Come Francesco "risponde" alle accuse dei prelati Viganò e Burke

Nell'omelia del mercoledì, il papa parla indirettamente al nunzio apostolico di Washington e al patrono del Sovrano Militare Ordine di Malta

Papa Francesco

Papa Francesco durante un'udienza generale a piazza San Pietro, Vaticano, 4 aprile 2018. – Credits: TIZIANA FABI/AFP/Getty Images

Orazio La Rocca

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“L'umiltà e la vicinanza con la gente: ecco la era forza di Cristo, il quale di fronte a ingiurie, calunnie e, persino, sul Calvario, non reagì mai con la violenza, non si scagliò mai contro quanti lo accusavano e lo calunniavano ingiustamente, ma rispose col silenzio e la preghiera intima a Dio Padre”. Lezione di “umiltà” di papa Francesco alla Messa del mattino nella cappella di Santa Marta, in Vaticano, la consueta celebrazione di inizio giornata che il pontefice è solito presiedere ormai dall'inizio del pontificato, diventato attesissimo appuntamento grazie alle sue omelie diventate vero e proprio “dialogo” con l'universo mondo, credente e non credente.

Difficile non vedere, comunque, nell'omelia odierna un chiaro, sebbene indiretto, riferimento di papa Bergoglio alle calunnie che gli sono state lanciate in pieno agosto dall'arcivescovo Carlo Maria Viganò, l'ex nunzio apostolico di Washington che in un velenoso dossier lo ha accusato di omesso controllo sui preti pedofili, arrivando persino a “intimargli” di dimettersi. Accuse che hanno fatto subito il giro del mondo, rese ancora più sorprendenti dal fatto che per la prima volta nella storia della Chiesa moderna un vescovo ha chiesto, senza averne l'autorità canonica, al pontefice regnante di abbandonare il Soglio di Pietro.

Pur sollecitato dalla stampa internazionale, papa Francesco non ha risponto direttamente alle accuse di Viganò, limitandosi a dire“non c'è niente da dire, leggete voi giornalisti, e giudicate..”, vale a dire le uniche sue parole dette sull'onda del polverone sollevato dall'intemerata di Viganò, diventato nel frattempo la punta di diamante di quanti dentro e fuori la Chiesa combattono Papa Francesco.

Specialmente quelle componenti tradizionaliste e reazionarie particolarmente forti nelle ricche chiese conservatrici Usa vicine al presidente Donald Trump a cui guarda con simpatia il cardinale americano Raymond Leo Burke, patrono del Sovrano Militare Ordine di Malta, il porporato apertamente ostile a Francesco al punto di averlo accusato di eresia, dopo aver firmato con altri tre cardinali antibergogliani (Caffarra, Meisner e Brandmuller) i famosi Dubia – i dubbi – sulle riforme della pastorale della famiglia varate dal papa argentino.

Le corazzate reazionarie anti-Bergoglio

I porporati dissidenti, Burke in testa, Viganò e cattilici nostalgici preconciliari, vere e proprie corazzate reazionarie pronte a fare “guerra” all'attuale Papa facendo circolare dossier al vetriolo (come quello di Viganò) e puntando a varare programmi di formazione per giovani preti e volontari della galassia cattolico-reazionaria, come dimostra la prossima apertura presso la storica abbazia di Trisulti (Frosinone), a pochi chilometri da Roma, dove a cura dell'Istituto Dignitas Humanae si terranno corsi, seminari, tavole rotonde sulla difesa della Tradizione della dottrina cattolica. Coordinatore e principale docente sarà nientemeno che Steve Bannon, l'ex stratega della campagna elettorale di Donald Trump caduto in disgrazia presso la Casa Bianca, ma che ora ha trovato in papa Francesco il nuovo “nemico” da battere. Il tutto benedetto, ovviamente, dal cardinale Burke.

E papa Francesco che fa? Apparentemente, niente. Non risponde. Va avanti per la sua strada e prega. E nel suo seguitissimo appuntamento omeletico del mattino, riferendosi non casualmente a chi riceve “accuse infamanti” ed è sottoposto ad attacchi e violenze verbali, invita all'umiltà e alla preghiera sull'esempio di Cristo sul Golgota. Quello che dava autorità a Gesù come pastore – le parole del papa - “era la sua umiltà, la vicinanza con la gente, la compassione, che si esprimeva in mitezza e tenerezza”. E quando le cose andavano male, come sul Calvario, "stava zitto e pregava". Nell'omelia, riportata integralmente da Vatican News, il sito ufficiale della Santa Sede,. Francesco ha sottolineato che Gesù aveva autorità davanti al popolo, non per la dottrina che predicava, che era quasi la stessa degli altri, ma perché era "umile e mite di cuore".

Il silenzio di Cristo sul Golgota

"Lui, Gesù, non sgridava – sottolinea il Papa - Lui non diceva 'io sono il Messia' o 'sono il Profeta'; non faceva suonare la tromba quando guariva qualcuno o predicava alla gente o faceva un miracolo come la moltiplicazione dei pani. No. Lui era umile. Lui faceva". Ed era "vicino alla gente". I dottori della Legge (i principali accusatori di Gesù, del tutto simili agli attuali accusatori di papa Bergoglio - ndr), invece, "insegnavano dalla cattedra e si allontanavano dalla gente". Non erano interessati alla gente, o solo per dare comandamenti, che "moltiplicavano fino a più di 300". Non erano vicini alla gente.

"Nel Vangelo, quando Gesù non era con la gente, era con il Padre, a pregare. E la maggior parte del tempo nella vita di Gesù, nella vita pubblica di Gesù, Egli la passò sulla strada, con la gente. Questa vicinanza: l'umiltà di Gesù, quello che dà autorità a Gesù, lo porta la vicinanza con la gente. Lui toccava la gente, abbracciava la gente, guardava negli occhi la gente, ascoltava la gente. Vicino. E questo gli dava autorità con mitezza e la tenerezza. Gesù era mite di cuore, non sgridava. Non puniva la gente. Era sempre mite”.

Ma Gesù qualche volta “si arrabbiava? - si chiede il Papa. “Sì! Sì arrabbiava pure. Pensiamo quando ha visto la casa di suo Padre diventata uno shopping, per vendere delle cose, i cambia-monete... lì si arrabbiò, prese la frusta e cacciò via tutti. Ma perché amava il Padre, perché era umile davanti al Padre, aveva questa forza". "Questa è l'icona del pastore", e da questa – esorta il pontefice - dobbiamo imparare noi pastori: "Vicini alla gente, non ai gruppetti dei potenti, degli ideologi... Questi ci avvelenano l'anima, non ci fanno bene!".

Il pastore, quindi, "deve avere la potenza e l'autorità che aveva Gesù, quella dell'umiltà, quella della mitezza, della vicinanza, della capacità di compassione, della tenerezza".
E quando poi le cose a Gesù “sono andate male cosa ha fatto?”, si chiede il Papa.

"Quando la gente lo insultava, quel Venerdì Santo, e gridava 'crucifige', rimaneva zitto perché aveva compassione di quella gente ingannata dai potenti del denaro, del potere... Stava zitto. Pregava. Il pastore, nei momenti difficili, nei momenti in cui si scatena il diavolo, dove il pastore è accusato, ma accusato dal Grande Accusatore tramite tanta gente, tanti potenti, soffre, offre la vita e prega".

Quasi impossibile non vedere in queste parole, prounciate a braccio, una chiara risposta di Francesco a chi oggi, anche nella Curia, cerca di crocifiggerlo. Una risposta dettata dal Vangelo.

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