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Obesità, cresce soprattutto tra i giovani: boom di casi nelle donne under 35

Obesità, cresce soprattutto tra i giovani: boom di casi nelle donne under 35
Obesity, unhealthy weight. Nutritionist inspecting a woman’s waist using a meter tape to prescribe a weight loss diet

Dopo il riconoscimento dell’obesità come malattia cronica, la sfida è trasformare la norma in assistenza concreta. La Società italiana obesità avverte: le cure non possono dipendere dal codice di avviamento postale.

Sono 6 milioni gli adulti italiani con obesità, mentre oltre un minore su quattro è in eccesso di peso. Ma a preoccupare gli specialisti non sono soltanto i numeri complessivi. Secondo gli ultimi dati Istat, se negli ultimi dieci anni la quota di italiani in sovrappeso o con obesità è rimasta sostanzialmente stabile (dal 45,9% del 2016 al 46,4% del 2025), cresce in modo marcato l’obesità tra i giovani, soprattutto tra le donne. Nella fascia tra i 18 e i 34 anni la prevalenza è passata dal 3,6% al 6,3%, con un incremento del 75%, mentre tra i bambini e gli adolescenti il fenomeno continua a interessare il 26% della popolazione tra 3 e 17 anni, con punte superiori al 32% tra i più piccoli. Un quadro che conferma come l’obesità rappresenti una delle principali emergenze sanitarie del Paese e che impone, secondo gli esperti, un salto di qualità nell’organizzazione dell’assistenza. Non a caso il tema è stato al centro del convegno romano “Obesità: la legge c’è. Ora costruiamo il sistema”, organizzato dopo l’approvazione della storica legge che ha riconosciuto l’obesità come malattia cronica, progressiva e recidivante. Se il riconoscimento normativo rappresenta un punto di svolta, la sfida ora è renderlo operativo, trasformando un principio di legge in percorsi di cura realmente accessibili su tutto il territorio nazionale.

Stop alle cure a macchia di leopardo

È proprio su questo punto che interviene Silvio Buscemi, presidente della Società Italiana dell’Obesità (SIO), che denuncia il rischio di una sanità sempre più frammentata. Negli ultimi mesi alcune Regioni, come la Lombardia, hanno avviato sperimentazioni per favorire l’accesso ai nuovi farmaci anti-obesità, mentre altre stanno valutando iniziative analoghe. Per la SIO, però, questa strada rischia di creare cittadini di serie A e di serie B. «È necessario sbloccare il sistema sanitario sull’obesità con un piano nazionale: non possiamo più accettare un patchwork assistenziale che dipenda dalla Regione o dall’ASL in cui si risiede. Abbiamo il dovere di tutelare l’Italia intera, perché la salute è un diritto costituzionale e queste disparità territoriali rischiano di creare inaccettabili disuguaglianze tra i cittadini», afferma Buscemi. Il presidente della SIO non contesta le iniziative regionali in sé, ma il principio secondo cui l’accesso alle cure possa dipendere dal luogo di residenza. «Non possiamo accettare che il diritto alla cura dipenda dalla Regione o dall’azienda sanitaria in cui si vive. Ci fa piacere che una terapia possa raggiungere una persona bisognosa, ma questo non è il modello che vogliamo», sottolinea. Per la società scientifica il nodo non riguarda soltanto la disponibilità dei farmaci, ma anche i criteri con cui renderli sostenibili per il Servizio sanitario nazionale. Secondo Buscemi le priorità dovrebbero essere due: la gravità clinica e la condizione economica del paziente. Le persone con BMI superiore a 35, soprattutto in presenza di altre patologie correlate, rappresentano la fascia che più potrebbe beneficiare di un accesso pubblico alle nuove terapie. Allo stesso tempo, sostiene la SIO, occorre garantire i trattamenti a chi non può permettersi di sostenerne il costo privatamente, evitando che la disponibilità economica diventi un nuovo determinante di salute.

Dalla legge ai fatti: la sfida è costruire un sistema equo

La richiesta di un piano nazionale arriva in un momento in cui il quadro normativo italiano sta rapidamente cambiando. L’approvazione della legge sull’obesità ha aperto la strada all’inserimento della patologia nei principali strumenti di programmazione sanitaria e il nuovo Piano Nazionale della Prevenzione 2026-2031 prevede interventi dedicati alla promozione di stili di vita sani e alla prevenzione dell’eccesso di peso. Tuttavia, secondo gli specialisti, il rischio è che il riconoscimento formale della malattia non sia sufficiente senza una rete assistenziale uniforme. Anche il mondo dell’industria sottolinea la necessità di un cambio di passo. «L’obesità rappresenta oggi una delle più gravi epidemie globali del nostro secolo: nel mondo colpisce oltre un miliardo di persone e in Italia interessa circa 6 milioni di adulti. Il dato ancora più preoccupante riguarda i più giovani: oltre un minore su quattro è in eccesso di peso», osserva Jens Pii Olesen, General Manager e Vice President di Novo Nordisk Italia. «Da oltre trent’anni investiamo nella ricerca e nello sviluppo di soluzioni innovative, ma anche nella prevenzione e nella corretta conoscenza della malattia. L’obiettivo è contribuire a cambiare il modo in cui l’obesità viene percepita, prevenuta e trattata, collaborando con tutti gli attori del sistema sanitario». Il messaggio che emerge dagli esperti è chiaro: dopo essere stato il primo Paese al mondo a riconoscere per legge l’obesità come malattia cronica, l’Italia è chiamata ora a dimostrare di saper tradurre quel primato in un modello assistenziale concreto. Perché se la prevenzione resta la prima arma contro un fenomeno in continua crescita, soprattutto tra le nuove generazioni, garantire un accesso equo alle cure significa evitare che il luogo in cui si nasce o si vive finisca per pesare quanto, se non più, della malattia stessa.

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