Gli speciali tribunali per Silvio
Gli speciali tribunali per Silvio
News

Gli speciali tribunali per Silvio

Viaggio nei 34 processi che dal 1994 hanno coinvolto il Cavaliere: per scoprire come certe archiviazioni siano state peggio di una condanna. E come la sua sola, vera condanna sia stata pronunciata, in tutti e tre i gradi, da giudici che avevano in comune una caratteristica...

Negli ultimi vent’anni è stato fatto un uso politico della giustizia? A sinistra, soltanto all’ipotesi, si stracciano le vesti: si risponde che i magistrati hanno risposto esclusivamente all’imperativo categorico, ormai elevato a rango kantiano,dell’obbligatorietà dell’azione penale. E qualunque tentativo di analisi, anche il più sereno, viene stroncato con accuse smodate (è appena toccato a Panorama): brigatismo, liste di proscrizione, nuovi pogrom nazisti...

Dall’altra parte si risponde che, da soli, i 34 procedimenti aperti dal 1994 contro Silvio Berlusconi, scomodo leader dei moderati, bastano per descrivere a tinte forti una persecuzione troppo mirata per essere casuale (Totò Riina, per fare un confronto, è stato processato «appena» 19 volte in 25 anni). Anche perché lo spettro delle accuse è così ampio da apparire inverosimile.

Eccole tutte e 20, in ordine alfabetico: abuso d’ufficio, aggiotaggio, appropriazione indebita, associazione per delinquere, concorso esterno in associazione mafiosa, concorso in strage, concussione, corruzione semplice e giudiziaria, insider trading, falso in bilancio, favoreggiamento, finanziamento illecito dei partiti, frode fiscale, peculato, prostituzione minorile, ricettazione, riciclaggio, rivelazione di segreto d’ufficio, vilipendio dell’ordine giudiziario. Mancano solo l’abigeato e la rapina per fare l’en plein.

Ma anche un’accurata lettura delle singole vicende giudiziarie berlusconiane accende dubbi sull’imparzialità della magistratura. In 13 processi su 34 (il 38 per cento), la posizione dell’ex premier è stata archiviata prima del rinvio a giudizio. I giudici dell’udienza preliminare (gup) che hanno deciso in questo modo sono stati più spesso magistrati senza corrente o dichiaratamente moderati, come a Milano Luca Pistorelli, Maria Vicidomini e Fabio Paparella (in più casi), o Pierfrancesco De Angelis e Pierluigi Balestrieri a Roma.

Più raramente di sinistra, come Beatrice Secchi: esponente e candidata elettorale di Magistratura democratica (Md), fu lei nel febbraio 1998 a negare alla Procura di Milano la richiesta di processare Berlusconi per frode fiscale aggravata sul cosiddetto «Progetto Botticelli». 

Anche i tre gup che hanno prosciolto il Cavaliere dalle accuse più «pesanti» sono esponenti della sinistra giudiziaria, ma con loro la storia è molto diversa: Gioacchino Scaduto, di Md, nel febbraio 1997 chiuse a Palermo l’inchiesta per concorso in associazione mafiosa e riciclaggio che la procura aveva aperto tre anni prima contro Berlusconi e Marcello Dell’Utri; Giuseppe Soresina nel novembre 1998 archiviò a Firenze l’inchiesta avviata due anni prima sulla strage di via de’ Georgofili del 1993, che la procura ipotizzava fosse stata ordinata da Berlusconi e da Dell’Utri; a Caltanissetta Giovanbattista Tona (poi divenuto presidente dell’Associazione nazionale magistrati in quella circoscrizione) nel maggio 2002 chiuse il fascicolo che accusava sempre Berlusconi e Dell’Utri di essere i mandanti delle stragi di Capaci e di via D’Amelio.

Certo, tutti e tre applicarono doverosamente il Codice di procedura penale. Ma poi, nelle motivazioni, scrissero parole avvelenate contro gli indagati: parole che ancora oggi, dopo decenni, continuano a sinistra ad alimentare una ricca pubblicistica politica. Esempi? Scaduto disse di essere costretto ad archiviare «pur essendo emersi diversi elementi che sembrano sostenere l’ipotesi accusatoria». Soresina fece anche peggio: chiuse il fascicolo per scadenza dei termini, ma scrisse che «Berlusconi e Dell’Utri hanno intrattenuto rapporti non meramente episodici con i soggetti criminali cui è riferibile il programma stragista realizzato» e che «esiste un’obiettiva convergenza degli interessi politici di Cosa nostra rispetto ad alcune qualificate linee programmatiche di Forza Italia».

Aggiunse perfino che «l’ipotesi iniziale di un coinvolgimento dei due indagati nelle stragi ha mantenuto e semmai incrementato la sua plausibilità». Quanto a Tona, in 73 pagine elencò puntigliosamente tutte le accuse rivolte a Berlusconi e Dell’Utri dagli uomini di mafia e sostenne che gli atti avevano «ampiamente dimostrato la sussistenza di varie possibilità di contatto tra uomini appartenenti a Cosa nostra ed esponenti e gruppi societari controllati in vario modo dagli indagati». Aggiunse: «Ciò di per sé legittima l’ipotesi che, in considerazione del prestigio di Berlusconi e Dell’Utri, essi possano essere stati individuati dagli uomini dell’organizzazione (criminale, ndr) quali eventuali nuovi interlocutori».

Poi però concluse: «La friabilità del quadro indiziario impone l’archiviazione». Insomma, le archiviazioni decise dai tre giudici si risolsero, paradossalmente, in un’impropria condanna aggravata: perché agli indagati prosciolti fu impedito per sempre di difendersi da quelle accuse infamanti. Forse è anche per quelle tre sentenze se Tona, Soresina e Scaduto sono tra i più celebrati eroi dell’antiberlusconismo.

Ma in nessun vero stato di diritto un’assoluzione può trasformarsi in una condanna di fatto, capace di legittimare ogni possibile diffamazione. Quando poi dalle indagini preliminari altri 20 procedimenti berlusconiani sono arrivati a un giudizio vero e proprio, in un solo caso siamo giunti a una condanna definitiva. È il processo per frode fiscale intitolato «Diritti tv Mediaset», partito a Milano nel 2001, che all’inizio ipotizzava anche il falso in bilancio e l’appropriazione indebita. La condanna a 4 anni di reclusione (di cui 3 coperti da indulto), decisa in Cassazione lo scorso 1° agosto, e le cui motivazioni i cinque giudici hanno insolitamente firmato tutti insieme il 29 agosto, ha avviato la grande polemica sulla cosiddetta agibilità politica di Berlusconi.

Ma ha un’altra caratteristica peculiare: è scaturita da un processo che in tutti e tre i gradi di giudizio ha avuto collegi con esponenti dichiaratamente di sinistra. In tribunale la condanna a 4 anni di reclusione fu stabilita dalla prima sezione penale guidata da Edoardo D’Avossa, di Md: il 26 ottobre 2012, con una scelta di accelerazione più unica che rara nella storia della giustizia italiana, D’Avossa lesse in aula il dispositivo e immediatamente dopo le motivazioni della sentenza.

Va detto che nel novembre 2006 la corte era stata modificata: ne era uscita Fabiana Mastrominico (un giudice moderato che aveva già assolto Berlusconi nel processo Ariosto-Sme e passava al ministero della Giustizia) e le era subentrato Ilio Mannucci Pacini, componente stabile del consiglio nazionale di Md.

In appello, poi, la condanna fu velocemente confermata l’8 maggio 2013 dalla seconda sezione penale presieduta da Alessandra Galli, esponente di Movimento per la giustizia (Mpg), l’altra corrente della sinistra giudiziaria. In Cassazione, il presidente Antonio Esposito ai primi d’agosto è finito nelle polemiche e nei guai al Csm per un presunto pregiudizio negativo nei confronti dell’imputato e per un’intervista al Mattino, nella quale ha parzialmente e indebitamente anticipato le motivazioni della sentenza.

Accanto a lui, nella sezione feriale della Suprema corte, c’era Ercole Aprile, che nel 2007 si era candidato con Movimento per la giustizia all’Associazione nazionale magistrati. E nel settembre 2010 anche Claudio D’Isa, terzo dei cinque giudici di quel supremo collegio, aveva manifestato sentimenti non certamente berlusconiani aderendo a una campagna che propugnava il licenziamento di Augusto Minzolini dalla direzione del Tg1.

È di certo un caso, ma in nessun altro procedimento berlusconiano si era mai verificata questa particolare continuità «politica» fra giudici. Per contro, soprattutto in Cassazione, hanno spesso deciso per l’assoluzione anche collegi che contenevano esponenti di sinistra: è accaduto per esempio nel processo per il falso in bilancio sul consolidato Fininvest, aperto a Milano nel 1996.

Nell’aprile 2004 la quinta sezione penale della Cassazione respinse il ricorso del pm, Francesco Greco, che si opponeva all’archiviazione per prescrizione: il presidente era Giorgio Lattanzi, vicino a Mpg (oggi è giudice costituzionale), e del collegio faceva parte Luciano Panzani, vicino a Md. In altri due casi, infine, l’opposto orientamento dei collegi di primo e secondo grado, passati dalla condanna di Berlusconi all’assoluzione, trova un curioso parallelismo nell’opposto orientamento politico dei giudici.

È stato così nel processo milanese per le tangenti alla Guardia di finanza, quello che nel 1994 contribuì alla caduta del primo governo Berlusconi; e nel procedimento All Iberian 1 che, aperto a Milano quattro anni più tardi, ipotizzò un finanziamento illecito del Psi.

Nel primo caso Berlusconi fu rinviato a giudizio da Oscar Magi, di Md, e condannato in primo grado a 2 anni e 9 mesi dalla sesta sezione penale. Questa era stata presieduta fino al gennaio 1997 da Carlo Crivelli: in quel processo il giudice passò alle cronache per l’infelice battuta sul «bastone e la carota», rivolta al pm Gherardo Colombo, con cui era parso concordare una comune linea di comportamento nei confronti della difesa. Per quella frase Crivelli fu ricusato da Berlusconi e decise spontaneamente di astenersi (fu poi assolto dal Csm e perfino promosso).

Al suo posto subentrò Francesca Manca, che nel maggio 2009 avrebbe firmato un duro appello contro il tentativo di riforma della giustizia del governo Berlusconi. Ma davanti a un collegio di giudici moderati, in Corte d’appello, la condanna nel maggio 2000 si trasformò in assoluzione: in parte per prescrizione e in parte per non avere commesso il fatto. E la Cassazione, nell’ottobre 2001, decise infine di assolvere in pieno l’imputato Berlusconi.

La stessa identica trafila subì il processo All Iberian 1: in primo grado, nel luglio 1998, il Cavaliere fu condannato a 2 anni e 4 mesi dalla seconda sezione penale di Milano. Non era una sezione qualsiasi: quattro mesi prima Marco Ghezzi, il suo presidente, aveva sorprendentemente chiesto di passare in procura, alle dirette dipendenze di Francesco Saverio Borrelli, e la stessa Repubblica aveva scritto di lui definendolo «il giudice che sogna di fare il pm». Di quel collegio giudicante faceva parte anche Marilena Chessa: nel 1994 aveva fatto parte della corte che aveva condannato il finanziere Sergio Cusani per il finanziamento illecito del Pds, ma aveva inopinatamente escluso ogni responsabilità del partito, sostenendo che era stato impossibile indicare chi, nella sede di via delle Botteghe Oscure, avesse incassato il miliardo di lire portato da Cusani. Si era scritto, allora, che era il primo caso in cui un reato tipicamente «simmetrico» come il finanziamento illecito era stato spezzato in due.

Anche il processo All Iberian 1 contro Berlusconi, in secondo grado, passò a una corte di «senza corrente» e finì nel nulla: prescrizione. E non servirono né il ricorso dell’accusa, che insisteva per la condanna, né quello degli imputati, che chiedevano l’assoluzione piena. La seconda sezione della Cassazione nel novembre 2000 li respinse entrambi. Del collegio, curiosamente, faceva parte Antonio Esposito. Sì, proprio il giudice delle polemiche. Perché nella giustizia, purtroppo, la politica è sempre in agguato. (Twitter: @mautortorella)

Ti potrebbe piacere anche

I più letti