Cronaca

Morti di sballo: perché i ragazzi cedono a droghe e alcol

Nicola era un ragazzo "normale" ed è stato trovato morto in un vallone. E' successo a lui come a tanti altri giovani "vittime" del sabato sera

Lo sballo del sabato sera

Barbara Massaro

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Essere vulnerabili. E' questa la più grande paura di ogni giovane o adolescente. E la priorità è quella di trovare un antidoto a quel senso di inquietudine, smarrimento e solitudine che caratterizza il periodo della vita in cui il carattere è in fase di formazione e l'infanzia è equidistante dalla vita adulta.

Il caso di Nicola Marra

E' proprio per stigmatizzare quella vulnerabilità che troppi ragazzi, anche solo per una sera alla settimana, entrano in quelli che Baudelaire definiva Paradisi artificiali che, però, di paradisiaco hanno ben poco. Per capirlo basta leggere la lettera inviata al Mattino di Napoli da Antonio Marra, il padre di Nicola, il ragazzo di 19 anni trovato senza vita a Positano dopo una notte in discoteca.

Era l'alba del 2 aprile: l'uomo, non riuscendo a mettersi in contatto con suo figlio, è uscito alle prime ore della mattina e quello che ha trovato davanti ai suoi occhi assomigliava all'Apocalisse. "Sembrava un campo di battaglia – racconta a proposito dell'esterno del locale dove cercava Nicola – con decine e decine di ragazzi che girovagavano semicoscienti, vestiti a malapena con camicie sudate e abiti leggeri, nel freddo della tarda notte. Chiazze di vomito dappertutto. Maledetto e spaventoso alcol. Ma perché tutto questo?" chiede l'uomo a se stesso peccando, però, d'ingenuità.

La metamorfosi della notte

Ingenuità perché è davvero riduttivo pensare che il girone infernale che ogni domenica all'alba si raduna davanti alle discoteche e ai locali notturni sia reduce da una semplice sbornia e che quei ragazzi abbiano "solo" alzato il gomito.

Cosa è successo davvero da quando un Nicola, un Luca, una Martina o una Lucia hanno chiuso i libri di scuola e sono usciti di casa in ordine, truccati, profumati e sorridenti a quando, trasformati nei fantasmi di se stessi, hanno scoperto che dopo la notte c'è il di nuovo il giorno?

E' lì il nodo da affrontare per comprendere il lato oscuro della movida. Quello che sfugge di solito è il fatto che nella stragrande maggioranza dei casi i vari Nicola o Martina non siano usciti di casa con il preciso scopo di "sballarsi", ma ne siano finiti sedotti per tutta una serie di fattori.

Il "fattore" disco

"Dal modo in cui le disco sono progettate fino alla scelta dei deejay, tutto è costruito perché tu possa bere e drogarti" scrive su Twitter Michele, 24 anni. Anche se Elisa, 19 anni, sottolinea come "Non puoi dare la colpa alla disco se i ragazzi si drogano". 

Diego, invece, a Vanity Fair qualche anno fa ha spiegato come sia diventato dipendente dal meth, una droga "sorella" della cocaina, ma più economica. "Frequentavo una discoteca famosa. Una sera avevo bevuto un po', ero brillo e avevo voglia di fare festa. Ho incontrato una ragazza e abbiamo cominciato a socializzare. Poi si erano fatte le 5, il sonno iniziava a farsi sentire e l’effetto dell’alcool scemava. Eravamo in fila al bagno e ho detto, per scherzare, 'Ci vorrebbe una botta di cocaina'. Lei si è girata verso di me e mi ha offerto il meth". Da lì Diego è entrato in un inferno dal quale è uscito solo anni dopo tra chem sex (festini a base di alcol e droghe) ed eccessi di ogni tipo.

Dal paradiso all'inferno

Dopo l'entusiasmo iniziale, le code all'ingresso, i timbri sul polso e i primi drink tutto inizia a fluttuare. Gli amici si divertono, le ragazze ballano, la temperatura sale. Tutto sembra perfetto, tutto sembra eterno

L'ora X scatta tra le 3 e le 5 quando chi voleva "solo" divertirsi prende la macchina o il taxi e va a casa. Amelie Nothomb sostiene che proprio quella sia la fascia oraria il cui è più alto il numero dei suicidi perché, se sei sveglio, è il momento in cui i mostri dell'inconscio, delle paure e dell'inquietudine si fanno avanti e la parte irrazionale prende il sopravvento sulla volontà. E' il momento il cui Diego scrive: "Il sonno iniziava a farsi sentire e l’effetto dell’alcool scemava. Eravamo in fila al bagno e ho detto, per scherzare, 'Ci vorrebbe una botta di cocaina'".

E' quello l'attimo in cui tutto si rompe. La voglia di procrastinare la sintassi del divertimento c'è ancora, ma il fisico non regge più e allora serve "l'aiutino".

Che si chiami cocaina, ecstasy, meth o MDMA importa solo relativamente e dipende dal luogo dove ci si trova, dall'ambiente, dall'età, dalla disponibilità economica e dai contatti.

Il paese dei balocchi

Dal "ci vorrebbe una botta" alla "botta" vera e propria il tempo è relativamente breve perché in discoteca il microcosmo è a misura di vizio e con un paio di occhiate e il contatto giusto si capisce "chi mi potrebbe aiutare".

E così succede la "magia". La stanchezza svanisce, torna la voglia di ballare e la ripetitività della musica elettronica, non sembra più così insostenibile.

Il tempo si ferma, si vive nello spazio, nelle relazione, nell'incoscienza delle conseguenze di quel che si sta provando ma alla fine arriva l'alba a chiedere il conto.

Il "day after"

Quando tutto "scende" - perchè prima o poi "scende" -  iniziano i problemi veri: i ragazzi si aggirano come fantasmi, c'è chi vomita, chi straparla, i più fortunati riescono a tornare a casa prendendo un taxi per collassare tutta la domenica e gli sfortunati come Nicola Marra, come al ragazzo "di buona famiglia" di Città di Castello morto nel 2015 dopo una dose di ecstasy al Cocoricò di Riccione, o come le tante vittime del sabato sera ci lasciano la vita.

Non si sa ancora se Nicola abbia assunto stupefancenti o solo alcol come sostiene il padre, ma tutto sommato questo è solo un dettaglio. La realtà è che Nicola, come si legge sempre sulla lettera inviata al Mattino dal padre, poteva essere chiunque altro: "Nico è solo stato un estratto a sorte di quella maledetta domenica, come ce ne sono stati tanti e come purtroppo tanti, molti, ce ne saranno ancora".

E poi l'uomo spiega: "La sua giornata non era formata da 24 ore, ma era indefinita, infinita. Il giorno e la notte erano solo un susseguirsi di eventi temporali nei quali cercava a malapena di adattarsi, tanto era preso dagli amici, dallo sport, dal divertimento, dallo studio, dalla famiglia e da tutti coloro che vedevano in lui un riferimento in tutto, forse in troppe cose. La vita voleva viverla, dominarla, controllarla, possederla".

Come interrompere la spirale del sabato sera

Da anni le autorità s'interrogano su come poter porre un freno alla mattanza psico-fisica del sabato sera. Orari ridotti, controlli severi sui locali, alcol servito solo fino a una certa ora, acqua al posto del mojito e tanto altro.

Il fatto è che tutti questi provvedimenti sono serviti a poco o niente. Quando venne chiuso il Cocoricò, nel 2015, la movida si limitò a spostarsi al Pascià, a 500 metri di distanza, e se conviene comprare l'acqua al posto del mojito tanto meglio perché nell'acqua ci si scioglie l'MDMA e con 30 euro si fa serata invece di spenderne il doppio in cocktail e cocaina. 

Alcuni locali hanno provato a inaugurare discoteche pomeridiane dove la vendita di alcolici è proibita e di sicuro avranno avuto anche successo, ma non tra chi frequenta i locali dello "sballo".

Quei ragazzi continueranno a cercare i propri "paradisi" altrove, giocando sempre al rialzo con i limiti di se stessi in un continuo superamento di una soglia estremamente rischiosa.

Il fattore umano

I consigli degli psicologi per i genitori si ripetono con differenti sfumature da anni. Bisogna seguire i ragazzi, stare all'erta al minimo segnale di disagio, essere autorevoli e non troppo "amici" dei propri figli.

Gli adolescenti e i giovani adulti sono soggetti naturalmente predisposti all'omologazione e quindi alle dipendenze che siano emotive, alimentari o fisiche.

Sentirsi parte di un gruppo o all'altezza della situazione è fondamentale perché quella vulnerabilità di cui si parlava all'inizio è un mostro che sputa sale sulle ferite aperte dell'infanzia, sui conflitti non risolti, sui piccoli o grandi dolori dell'esistenza.

Quegli stessi dolori che per una manciata di ore il sabato o il venerdì notte fanno meno male, ma che tornano a chiedere il conto l'alba successiva.

Forse, quello che bisognerebbe insegnare ai ragazzi è a pagare i propri conti senza che ci sia nessuno alle sue spalle che poi dica: "Era un bravo ragazzo".




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