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Due cose sulla libertà di stampa

Due cose sulla libertà di stampa
Whistleblower holding documents giving statement at press conference, speaking to journalists with microphones, concept of corruption exposure, public interest, media coverage, political communication and journalism

La causa milionaria contro il Fatto quotidiano riapre il tema delle querele temerarie e della libertà di stampa da difendere sempre

Solidarietà al Fatto quotidiano. Il giornale diretto da Marco Travaglio è stato citato in giudizio, davanti ai tribunali di Roma e New York, da Giuseppe Cipriani e Nicole Minetti, per la campagna condotta contro la grazia all’ex igienista dentale. Gli avvocati della coppia pretendono un risarcimento da centinaia di milioni, sostenendo che oltre all’immagine sarebbero state lese le attività imprenditoriali dei due.

Faccio il direttore da trent’anni e dunque di querele ne ho viste molte: diciamo che le considero un effetto collaterale della professione. Purtroppo, chi come me guida un giornale è chiamato a rispondere sia penalmente che civilmente anche per articoli che non ha scritto. Gli si contesta l’omesso controllo: prima di pubblicare avrebbe dovuto verificare ogni singola notizia, anche se questo è praticamente impossibile. E, dopo aver diretto quattro quotidiani e un settimanale, posso dire di aver visto di tutto, non solo querele temerarie, ma pure condanne prive di logica. Come quella volta che – pur avendo pubblicato una notizia vera, cioè l’indagine a carico di un magistrato – io e il collega che aveva scritto l’articolo siamo stati condannati per non aver riportato che, nel frattempo, l’accusa era stata archiviata. Peccato che l’archiviazione fosse avvenuta mentre il servizio andava in stampa. Risultato: decine di migliaia di euro di risarcimento.

La causa contro il Fatto quotidiano, però, è più insidiosa. L’atto presentato dai legali della coppia, infatti, non si limita a contestare la diffamazione, ma avanza una richiesta di danni. E non lo fa in un tribunale italiano dove, nonostante i risarcimenti siano pesanti, rientrano comunque entro alcuni parametri, ma dinnanzi alla corte del distretto di New York. Doversi difendere Oltreoceano già richiede un esborso pesante, perché gli studi legali americani non applicano certo le tabelle dell’Ordine degli avvocati italiani ma, in genere, vanno in base al valore della causa. In più, è vero che i giudici statunitensi sono sensibili nei confronti della libertà di stampa ma, a volte, le sentenze di condanna per notizie ritenute diffamatorie sono state salatissime. A parte il risarcimento da 1,4 miliardi di dollari cui è stato condannato l’opinionista di destra Alex Jones, per aver sostenuto che la strage di Sandy Hook fosse una messa in scena, Fox News ha dovuto bonificare 787 milioni di dollari a un’azienda accusata di aver truccato i risultati elettorali del 2020 e altrettanto ha dovuto fare Newsmax, altra rete conservatrice, che si è vista condannare a pagare 67 milioni di dollari.

Certo, nel caso del Fatto quotidiano resta da vedere se il tribunale di New York si riterrà competente a valutare la controversia. Cipriani si è rivolto ai giudici americani non solo perché è residente negli Stati Uniti ma, soprattutto, perché la sua azienda, quella che sarebbe stata danneggiata dagli articoli del quotidiano di Travaglio, ha sede negli Usa. Basta questo per pretendere da un giornale pubblicato in Italia un risarcimento da 250 milioni di dollari? Lo vedremo presto, anche perché le cause a quelle latitudini non hanno i tempi della giustizia di casa nostra. Detto ciò, una condanna a rifondere anche una somma di molto inferiore a quella richiesta rischierebbe di minare la stessa solidità della testata e, dunque, molti hanno espresso solidarietà al Fatto. A prescindere da come la si pensi a proposito della grazia a Nicole Minetti, la libertà di stampa va difesa.

Tuttavia, permettetemi di aggiungere che va difesa sempre e non a corrente alternata. Cioè, non si può invocare il diritto all’informazione solo quando conviene a una parte. Come ho scritto, in trent’anni ho ricevuto diverse citazioni, alcune incredibili, come quelle presentate da Ong che neppure erano citate nell’articolo querelato, ma nessuno ha invocato la libertà di stampa. E dov’erano le anime belle quando, anni fa, la Cgil scatenò contro il giornale che allora dirigevo centinaia di cause firmate da singoli sindacalisti per aver dato la notizia che, ai suoi funzionari, era consentito fare quello che ai lavoratori era impedito, cioè alzarsi la pensione? Passato qualche anno ci fu chi si lamentò dopo aver scoperto che i dirigenti confederali godevano di assegni di molte migliaia di euro al mese. Peccato che, quelle stesse persone, di fronte all’aggressione che ci venne rivolta per aver raccontato i fatti che poi dettero luogo a quel trattamento previdenziale, si fossero girate dall’altra parte.

Ecco, siccome ho ben presente quanto costi la libertà di stampa, a Travaglio e al Fatto quotidiano va tutta la mia solidarietà. Perché i giornalisti su cui pende una richiesta milionaria di risarcimento non sono liberi ma minacciati. E vale per tutti.

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