È Assad l'ultima carta di Obama?
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È Assad l'ultima carta di Obama?

Dopo aver silurato Hagel, per ottenere risultati nella guerra in Medio Oriente la Casa Bianca potrebbe tentare un avvicinamento col regime

Per Lookout news

L’ultimo bollettino sui combattimenti in corso in Siria parla di almeno 63 persone uccise dai raid dell’aviazione siriana nella città nord-orientale di Raqqa, proclamata a giugno capitale siriana dello Stato Islamico. Secondo l’Osservatorio siriano per i diritti umani, metà delle vittime sarebbero dei civili. Da mesi ormai la città è sotto il pieno controllo dell’esercito del Califfatto di Al Baghdadi, che qui di fatto si è sostituito al governo di Damasco imponendo una propria tassazione e il rispetto della Sharia come unica legge da osservare.

 Da agosto la città è bombardata dai caccia della coalizione internazionale guidata dagli Stati Uniti. A colpire però nelle scorse ore sono stati gli aerei dell’esercito di Damasco, come confermato da un funzionario americano. L’ultima pesante offensiva aerea risaliva al 6 settembre, quando morirono più di 50 persone.

 Negli ultimi mesi i media internazionali hanno focalizzato l’attenzione quasi esclusivamente sul conflitto in corso a Kobane, la città curda al confine con la Siria. I bombardamenti di Raqqa dimostrano invece che la guerra prosegue in altre aree del Paese (solo nel mese di ottobre sono stati 6mila i morti, mille dei quali civili) e al momento vede in ripresa l’esercito del presidente Bashar Assad. Seppur a fasi alterne, le truppe regolari stanno infatti sfruttando a proprio favore il caos generato dall’avanzata dello Stato Islamico concentrando i propri attacchi soprattutto nei governatorati centrali e meridionali del Paese, oltre che sulla roccaforte ribelle di Aleppo. L’obiettivo principale di Assad è ridurre al minimo le capacità di difesa del Free Syrian Army, in modo da rendere vani gli aiuti logistici e l’invio di armi ed equipaggiamenti promessi anche di recente all’opposizione siriana dagli Stati Uniti.

Le forze armate siriane (SAF) hanno così intensificato le operazioni a Idlib, Hama, Dar’a, nelle periferie di Damasco e a Quneitra. Secondo l’ultimo report pubblicato dal Syria Needs Analysis Project (Snap), tra il 20 e il 30 ottobre sono stati effettuati 762 attacchi aerei, buona parte dei quali a sud dove recentemente i qaedisti di Jabhat Al Nusra, alleati dello Stato Islamico, hanno preso il sopravvento sui ribelli moderati assumendo il controllo delle montagne di Al-Zawiya e Al-Arb’in.

 

 

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Il disorientamento degli Stati Uniti
In questo scenario il piano d’attacco della coalizione internazionale non sembra al momento essere capace di incidere in maniera decisiva nella guerra contro lo Stato Islamico. Dall’inizio delle offensive ai primi di agosto, gli attacchi aerei della coalizione su Aleppo, Deir ez-Zor, Hasakeh, Idlib e Raqqa hanno provocato l’uccisione di quasi 900 persone. Colpire dall’alto evidentemente però non basta per vincere la guerra, come ha avuto modo di sottolineare anche il segretario generale dell’ONU Ban Ki-moon.

 Ciò che di concreto ha provocato sinora la guerra americana in Medio Oriente sono state le dimissioni di Chuck Hagel, il quale aveva chiesto l’invio di aiuti al Free Syrian Army e un atteggiamento più duro nei confronti di Damasco. Con il suo siluramento, e in attesa della nomina di nuovo segretario della Difesa, il dossier Siria passa definitivamente nelle mani del generale Martin Dempsey. Rispetto ad Hagel, Dempsey ritiene necessario riabilitare il regime di Assad poiché il suo governo rappresenta l’ultimo vero baluardo per contrastare lo Stato Islamico nella regione. Se la sua linea dovesse passare, si tratterebbe dell’ennesimo cambio di strategia. Ma non è detto che produca risultati migliori di quelli deludenti ottenuti sinora dagli USA in questa guerra.

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