Gabriele Antonucci

-

"Come un uccello sul filo, come un ubriaco in un coro di mezzanotte, ho cercato a modo mio di essere libero".

Nei versi di Bird On The Wire (da Songs From A Room del 1969) ritroviamo il manifesto umano di Leonard Cohen, uno dei più importanti cantautori degli ultimi 50 anni, che oggi avrebbe compiuto 85 anni.

Si definiva, con la modestia che solo i grandi hanno, un "poeta minore", ma è innegabile che alcune sue canzoni rientrino di diritto tra le migliori poesie del Novecento.

Se c'è un artista, oltre a Bob Dylan, che avrebbe meritato il Nobel per la Letteratura, quello è Leonard Cohen, cantautore, scrittore e poeta, che ci ha lasciato tre anni fa, il 7 novembre 2016, dopo averci regalato un mese prima il suo testamento artistico, il cupo ed emozionante You want it darker, un titolo quasi profetico sulla morte ormai imminente.

Nato nel Quebec, Cohen aveva imparato da ragazzino a suonare la chitarra e formato una piccola band.

Leggere Federico Garcia Lorca lo aveva avvicinato alla poesia. Finita l'universita'' a McGill, Cohen si era trasferito nell'isola greca di Idra dove aveva comprato una casa per una manciata di dollari lasciatagli dal padre che era morto quando lui aveva nove anni.

Lì aveva pubblicato la sua prime raccolte di poesie, Flowers for Hitler (1964) e i romanzi The Favourite Game (1963) e Beautiful Losers (1966).

Improbabile pop star, Cohen aveva 33 anni quando uscì il suo primo disco nel 1967. "La sua immagine ascetica era in totale controtendenza con gli eccessi dionisaci associati con il rock and roll", ha scritto il New York Times che cita anche la definizione che gli fu affibbiata di "maestro della disperazione erotica".

The Songs of Leonard Cohen vendette a sorpresa oltre 100.000 copie, il suo miglior risultato commerciale fino al 1988.

La critica gridò al miracolo, assegnandogli il ruolo di rivale canadese di Bob Dylan, con il quale condivideva la scrittura raffinata e una misoginia neanche troppo velata.

Cohen traspose i suoi versi e la sua inquietudine su accordi minori, con una produzione scarna che costringeva gli ascoltatori a concentrarsi sulle parole delle canzoni più che sui suoni.

Indimenticabili Suzanne, con il suo simbolismo religioso, e So long, Marianne, ballad all'insegna dello struggimento e della solitudine.

Ancora più malinconico e intimista dell'album di debutto, Songs from a room del 1969 non ripetè il successo commerciale di The songs of Leonard Cohen, anche se era un album più coeso musicalmente ed emblematico della sua poetica.

Dieci canzoni in cui hanno un ruolo fondamentale i rapporti interpersonali, a eccezione di The partisan, un brano apertamente politico sulla Seconda guerra mondiale.

The butcher è incentrato sul rapporto tra padre e figlio, mentre in Seems so long ago, Nancy, il cantautore gioca sulla promiscuità per avvalorare la sua misantropia, un topos dei primi album.

Il maggiore successo di vendite nella quasi cinquantennale carriera di Cohen è stato I'm your man del 1988, trascinato dall'eponima canzone, un inno di devozione che ogni donna vorrebbe ricevere in dedica, e dalla hit First we take Manhattan, sorretta da sorprendenti sintetizzatori e dalla batteria elettronica.

Oltre che nei suoni, la novità principale dell'album è l'umorismo tipicamente jewish che lo pervade, a partire dalla copertina in bianco e nero dove cui il cantautore, con gli occhiali da sole, mangia una banana.

Emblematica, in questo senso, è Everybody knows, in cui Cohen si prende beffe della rivoluzione sessuale del 1968 alla luce dei pericoli dell'Aids, che inducono a più miti consigli. La chiusura dell'album è affidata a Tower of song, la ciliegina sulla torta di un album straordinario

Il 22 novembre uscirà Thanks for the Dance, primo album postumo di inediti di Leonard Cohen, realizzato grazie all’impegno e alla passione del figlio Adam, con la collaborazione di illustri amici e colleghi che hanno lavorato con Leonard negli anni.

“Thanks for the Dance” non è una raccolta commemorativa di B sides e di tracce scartate, ma un vero e proprio disco che esce a sorpresa, composto da nuove canzoni, eccitanti e vitali, la reale continuazione del lavoro del Maestro.

L’album è disponibile in pre order da venerdì 20 settembre, così come il nuovo brano “The Goal”.

Sette mesi dopo la morte di suo padre, Adam Cohen si era ritirato nel garage in cortile, vicino alla casa di Leonard, per lavorare di nuovo con il padre e per stare in compagnia della sua voce.

Della loro precedente collaborazione in "You Want It Darker" erano rimasti dei bozzetti musicali, a volte poco più delle semplici tracce vocali. Leonard al tempo aveva chiesto a suo figlio di portare a termine questo lavoro e così è stato.

Questo straordinario nuovo album “Thanks for the Dance” è stato realizzato in vari luoghi.

Il grande musicista spagnolo Javier Mas, che ha accompagnato Leonard sul palco negli ultimi otto anni di tour, è volato da Barcellona a Los Angeles per catturare lo spirito di Leonard e imprimerlo di nuovo nella sua storica chitarra.

A Berlino, durante un evento musicale chiamato People Festival, Adam ha invitato amici e colleghi a prestare il loro talento: Damien Rice e Leslie Feist hanno cantato, Richard Reed Parry degli Arcade Fire ha suonato il basso, Bryce Dessner dei The National ha suonato la chitarra, il compositore Dustin O’Halloran ha suonato il piano. Hanno partecipato anche il coro berlinese Cantus Domus e l'orchestra s t a r g a z e.

A Montreal è intervenuto il celebre produttore Daniel Lanois, che ha arricchito gli arrangiamenti.

Il coro Shaar Hashomayim, che ha avuto un ruolo importante nel caratterizzare il sound dell'ultimo album di Leonard Cohen, ha contribuito a una canzone, e Patrick Watson, con il suo inimitabile talento, ha co-prodotto un brano.

A Los Angeles, Jennifer Warnes, amica e collaboratrice di vecchia data di Leonard, ha registrato le secondi voci, mentre Beck ha contribuito alla chitarra e all'arpa ebraica.

Michael Chaves, che aveva elegantemente registrato e mixato "You Want It Darker", ha curato la registrazione e il missaggio.

Grazie a tutto questo, è nato “Thanks For The Dance”, il nuovo album di Leonard Cohen che riesce misteriosamente a ricreare davvero l'essenza del suono dell’artista.

«Nel comporre e arrangiare la musica affinché si adattasse alle sue parole, abbiamo seguito la sua impronta musicale, tenendolo così con noi» racconta Adam Cohen «Ciò che mi ha davvero commosso è stata la sorpresa di coloro che hanno ascoltato questo album, "Leonard è vivo!" hanno esclamato uno dopo l’altro»

In una canzone del 1992, Anthem, Cohen cantava: “C’è una crepa in tutte le cose / è il modo in cui la luce riesce a entrare”.

Una luce che, dopo tre anni, non si è ancora spenta.

© Riproduzione Riservata

Commenti