Gabriele Antonucci

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Il termine pop, troppo spesso snobbato da una critica in alcuni casi vittima dei suoi stessi pregiudizi, non è una parolaccia, qualora venga declinato con gusto, sensibilità e qualità.

Tutte caratteristiche che ritroviamo tra i solchi di Long Way From Home (Freddy Eggs Records/Artist First) di Peter Cincotti, il suo quinto album in studio, a cinque anni dal precedente Metropolis, scritto, arrangiato e prodotto dallo stesso artista newyorchese negli ultimi due anni.

Il disco è un caleidoscopio di atmosfere e di colori, nel quale confluiscono pop, rock, blues, hip hop, funk e jazz, tutti stili tenuti insieme dal suono inconfondibile del suo pianoforte , più ritmico del solito, e da un gusto per la melodia tipicamente italiano.

Nonna di Piacenza, nonno di Cervinara, in provincia di Avellino, Peter è nato a New York, ma le sue origini italiane hanno dato un contribuito fondamentale alla sua formazione e ora al suo ultimo lavoro Long Way From Home.  Il cantante e pianista americano ha partecipato, inoltre, al Festival di Sanremo nel 2013 in coppia con Simona Molinari con i brani Dr. Jekyll and Mr. Hyde e La felicità.

"Molte canzoni di questo disco sono state ispirate specificamente dall'Italia -ha dichiarato Cincotti-  "Roman Skyes" l'ho scritta seduto in un taxi per le strade di Roma; "Palermo" mi è venuta in un sogno. Quindi, consapevolmente o inconsapevolmente, tra tutto il mio viaggiare nel mondo, le mie esperienze in Italia hanno particolarmente segnato questo album in un modo che nessun altro Paese ha fatto”.

L’album, composto e realizzato nel suo studio del Jersey Shore, è personale e al tempo stesso accessibile anche a un pubblico più ampio rispetto a quello che l’ha scoperto nel 2003 con il folgorante album di debutto Peter Cincotti, basato su rivisitazioni di standard jazz.

Grazie a lui, Michael Bublé, Jamie Cullum e Anthony Strong molti giovani si sono avvicinati all’inizio del Duemila a questo stile a metà strada tra lo swing e il crooning confidenziale alla Frank Sinatra.

In realtà il precursore di questo rilancio è stato George Michael che, nel 1999, ha stupito tutti con l’album di cover Songs of the last century, seguito l’anno dopo da Robbie Williams con il godibile Swing when you are winning.

Questi album erano divertissement prodotti da due star di prima grandezza, mentre Cincotti, fin da adolescente, si era cimentato con il repertorio classico di Frank Sinatra, Dean Martin, Mel Tormè e Bobby Darin.

Già nel successivo On the moon del 2004, l’artista newyorchese ha pubblicato le sue prime composizioni originali, mostrando di non volere restare confinato negli angusti confini di un solo genere.

Una svolta lenta, ma graduale, che ha portato all’ultimo album Long Way From Home, dove dimostra che anche nel 2017 il pop può far rima con qualità, soprattutto se nasce da un’ispirazione personale e sincera come quella che ritroviamo nelle 12 tracce del disco, composte quasi in una dimensione onirica.

"Ad un certo punto, ogni volta che andavo a dormire –ha confessato Cincotti- una nuova canzone mi arrivava in ogni sogno. Così mi svegliavo e scrivevo. Diverse tracce di questo album sono state scritte in questo modo. Ad un punto non mi sembrava di comporre ma di scrivere quello che percepivo essere già lì!".

In queste settimane Peter Cincotti è impegnato in una lunga tournèe mondiale per presentare il nuovo progetto. In Italia arriverà a dicembre per cinque concerti: martedì 5 dicembre (Blue Note, Milano); martedì 12 dicembre (Teatro Puccini, Firenze); mercoledì 13 dicembre (Auditorium Parco della Musica, Roma); giovedì 14 dicembre (Modo, Salerno); per concludere venerdì 15 dicembre (Teatro Forma, Bari).

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