Cronaca

Affidi, da Bibbiano lo scandalo si allarga

A Genova altri casi analoghi e la Liguria si rivela la prima regione d'Italia per casi di minori "allontanati"

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Simone Di Meo

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Quando Laura, con la mano che le trema, sottoscrive il verbale dell’udienza conclusiva, è convinta che il peggio sia passato. Non le avrebbero più tolto il bambino di nemmeno due anni, nato da una burrascosa relazione con un marito col quale condivideva ormai solo i problemi di tossicodipendenza. Hanno già «perso» due figlie, andate in affidamento, il terzo bimbo è stato dichiarato adottabile dal Tribunale dei minori di Genova. È certa che non le toglieranno pure il piccolo S. quando i giudici della Corte d’appello le chiedono la disponibilità a «entrare in comunità con il minore seguendo le disposizioni dei giudici». È l’occasione che attende da mesi per dimostrare di voler cambiar vita. E lei, 28enne, con la speranza di uscire dall’aula col bambino abbracciato al collo, ha preso la penna e, con una grafia minuta e incerta, ha messo la propria firma. Quel che poi è successo, purtroppo, è stato molto diverso da ciò che aveva immaginato.

La stessa firma, dopo qualche giorno, Laura l’avrebbe apposta a una denuncia contro i cinque magistrati che hanno scelto di affidare il figlio ai servizi sociali del Comune di Genova. A tradimento, secondo la mamma. Perché la sentenza, sostiene, era già pronta, e la discussione finale sarebbe stata solo una finta. I giudici, secondo quanto riportato nell’esposto che Panorama ha avuto modo di visionare, non avrebbero voluto - per pigrizia - cambiarla. Assistita da un avvocato penalista, Laura ha depositato nei giorni scorsi in Procura, a Genova, una denuncia per falso ideologico e abuso d’ufficio.

Il ragionamento della mamma è semplice: la sentenza riporta la stessa data dell’udienza collegiale. In poche ore di camera di consiglio, dice la donna nell’esposto, i giudici non possono aver discusso e compilato le 14 pagine del verdetto, letto e valutato le oltre 120 pagine della consulenza tecnica d’ufficio (richiamandola 26 volte nel provvedimento), le «relazioni dei servizi sociali» e quella del direttore del dipartimento di Salute mentale dell’Asl 1 che ha in cura la giovane madre. Il verdetto menziona poi «quattro diverse sentenze della Cassazione» e le posizioni delle parti provenienti da altri due fascicoli paralleli - il papà e i nonni paterni si erano costituiti contro la conferma del giudizio di primo grado, sostenuto invece dagli assistenti sociali - per un totale di altre centinaia di pagine da approfondire.

Possibile che i giudici siano riusciti a valutare tutto questo materiale in così poco tempo, pur sapendo che da quelle scelte dipendeva la vita di un bambino di appena due anni? La risposta di Laura è no. «Sembra quasi che la sentenza, firmata e datata, sia stata scritta prima dell’udienza collegiale... e non sia frutto di una regolare e approfondita riunione in camera di consiglio» accusa la madre. Soprattutto perché non si fa mai riferimento alla proposta dei giudici di trasferirsi in comunità con il bambino, nonostante l’impegno - nero su bianco - della stessa Laura. Come mai? «La Corte era ovviamente libera di cambiare idea in camera di consiglio, ma a questo punto perché non fare alcuna menzione in sentenza di un passaggio così importante per la madre e per suo figlio? Forse perché la sentenza di rigetto dell’appello era già pronta? (…) Mio figlio viene quindi dato in adozione nonostante in aula, in sede di udienza, mi fosse stata data la possibilità di entrare in comunità con lui».

La droga è l’ombra che si allunga anche sulla storia di Dalila, alla quale un drappello di 13 agenti di polizia ha sottratto il figlio all’uscita dall’allenamento di calcetto dietro la minaccia, sostiene lei, di un taser (la pistola elettrica). Davanti a tutti. Con un furgone blindato ad attendere un dodicenne trattato come un latitante. Da cinque mesi, il ragazzino si trova in una comunità in Piemonte, a 200 chilometri da casa. In attesa che il tribunale decida se affidarlo alla cugina della mamma, che si è detta disponibile ad accoglierlo nella sua famiglia, o ai nonni materni dove prima viveva. Il minore è già scappato una volta dalla struttura di accoglienza. Si è lanciato dal secondo piano rischiando di morire o di restare paralizzato. Ha preso un treno per tornare a Genova, ma è stato fermato dalla polizia ferroviaria che ha avvisato i genitori e le forze dell’ordine. Quando è stato interrogato, ha spiegato di essere evaso dalla comunità come gli aveva consigliato uno dei poliziotti che lo aveva preso in custodia.

Dalila ha deciso di rivolgersi all’avvocato del foro di Genova, Lars Markus Hansen, per chiedere la revisione del processo. Tutto incentrato sulle valutazioni assai negative - «esagerava su tutto per aggravare la nostra situazione» sostiene lei - dello psicologo che ha in cura il bambino. Come nell’inchiesta della Procura di Reggio Emilia sui minori sottratti ai genitori a Bibbiano, pure in questa storia l’incubo inizia con un disegno. Il 12enne avrebbe fatto il suo ritratto sotto la pioggia, senza occhi e mani. Mancanze gravissime, secondo lo psicologo che per questo ha deciso di tenere il minore fuori dalla portata del papà, che però già se ne disinteressava, e della madre. Della cui dipendenza da stupefacenti il ragazzino viene informato proprio dal terapeuta, che gli racconta anche delle difficoltà di curarla in un Sert. Provocando di fatto una rottura tra madre e figlio. Perché?

«La Liguria risulta essere la prima regione in assoluto per minori allontanati, più dello 0,5 per cento di affidi e/o internamenti in istituto sulla popolazione minorile, circa il doppio della media nazionale» spiega a Panorama l’avvocato Hansen, fondatore e dirigente del Comitato «Salviamoli da Erode». «Se questa percentuale nasconda o meno una precisa scelta ideologica, che privilegi soluzioni alternative rispetto al supporto della famiglia naturale, non è dato sapere. Ma il sospetto è plausibile». E aggiunge: «Riteniamo indispensabile un approfondimento nel merito e nella sostanza da parte delle autorità competenti e supporteremo le persone coinvolte per il riconoscimento e le conseguente repressione, quando se ne confermi la veridicità, di eventuali irregolarità da parte degli enti pubblici preposti, in relazione alla perdita o riduzione della potestà genitoriale». Per questo «il Comitato si è prefisso l’obiettivo di raccogliere e monitorare informazioni e testimonianze, denunziando i casi di abusi o maltrattamenti».

Ma cosa si può fare se non si conosce chi ti accusa, e di cosa? È il dubbio che dilania Giovanni, un operaio di 58 anni che, dopo 35 anni di vita matrimoniale, non può più vedere liberamente il figlio, portatore di handicap. Un giorno, come accade al signor K. del Processo di Franz Kafka, due poliziotti e due assistenti sociali gli portano via il ragazzo da scuola. Senza un apparente perché. Quarantott’ore dopo, il Tribunale dei minorenni lo accusa di violenze fisiche e psicologiche sulla consorte e sul minore, nel frattempo trasferito in una struttura protetta di La Spezia.

Nessuno ha convocato Giovanni, nessuno gli ha detto dell’avvio di un iter giudiziario, si è tutto messo in moto indipendentemente da lui. Giura alla polizia di non aver fatto nulla, decide di denunciare l’abuso in tv. Prende contatti con una redazione locale e quando preannuncia la sua intervista alle assistenti sociali, queste lo invitano alla cautela. «Stia attento ai passi che fa» è l’avvertimento. Lui capisce, e rinuncia. Ora cerca - attraverso un ricorso all’autorità giudiziaria - di conoscere le accuse che lo continuano a tenere lontano dal figlio. Ha il sospetto che la psicologa e l’assistente sociale responsabili della cura del minore abbiano tenuto un comportamento «professionalmente non corretto». Un piccolo ma significativo episodio, come racconta Giovanni: «Il primo incontro con mio figlio, dopo settimane, mi è stato fissato dagli assistenti sociali su un foglietto bianco, scritto a penna. Come quelli che si usano in salumeria». L’amore di un padre un tanto al chilo.
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