Cronaca

Clima: con 1,5 °C in più, scenari catastrofici già nel 2040

Un rapporto dell'IPCC basato su più di 6000 studi scientifici rivela a quali rischi andiamo incontro se non si abbattono in fretta le emissioni

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Marta Buonadonna

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Vi siete abituati a sentir dire che il limite da non superare assolutamente è quello dei 2 °C al di sopra della temperatura dell'era pre-industriale. Ma nell'accordo sul clima di Parigi si auspicavano misure volte a permettere di restare al di sotto dell'aumento di 1,5 °C. Oggi l'IPCC, gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico dell'Onu, ha licenziato un nuovo rapporto nel quale spiega quando rischiamo di superare quella soglia e con quali conseguenze. E non c'è da stare allegri.

Siccità, incendi, migrazioni

"Stiamo già vedendo le conseguenze del riscaldamento globale di 1 °C con eventi meteorologici più estremi, innalzamento del livello del mare e diminuzione del ghiaccio marino artico, tra le altre modifiche", spiega Panmao Zhai, che fa parte di uno dei gruppi di lavoro dell'IPCC. "Limitare il riscaldamento globale a 1,5 °C rispetto ai 2 °C ridurrebbe gli impatti sugli ecosistemi, sulla salute umana, rendendo più facile il raggiungimento degli obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite", gli fa eco Priyardarshi Shukla, copresidente del gruppo di lavoro 3 dell'IPCC.

Il punto è che in assenza di interventi decisi, rapidi e radicali, la temperatura globale raggiungerà la soglia del +1,5 °C già nel 2040, con un triste corollario di inondazioni, ondate di calore e intensificazione della siccità (con maggior rischio di incendi) e della povertà. Molti degli effetti temuti del superamento dell'aumento di 2 °C si avvertiranno in realtà già oltrepassando il limite di un grado e mezzo.

A 2 °C di riscaldamento, il rapporto prevede una "evacuazione sproporzionatamente rapida" di persone provenienti dai tropici. "In alcune parti del mondo, i confini nazionali diventeranno irrilevanti", ha dichiarato Aromar Revi, direttore dell'Indian Institute for Human Settlements e autore del rapporto. "Puoi creare un muro per cercare di contenere 10.000, 20.000 e un milione di persone, ma non 10 milioni".

Per prevenire 1,5 gradi di riscaldamento, il rapporto, alla stesura del quale hanno collaborato 91 scienziati di 40 paesi che hanno analizzato oltre 6.000 studi scientifici, sostiene che le emissioni di gas serra vanno ridotte del 45% rispetto ai livelli del 2010 entro il 2030 e del 100% entro il 2050. Cruciale per raggiungere questo obiettivo sarà la riduzione dell'uso del carbone, fonte di energia fossile per eccellenza. Nel 2050 il suo uso come fonte di energia dovrà scendere da quasi il 40 percento di oggi a una quota compresa tra l'1 e il 7%. Per contro è essenziale aumentare il più possibile la quota di rinnovabili che al momento costituiscono circa il 20% del mix elettrico, ma dovranno arrivare a rappresentarne il 67%.

Male minore

Il rapporto non manca di sottolineare quanto sarebbe preferibile limitare l'innalzamento a 1,5 gradi piuttosto che arrivare ai temuti 2, dal momento che ci troveremo comunque ad affrontare delle conseguenze pensanti, ma pur sempre meno gravi rispetto allo scenario peggiore. Per esempio, con un grado e mezzo di aumento della temperatura, l'innalzamento del livello del mare si ritiene potrà essere compreso tra 26 e 77 cm entro il 2100 rispetto ai livelli del 2005, ma pur sempre 10 cm meno che con un aumento di 2 gradi. Se la differenza vi sembra risibile, considerate che una riduzione di 10 cm nell'innalzamento globale del livello del mare implica che fino a 10 milioni di persone in meno sarebbero esposte ai rischi correlati.

E non finisce qui. Su 105.000 specie studiate, si prevede che il 6% degli insetti, l'8% delle piante e il 4% dei vertebrati perderanno oltre la metà del loro range geografico a causa del riscaldamento globale di 1,5 ° C. In caso di aumento di 2 °C però questo succederà al 18% degli insetti, al 16% delle piante e all'8% dei vertebrati. Anche gli impatti associati ad altri rischi legati alla biodiversità come gli incendi boschivi e la diffusione di specie invasive sono inferiori a 1,5 ° C rispetto ai 2 ° C di riscaldamento globale.

Stare nel budget

La temperatura media del pianeta si sta alzando. E' già aumentata di circa 1 grado rispetto all'era preindustriale ed è destinata a salire ancora a causa dei gas serra che abbiamo già emesso e che contribuiranno ad aumentare la concentrazione di CO2 in atmosfera nei prossimi anni. Se abbiamo poche speranze di poter inserire la retromarcia a breve e medio termine, e veder scendere il termometro, ne abbiamo qualcuna in più di poter limitare l'aumento a 1,5 °C, consapevoli delle conseguenze negative alle quali siamo comunque destinati ad andare incontro.

Ma per riuscire davvero a limitare l'aumento a un solo grado e mezzo occorre restare all'interno di un circoscritto budget di emissioni. "Limitare il riscaldamento globale", spiegano gli autori del rapporto, "richiede la limitazione delle emissioni antropogeniche globali complessive di CO2 sin dal periodo preindustriale, vale a dire restare all'interno di un budget di carbonio totale. Entro la fine del 2017, si stima che le emissioni di CO2 antropogeniche dal periodo preindustriale abbiano ridotto il bilancio totale del carbonio per restare entro 1,5 °C di aumento della temperatura di circa 2200 GtCO2 (miliardi di tonnellate). Il bilancio rimanente si esaurisce al ritmo di 42 GtCO2 l'anno".

Il nostro budget di carbonio residuo è di 580 GtCO2 per una probabilità del 50% di limitare il riscaldamento a 1,5 °C e di 420 GtCO2 per una probabilità del 66%. Ovviamente si tratta di stime, la cui incertezza dipende da molti fattori. Per esempio il fatto che non sappiamo esattamente quale sia la risposta climatica alle emissioni di CO2 e non CO2. Poi c'è il potenziale rilascio di carbonio aggiuntivo dal futuro scongelamento del permafrost e il rilascio di metano dalle zone umide, che potrebbero ridurre il budget anche di 100 GtCO2.

Corsa contro il tempo

Se per stare sul sicuro decidessimo di ambire a rimanere entro il budget più ristretto, cioè quello di 420 GtCO2, al ritmo di 42 GtCo2 l'anno, rischiamo di superarlo nel giro di dieci anni. Ecco perché occorre intervenire in fretta e pesantemente la rotta sulle emissioni. Le fonti rinnovabili dovranno fornire il 70-85% di energia elettrica nel 2050. "La fattibilità politica, economica, sociale e tecnica dell'energia solare, dell'energia eolica e delle tecnologie di stoccaggio dell'energia elettrica", si legge nel rapporto dell'IPCC, "sono sostanzialmente migliorate negli ultimi anni. Questi miglioramenti segnalano una potenziale transizione del sistema nella generazione di elettricità".

Le emissioni dall'industria dovranno diminuire del 75-90% rispetto ai livelli del 2010 entro il 2050 (per restare sotto i 2 gradi di aumento il calo dovrebbe essere del 50-80%). Nel settore dei trasporti, la quota di energia finale a basse emissioni passerebbe da meno del 5% nel 2020 a circa il 35-65% nel 2050 rispetto al 25-45% dello scenario di riscaldamento globale a 2 °C. Ma praticamente nessun settore sarebbe esente da pesanti cambiamenti.

"Limitare il riscaldamento a 1,5 °C è possibile secondo le leggi della chimica e della fisica, ma farlo richiederebbe cambiamenti senza precedenti", ha affermato Jim Skea, Co-Presidente del Gruppo di lavoro 3 dell'IPCC. Come al solito la parola passa ora ai governanti.

Costi ingenti

Secondo il rapporto un aumento di 1,5 °C avrà un costo stimato di 54 trilioni di dollari in danni che diventerebbero 69 trilioni se il mondo continuasse a scaldarsi fino a raggiungere i 2 °C di aumento. Il rapporto cita uno studio del 2017 secondo il quale gli Stati Uniti potrebbero perdere il 2,3% del prodotto interno lordo (PIL) per ogni grado in più di riscaldamento globale. Un ruolo importante nell'incentivare una rapida transizione verso un mondo carbon neutral per gli autori è senz'altro una tassa sulle emissioni di anidride carbonica. "Mettere un prezzo del carbonio è fondamentale per favorire la mitigazione", conclude il rapporto. Per essere efficace, tale prezzo dovrebbe essere compreso tra 135 e 5.500 dollari per tonnellata di CO2 nel 2030, e tra 690 e 27.000 per tonnellata entro il 2100.

Il New York Times fa notare che, a titolo di confronto, sotto l'amministrazione Obama, gli economisti del governo stimavano che un prezzo appropriato per il carbonio sarebbe stato dell'ordine dei 50 dollari a tonnellata. Sotto l'amministrazione Trump, la cifra è stata abbassata a circa 7 dollari per tonnellata. Proprio l'attuale presidente degli Stati Uniti rappresenta un grosso ostacolo alla speranza del mondo di mettersi nella traiettoria di un aumento massimo di 1,5 °C dal momento che ha annunciato che gli Usa vogliono sfilarsi dall'accordo sul clima.

E ora che in Brasile pare proiettato alla vittoria come presidente Jair Bolsonaro, candidato di estrema destra climascettico, anche il settimo più grande emettitore di gas serra del mondo potrebbe sottrarsi agli impegni.

E se lasciassimo che la temperatura globale superi 1,5 °C nella speranza di recuperare terreno in seguito? Occorrerebbe affidarsi alle tecniche di rimozione della CO2 dall'aria per riportare la temperatura globale a meno di 1,5 °C sopra i livelli dell'era pre-industriale entro il 2100. L'efficacia di tali tecniche, spiegano gli autori, non è dimostrata su larga scala e alcune potrebbero comportare rischi significativi per lo sviluppo sostenibile.

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