Lo scandalo del braccialetto elettronico per i detenuti
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Lo scandalo del braccialetto elettronico per i detenuti
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Lo scandalo del braccialetto elettronico per i detenuti

Il governo vuole usarlo per controllare i detenuti. Ma dal 2001 tre convenzioni sono costate oltre 120 milioni di euro, ed è stato impiegato su meno di 20 reclusi

Rieccolo. Immarcescibile, inaffondabile, imbattibile: nel decreto carceri torna e riemerge il «braccialetto elettronico». È il mitico strumento per il controllo a distanza dei detenuti che, applicato a meno di 20 reclusi in tutto, dal 2001 a oggi ha inghiottito inutilmente oltre 120 milioni di euro pubblici

La storia delle ripetute convenzioni tra governo e le aziende del braccialetto, soprattutto la Telecom, racconta insieme uno scandalo italiano e un disastro gestionale. 

Tutto inizia il 5 aprile 2001, quando il ministro dell’Interno Enzo Bianco avvia la sperimentazione dello strumento e fissa i primi accordi con cinque aziende per 400 braccialetti elettronici. La spesa? oltre 11 milioni di euro in due anni.

Poi, il 6 novembre 2003, il nuovo ministro dell’Interno Giuseppe Pisanu firma una nuova convenzione con la Telecom, sempre per 400 braccialetti: 10,9 milioni all’anno fino al 31 dicembre 2011. In totale, altri 97,5 milioni. Ed è già uno scandalo, perché fino a quel momento il braccialetto è stato applicato a quattro o cinque reclusi, uno dei quali è scomparso senza colpo ferire.

Si arriva così al 15 gennaio 2012 e lo scandalo si rinnova per la terza volta. Malgrado l'evidenza del disastro dell'operazione, l'allora ministro dell’Interno Annamaria Cancellieri conferma la convenzione con la Telecom scatenando qualche malumore nella collega della Giustizia, Paola Severino. Si passa a 2.000 braccialetti al costo di 9 milioni l’anno fino al 2018. In totale, si investono così altri 63 milioni. Il 13 settembre 2012 la Corte dei conti censura l'operazione come «una reiterata spesa antieconomica e inefficace».

Ora il governo Letta, e soprattutto Annamaria Cancellieri, stavolta come ministro della Giustizia, tornano alla carica con il braccialetto, da usarsi (stabilisce il decreto carceri) esclusivamente per i detenuti ristretti agli arresti domiciliari.

Polemiche garantite e sacrosante: anche perché - braccialetto o no - il sistema giudiziario italiano è evidentemente incapace di garantire il controllo dei detenuti. Come dimostrato dalla fuga di Bartolomeo Gagliano, il pluriomicida evaso durante un permesso premio martedì 17 dicembre, con uno sberleffo, propriomentre il governo Letta varava il decreto carceri. 

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