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I 10 politici italiani del 2015

Da Mattarella a Salvini, da Marino alla Boschi: ecco chi sono i 10 personaggi che hanno rubato di più la scena nell'ultimo anno

Il 2015 della politica italiana si è aperto con l'elezione del presidente della Repubblica Sergio Mattarella e si sta chiudendo con la corsa verso le amministrative del 2016 e il toto nomi su chi saranno i candidati sindaco dei vari schieramenti. Nel mezzo fatti e personaggi che hanno segnato questi 12 mesi: dall'approvazione di riforme che hanno spaccato partiti e alleanza (legge elettorale, Senato, scuola su tutte) al sorpasso della Lega su Forza Italia, alla trasformazione del Movimento 5 Stelle in qualcosa che non è ancora un partito a tutti gli effetti ma molto gli si avvicina, alla brusca frenata subita dai dem alle scorse elezioni regionali fino alle dimissioni del sindaco di Roma. Nella lista che potete scorrere cliccando su "AVANTI" non troverete il nome di Matteo Renzi. Non si tratta di una svista. Abbiamo solo pensato che fosse già sufficiente averlo dovuto citare in ciascuna delle 10 slide che seguono. 

Sergio Mattarella, il presidente

sergio-mattarella Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella durante la cerimonia di consegna delle insegne dell'Ordine Militare d'Italia al Quirinale in occasione del Giorno dell'Unità Nazionale e della Giornata delle Forze Armate. Roma 04 novembre 2015. ANSA/ANGELO CARCONI

Sergio Mattarella viene eletto dodicesimo presidente della Repubblica il 31 gennaio al quarto scrutinio. È il primo siciliano a ricoprire questa carica. Succede a Giorgio Napolitano, l'unico ad essere rimasto al Colle per bene nove anni. La scelta di Matteo Renzi di puntare su di lui, fratello del presidente della Regione Sicilia, Piersanti, ucciso dalla mafia nel 1980 e morto proprio tra le sue braccia, un democristiano moroteo, fondatore dell'Ulivo, padre del cosiddetto Mattarellum, rompe definitivamente il il famoso “Patto del Nazareno” che il presidente del Consiglio e il leader di Forza Italia Silvio Berlusconi avevano siglato circa un anno prima per condividere le scelte sulle riforme necessarie al Paese.

Nel ritratto che Panorama.it gli ha dedicato dopo la sua elezione, Mattarella viene descritto come “un campione nell'arte del nascondersi” e mai definizione è risultata più azzeccata dal momento che, a quasi un anno dalla sua salita al Colle, secondo alcuni (non necessariamente detrattori) Mattarella non solo parla poco ma di lui si riesce anche a parlare poco. Rispetto al presenzialismo del suo predecessore, Mattarella effettivamente non ama farsi vedere troppo in giro. Le sue apparizioni sono esclusivamente legate a occasioni ufficiali, celebrazioni, commemorazioni.

Maria Elena Boschi, la regina

maria elena boschi Il ministro per le Riforme costituzionali, Maria Elena Boschi, durante la presentazione del libro PhotoAnsa 2015 presso Palazzo Giustiniani a Roma, 03 dicembre 2015. ANSA/CLAUDIO PERI

All'inizio dell'anno le dedicammo un post che ne ripercorreva l'evoluzione da “Miss del Pd” a signora dell'Italicum. L'ex ragazzina di provincia si era infatti appena trasformata nella protagonista di un complesso percorso che aveva portato il Parlamento a votare una nuova legge elettorale (approvata in via definitiva lo scorso 4 maggio). Qualche mese dopo Maria Elena Boschi riuscirà a bissare l'impresa conducendo in porto, a ottobre, anche la riforma del Senato. Negli anni le sono stati dedicati libri e decine di articoli in cui viene comunemente descritta come “il volto gentile del renzismo”, la ragazza che impersonava la Madonna nel presepe del Paese e che si è trasformata in una donna in tacco 12 capace di stare dietro, riuscendo a non inciampare mai, a uno che allo stesso tempo fa il segretario del più grande partito italiano e il presidente del Consiglio.

Il successo delle ultime due edizioni della Leopolda è merito suo che ne ha curato l'organizzazione nei minimi dettagli. Così sarà per l'ultima, la sesta, in programma dall'11 al 13 dicembre. Quando le chiacchiere sulla sua avvenenza stavano rischiando di offuscarne le capacità, le mise quasi a tacere chiedendo, con il suo perenne sorriso sulle labbra, di essere giudicata “per le riforme e non per le forme”. Il fatto che, un anno dopo da quella richiesta, il sito di informazione politica, Politico.eu, l'abbia recentemente inserita tra i 28 personaggi che stanno cambiano l'Europa, dimostra che il giudizio è positivo.

Nelle ultimissime settimane il suo nome ha cominciato a circolare tra i corridoi di Montecitorio come l'asso nella manica di Renzi per Roma. Secondo molti parlamentari il talento dimostrato dalla giovane ministra nel trattare materie ostiche come la legge elettorale o la riforma del Senato, la sua ferrea disciplina nello studio e le indubbie capacità di abile tessitrice, ne farebbero un ottimo candidato sindaco e un eccellente amministratore. Altri prefigurano invece per lei addirittura un futuro da segretario del PD. Certo è che molto difficilmente il premier si rassegnerà a rinunciare ad averla al suo fianco. Perché anche se ha negato che sia lei “la donna più potente della storia della Repubblica”, sa che Maria Elena ha tutte le carte in regola per ambire a diventarlo.

Matteo Salvini, l'altro Matteo

matteo-salvini Il segretario della Lega Matteo Salvini ANSA/ ANGELO CARCONI

Circa un anno fa fece scalpore la copertina del settimana “Oggi” con in primo piano un Matteo Salvini completamente desnudo a eccezione di una cravatta verde. Nell'intervista all'interno il leader della Lega Nord prometteva di voler costruire “un'alternativa a Renzi in tutta Italia” e di voler correre alle primarie del centrodestra, “anche contro Berlusconi”. Come è andata nei successivi 12 mesi è presto detto: per la prima volta nella storia, il Carroccio ha superato Forza Italia nei sondaggi e Matteo Salvini ha rivendicato per sé la guida del centrodestra in Italia.

Nel gradimento personale Salvini è secondo ormai solo a Matteo Renzi, ma parecchi punti davanti a Silvio Berlusconi, comprimario alla manifestazione nazionale della Lega a Bologna dell'8 novembre scorso insieme alla presidente di Fratelli d'Italia Giorgia Meloni. In questi anni Salvini è di fatto riuscito a trasformare un partito territoriale in una forza nazionale. Riposte le ampolle sacre con l'acqua del Dio Po, abbandonati del tutto, con tanto di scuse, gli slogan antimeridionalisti, Salvini è addirittura sbarcato al Sud presentando sue liste (Noi con Salvini) in tutte le ultime elezioni amministrative. In occasione delle ultime regionali, ha “perso” (l'ha cacciato) il sindaco di Verona Flavio Tosi, segretario della potentissima Liga Veneta.

Zaia ha trionfato lo stesso con un risultato schiacciante sulla candidata dem Alessandra Moretti. Spesso dice che “servono le maniere forti” e quando lo fa si riferisce in particolare agli immigrati. Non ne vuole più. Sostiene che vadano chiuse le frontiere, che se bisogna aiutarli lo si deve fare a casa loro. Lasciarli entrare significa infatti per l'Italia esporsi al rischio che tra loro si nasconda qualche terrorista islamico pronto a farsi saltare in aria da un momento all'altro. Ma anche che il nostro modo di vivere finisca per essere condizionato dalla presenza di persone di religioni troppo diverse. Per rispondere a chi, in queste settimane, prova a mettere in discussione il presepe natalizio nelle scuole, Salvini ha infatti annunciato che farà da re magio in quello allestito nella scuola della figlia. A proposito di famiglia, quest'anno si è parlato molto anche della sua vita privata. Dopo qualche tentativo fallito di sviare l'attenzione, a un certo punto fu costretto ad ammettere di avere una relazione con la conduttrice televisiva Elisa Isoardi. Pare però che i due non si vedano già più.

Ignazio Marino, il marziano

ignazio-marino Un momento della conferenza stampa di Ignazio Marino nella sala della Protomoteca del Campidoglio. Roma, 30 ottobre 2015. ANSA/ GIUSEPPE LAMI

Con ogni probabilità Ignazio Marino ricorderà il 2015 come l'anno più nefasto della sua carriera politica. Inutile star qui a ripercorrere tutta la trafila di disastri amministrativi, comunicativi e d'immagine che hanno portato infine alla sua caduta il 30 ottobre scorso. Quando anche a costo di dire addio alla poltrona, 26 consiglieri capitolini, tra cui i 19 del Partito democratico, si sono dimessi in massa, su ordine diretto di Matteo Renzi, pur di liberare Roma e se stessi dalla sua presenza.

Certo, un rapido riferimento agli ultimissimi atti della tragicommedia capitolina, di cui Marino è stato protagonista assoluto, va pur fatto. A cominciare dalla famosa scomunica in mondo visione di Papa Francesco il quale, a proposito della presenza dell'ex sindaco di Roma a Philadelfia, nel giorno del Raduno mondiale delle famiglie, ci ha tenuto a precisare di non essere stato certo lui a invitarlo, “chiaro eh?”. Per passare alle sue infinite vacanze oltreoceaniche alle quali non volle rinunciare né dopo lo scandalo seguito ai funerali del boss dei Casamonica, una delle più note famiglie malavitose della Capitale, né quando a Palazzo Chigi si decideva sullo scioglimento o meno per mafia del Comune da lui amministrato.

Fino alla storia dei famosi scontrini, quelli delle cene fatte passare per incontri istituzionali e quindi pagate con la carta di credito del Campidoglio per cui Marino è indagato dalla Procura di Roma per peculato e falso in atto pubblico. In attesa che lo sia anche per false dichiarazioni ai pm dal momento che tutti i suoi collaboratori chiamati in causa hanno respinto l'accusa di aver firmato i rendiconti delle spese al suo posto. Dismessi i panni di sindaco, il chirurgo ha già prontamente vestito quelli del martire della democrazia. In queste settimane sta portando la sua testimonianza in giro per i pochi circoli del Pd che stanno accettando di ospitarlo. Ogni volta che può Marino infatti pronostica la morte imminente del partito di cui, in teoria, farebbe ancora parte. Un contributo al rapido decesso lo darebbe lui stesso volentieri candidandosi di nuovo alle prossime amministrative romane. Ma per ora nemmeno gli amici di Sinistra italiana lo hanno voluto come loro candidato.

Alessandro Di Battista, il non-candidato

alessandro-di battista Alessandro Di Battista durante la manifestazione del M5S contro il ddl scuola del governo Renzi, a Piazza Montecitorio, 19 maggio 2015 a Roma ANSA/ MASSIMO PERCOSSI

Nonostante da mesi vada ripetendo che non sarà lui a correre con la maglia dei 5 Stelle per la conquista del Campidoglio, i sondaggisti fanno orecchie da mercante e insistono a quotarlo tra i possibili candidati con le maggiori chance di vittoria. Trattasi di Alessandro Di Battista, uno dei prediletti di Beppe Grillo (anche se nel corso degli ultimi mesi il collega campano Luigi Di Maio sembra averlo superato), il più loquace e intraprendente tra i deputati grillini.

Autore, molto recentemente, di un odg che ha fatto molto discutere perché contenente la richiesta al governo di non modificare l'Italicum. Una tardiva ammissione della sua bontà come vorrebbe il Pd? Una provocazione come ha sostenuto l'altro firmatario Danilo Toninelli? Oppure il segnale che il Movimento 5 Stelle ha capito di essere tanto forte da poter sfruttare a proprio vantaggio quella legga elettorale che Matteo Renzi aveva disegnato a sua misura? Fin dal suo esordio in Parlamento nel 2013 di Dibba, come lo chiamano amichevolmente i suoi sostenitori, si è sempre parlato moltissimo. Quest'anno, per la prima volta, lo ha fatto anche il prestigioso New York Times.

A febbraio lo ha infatti inserito in una speciale classifica sulle principali bufale che si diffondono nel mondo. Di Battista aveva infatti sostenuto che la Nigeria è nelle mani dei terroristi e che il virus Ebola dilaga nel Paese. Ma il 2015 è stato per Di Battista anche l'anno della definitiva ammissione: “Sì, è vero, ho fatto un provino per Amici di Maria De Filippi” ha detto una volta in tv. Che l'ambizione giovanile del parlamentare romano fosse quella di sfondare nel mondo dello spettacolo non era più un mistero per nessuno da quando in rete fu scovato un video in cui interpretava un testo scritto da lui stesso e poi un successo del gruppo degli Zero Assoluto. Papà Vittorio, che alla festa di Imola di quest'anno, si è dichiarato convintamente fascista, sogna però per lui un futuro dal ministro dell'Interno. Chissà che prima o poi non succeda davvero. Gli avevano chiesto, in realtà, se non gli piacerebbe che il figlio diventi un giorno ministro degli Esteri. Nel rispondere Di Battista senior deve aver tenuto però presente le scarse conoscenze in geopolitica del giovane Alessandro. Dopo aver dichiarato già un anno fa che bisogna capire i terroristi dell'Isis e più recentemente che è l'Italia a vendere loro le armi, in effetti la Farnesina non sarebbe il ministero più giusto per lui.

Vincenzo De Luca, l'"impresentabile"

vincenzo-de luca Il governatore della Campania Vincenzo De Luca durante una conferenza stampa in Regione, Napoli, 11 novembre 2015. ANSA/ CIRO FUSCO

Il quattro volte sindaco di Salerno Vincenzo De Luca trionfa alle regionali campane del 31 maggio scorso. Il Partito democratico avrebbe volentieri fatto a meno della sua candidatura (Matteo Renzi soprattutto) se non fosse che in tutta la Campania un ras più potente di lui non c'è. Più potente, determinato e sicuro di sé al punto da sfidare anche la legge. Quella Severino che prevede la sospensione da una carica pubblica per chi abbia riportato una condanna anche solo di primo grado. E De Luca questa condanna ce l'aveva, dato che a gennaio di questo stesso anno era stato riconosciuto colpevole di abuso d'ufficio in merito alla costruzione del termovalorizzatore di Salerno.

Senza arretrare mai di un solo millimetro, De Luca ha continuato ad andare dritto verso la sua meta. Ha occupato tutte le trasmissioni per difendersi e attaccare, a suon di insulti e prese in giro, tutti i suoi detrattori. A cominciare dalla presidente della commissione Antimafia Rosy Bindi che, a pochi giorni dalle elezioni, presenterà un lista di cosiddetti “impresentabili” tra cui molti inseriti nelle liste a suo supporto. Maurizio Crozza ne farà un'apprezzatissima imitazione che, grazie al tormentone “personaggetti”, servirà a moltiplicare la presenza televisiva dello stesso De Luca e aumentarne la notorietà.

I guai giudiziari però continuano a rincorrerlo anche dopo la sua elezione. All'inizio di novembre scoppia infatti un nuovo scandalo. Lo storico braccio destro del governatore, Nello Mastursi, si dimette da capo segreteria, adducendo motivi personali e l'incompatibilità con la carica di responsabile organizzativo del Pd campano. In realtà dietro c'è ben altro. Qualche giorno dopo si scoprirà infatti che è indagato. Ma non è il solo. La vera bomba scoppia infatti sotto la poltrona dello stesso De Luca. I magistrati sospettano infatti che la sentenza che gli aveva permesso di restare governatore della Campania, nonostante la legge Severino, sia stata comprata in cambio di un posto ai vertici della sanità pubblica per il marito del giudice che doveva prendere la decisione in merito. Vero? Falso? Il diretto interessato non si smentisce e non si scompone. Dopo varie condanne, assoluzioni e accuse cadute in prescrizione, Vincenzo De Luca, ormai, ha già una certa esperienza.

Stefano Fassina, lo scissionista

stefano-fassina Il candidato a sindaco di Roma e leader di Sinistra Italiana Stefano Fassina durante la convention 'La prossima Roma', Roma, 28 novembre 2015. ANSA/ETTORE FERRARI

Il candidato sindaco di Roma di Sinistra italiana è infatti Stefano Fassina, l'ex vice ministro dell'Economia del governo Letta che ha fondato un nuovo partito per non aver mai digerito quel “Fassina chi?” pronunciato da Matteo Renzi durante una conferenza stampa all'inizio del 2014. Per carità, oltre il rancore personale, le motivazioni politiche non mancano.

Fassina annuncia il suo addio al Pd il 23 giugno nel corso di un incontro in uno dei circoli romani del Pd stesso a Centocelle, periferia romana dove alle parlamentarie del dicembre del 2012 aveva raccolto gran parte delle 11mila preferenze che gli permisero di essere eletto in Parlamento due mesi dopo. All'inizio di maggio già non aveva votato l'Italicum. Ma la goccia che farà traboccare il vaso sarà il ddl sulla scuola.

Il 3 novembre, insieme ad altri fuori usciti dem, Sel ed ex grillini, fonda Sinistra italiana. Per spiegare la sua scelta di rompere con il suo vecchio partito, Fassina aveva detto di non condividerne “praticamente nulla dell'impostazione culturale, dal Lingotto fino a oggi”. Strano per uno che ne è stato tra i fondatori ed esponenti di spicco come responsabile del settore economico durante la segreteria di Bersani prima e come vice ministro nel governo di larghe intese (con il centrodestra) guidato da Enrico Letta poi. Dopodiché, fonti vicine all'ambiente romano di Sel, riferiscono che nemmeno a loro è piaciuta tanto l'uscita sui 5 Stelle e “la fuga in avanti di Stefano” che praticamente si sarebbe autocandidato a sindaco di Roma senza sentire nessuno dei suoi nuovi compagni di avventura.

Giuseppe Sala, l'uomo di Expo

giuseppe-sala Il candidato sindaco alle primarie Giuseppe Sala ANSA/DANIELE MASCOLO

Giuseppe Sala, Beppe per gli amici, è diventato, intanto il salvatore dell'Esposizione universale, e quindi del Paese, che tra arresti e ritardi nei cantieri, rischiava di trasformarsi per l'Italia in una figuraccia internazionale e una gigantesca occasione persa, poi un jolly per la politica a caccia di risorse umane al di fuori del perimetro dei partiti. Matteo Renzi non ha mai nascosto la grande stima che ha per lui. Ed è infatti ormai praticamente scontato che sarà proprio Sala il candidato “ufficiale” del Pd alle prossime primarie milanesi per la scelta del candidato sindaco di Milano per il centrosinistra.

La sua carriera inizia in Pirelli, di cui diventerà amministratore delegato. Poi direttore generale di Telecom e Tim. Nel 2009 l'allora sindaco di Milano Letizia Moratti lo nomina direttore generale del Comune, nel 2010 il governo gli affida la guida della Società Expo 2015 Spa. Tre anni dopo, Enrico Letta, che nel 2013 era diventato presidente del Consiglio, lo nomina commissario unico di Expo con uno stipendio annuale di 240mila euro, il massimo che può ricevere un dirigente statale. Quando arrivano gli arresti nell'ambito dell'inchiesta sulle mazzette sui cantieri, Sala presenta le sue dimissioni al sindaco Giuliano Pisapia, che le respinge.

Lo stesso capo dello Stato Giorgio Napolitano lo prega di restare al suo posto. Da destra a sinistra passando per il centro, il Quirinale e anche l'autorità anticorruzione di Raffaele Cantone, tutti fanno il tifo per lui. Di Beppe si fidano: è onesto, capace, ha fatto aprire Expo in tempo, nonostante in molti scommettessero sul contrario, e ha fatto vendere milioni di biglietti (dell'Esposizione universale si ricorderanno soprattutto le file infinite e le attese di ore per accedere ai padiglioni più gettonati). Stakanovista e maniacale sul lavoro: per mesi, ogni mattina, ha fatto il giro di tutta l'Esposizione a bordo di una delle macchinette a noleggio. Cattolico ma di vedute aperte (davanti alla partecipazione di un gruppo di Grag Queen a Expo non ha battuto ciglio), sposato per tre volte, senza figli, Sala non è un politico. Ma ha tutte le carte per diventarlo.

Denis Verdini, il traditore

denis-verdini Denis Verdini in Senato durante le votazioni emendamenti alla Riforma Costituzionale, Roma 30 Settembre 2015, ANSA/GIUSEPPE LAMI

Se il 2015 è stato l'anno della comparsa all'orizzonte di un presunto, possibile, futuro Partito della Nazione, è impossibile non parlare anche di colui che, in qualche modo, può esserne considerato l'ideologo fin dai tempi del Patto del Nazareno (ma anche da molto molto prima), e cioè quel Denis Verdini, ex coordinatore di Forza Italia, oggi leader di un gruppo di deputati e senatori che sostengono la maggioranza pur non facendone ancora formalmente parte. Se per Silvio Berlusconi il suo ex braccio destro, per lunghi anni tra i consiglieri più ascoltati, colui che diceva di essere “politicamente innamorato di Silvio”, è diventato un traditore, per la sinistra dem Verdini rappresenta una minaccia incombente.

Non c'è occasione in cui esponenti della minoranza Pd non minaccino barricate contro qualsiasi ipotesi d'ingresso nella maggioranza se non addirittura nel Pd. Nel corso di quest'anno Matteo Renzi ha più volte dovuto ribadire che Verdini e i suoi non fanno parte e non faranno nemmeno parte in futuro del suo governo. Ma che se vorranno votare provvedimenti della maggioranza i loro voti saranno ben accetti. Un incubo per gli oppositori interni del presidente del Consiglio diventati praticamente ininfluenti da quando Verdini è corso in soccorso del governo ogni volta che ha rischiato di finire sotto per defezioni della stessa maggioranza. D'altra parte, vicino a Renzi, Verdini c'è sempre stato.

E non solo per una questione di origine geografica o perché il cosiddetto Italicum è un prodotto a quattro mani della coppia Verdini-Boschi. Non sempre tutti ricordano che quando nel 2009 Renzi vinse le primarie per la scelta del candidato sindaco di Firenze, a rivendicare quel successo fu Mario Valducci, allora responsabile degli enti locali per Forza Italia. A votare per il futuro premier erano stati infatti anche molti elettori di centrodestra: se il futuro sindaco della loro città doveva essere qualcuno dell'altra sponda, meglio un amico di Verdini che chiunque altro. Per tornare al presente, all'anno del “tradimento”, c'è da notare un particolare: nessuno dei suoi ex compagni di partito, anche quelli che gli hanno sempre fatto la guerra, si è mai spinto troppo oltre a rinfacciargli qualcosa. Il perché può forse era rintracciato in quello che di lui disse una volta il senatore Vincenzo D'Ala: “Denis sa troppe cose, conosce vita, morte e miracoli di tutta la classe dirigente del centrodestra”. E un bel pezzo anche di quella del centrosinistra.

Maurizio Lupi, l'ex ministro

maurizio-lupi Il Ministro delle Infrastutture Maurizio Lupi alla Camera durante l'informativa urgente in relazione alle vicende giudiziarie che hanno interessato alcuni dirigenti del Ministero, Roma 20 Marzo 2015. ANSA/GIUSEPPE LAMI

Da quando il 20 marzo scorso ha annunciato le sue dimissioni in Aula semideserta, indossando ben due orologi uno per ciascuno polso, Maurizio Lupi ha adottato un profilo non basso, rasoterra. Di lui si è tornato a parlare solo recentemente come possibile candidato sindaco del centrodestra a Milano in chiave anti-Sala. Un'ipotesi tramontata abbastanza in fretta dal momento che la condizione posta da Matteo Salvini per far sì che la Lega corra al fianco di Forza Italia è sempre stata quella di lasciare fuori dall'alleanza il Nuovo Centrodestra di Angelino Alfano con cui Lupi non ha mai voluto rompere. E ciò nonostante la tiepida difesa offertagli dai suoi all'epoca della scandalo che lo costrinse, alla fine, a dimettersi dal ministro dei Trasporti e Infrastrutture del governo Renzi. Scelta che, anzi, tutta la maggioranza di governo, Alfano in testa, silenziosamente incoraggiò. Silenziosamente, appunto, nel senso che nessuno aprì bocca per dire che Lupi, non essendo nemmeno indagato, non doveva dimettersi.

Cos'era successo? Tutti ricordano soprattutto il fatto del Rolex. Quello che Lupi non chiese mai al figlio Luca di restituire. Un Daytona da 10.335 euro regalatogli in occasione della laurea dai coniugi Perotta. Stefano Perotta era un imprenditore che dal ministero diretto da Lupi ha ricevuto decine di milioni di euro di commesse attraverso l'intercessione di due tra i principali collaboratori dell'allora ministro: il potentissimo Ercole Incalza e Franco Cavallo. Tutti arrestati nell'ambito dell'inchiesta “Sistema” sulla presunta rete di affari e di favori nella gestione e affidamento di appalti e grandi opere pubbliche. Peccato che il Rolex del figlio non fosse l'unico cadeaux ricevuto dalla famiglia Lupi da parte della presunta cricca. C'erano infatti anche un abito sartoriale per il ministro in persona, l'assunzione a duemila euro al mese sempre per il figlio, il biglietto aereo in prima classe per la moglie, i regali di Natale (dolci e altri orologi) per la segreteria del ministro, addirittura il monsignore che si prodigava per raccogliere voti. Un pò troppo. Soprattutto per un chierichetto di Don Giussani.

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