato e smembrato da uomini vicini a Mohamed Bin Salman.

Competitor dell’Nso israeliana è l’araba Dark Matter, emiratina, creata con l’aiuto di agenti americani. Tra le figure di spicco ci sono parecchi ex agenti Nsa e Cia che qui guadagnano centinaia di migliaia di dollari l’anno. Il top executive Marc Beier, ex ufficiale dell’unità Nsa che realizzava «avanzate cyberoperazioni offensive» spia le stesse attività americane. Una volta sarebbe stato alto tradimento, oggi si chiama mercato (ma l’Fbi, scrive il New York Times, sta indagando).

Quanto di tutto questo si trova in Italia? «Siamo in alto mare, tranne che nel settore cyber tecnologico», dice Spinelli. «In Italia non c’è molto», conferma Mario Caligiuri, direttore del master in Intelligence all’Università della Calabria e presidente della neonata Società italiana di intelligence (SocInt). «Il nostro mercato non è interessante ma potrebbe diventarlo: con la Via della seta marittima il Mediterraneo e l’Italia torneranno ad avere un ruolo geostrategico. Dobbiamo essere preparati, anche con le Pia. Ma devono servire per competenze specifiche e solo nell’interesse dello Stato».

«Una intelligence seria dovrebbe usarle unicamente per operazioni marginali» gli fa eco Luigi Sergio Germani, direttore dell’Istituto Gino Germani di Scienze sociali e studi strategici. «Una rete di informazioni segrete, raccolte da fonti umane, è preziosissima e deve rimanere sotto il controllo dei servizi. Se ti rivolgi a strutture private non è più garantito e venendo meno la riservatezza si rischia inquinamento delle informazioni ed eliminazione fisica della fonte. Ciò non toglie che sul nostro territorio possano essere presenti agenti russi o cinesi di Pic controllate dai loro governi, magari con la copertura di aziende private, magari di telecomunicazioni».

L’ultimo rapporto sulla sicurezza Ict in Italia del Clusit (Associazione italiana per la sicurezza informatica), parla di «rivoluzione» e di «mutazione genetica delle minacce informatiche». Più che i cyber-criminali, scrive, desta «grave preoccupazione l’attività di cyber-spionaggio e sabotaggio, in netta crescita, attraverso fake news amplificate dai social, infiltrazione di infrastrutture critiche, aziende e istituzioni, furto sistematico di informazioni per finalità geopolitiche e di predominio economico e tecnologico». «Una proliferazione di gruppi mercenari State-sponsored che realizzano campagne su commissione».

È certamente la fine dello spionaggio per come l’abbiamo conosciuto. Addio per sempre James Bond.                  

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