Ilaria Molinari

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Ci sarà sicuramente qualcuno che per sport troverà qualcosa da dire contro l’Andrea Chénier di Umberto Giordano messo in scena dal Maestro Riccardo Chailly con la regia di Mario Martone per la prima del Teatro alla Scala del 7 dicembre.
Non noi.

Coraggiosa, potente, dirompente, ricca e curata nei minimi dettagli. L’opera verista, assente dal palcoscenico scaligero dal 1963, è stata un trionfo. Un trionfo di suoni, di voci, di costumi, di regia. Uno spettacolo che è arrivato dritto al cuore del pubblico in sala e a casa, grazie alle dirette sulla televisione pubblica (un buon motivo per pagare il canone) e non solo.

Una scelta coraggiosa

Vi abbiamo raccontato già qui di cosa parla l’opera di un giovanissimo Umberto Giordano, uomo del sud (è nato a Foggia nel 1867), emigrato al nord (morirà a Milano nel 1948), che la compose a soli 29 anni. Dà voce al poeta francese realmente esistito, Andrea Chénier appunto, con le parole del librettista Luigi Illica e al suo amore indiscusso per l'aristocratica Maddalena di Cogny.

Il momento storico è quello della Rivoluzione francese del '700, gli anni del “Terrore”. È forte la presenza del tema sociale, del dramma storico, del riscatto degli umili. È in questo ambito che svetta il tema dell’amore: per l’altro, per la patria. L’amore che funziona da motore attivo della storia, l’amore che è la vera rivoluzione, che trova nella morte il suo trionfo, che nella morte restituisce eternità.

Coraggiosa la scelta di portare Andrea Chénier in Scala. La complessità dell’opera, vocale, musicale e scenica, ha rappresentato una sfida altissima per tutti: per i cantanti per i quali spinge spesso sulla parte più acuta delle loro tessiture, per l’orchestra, per la direzione.

Sfida vinta su tutti i fronti. Soprattutto perché Chailly la porta in scena così come fu scritta, senza interruzioni attraverso le sei grandi romanze che la compongono in un flusso continuo, musicalmente compatto. Scelta perfetta.

Eyvazov, la rivelazione

E allora eccolo Andrea Chénier, il tenore Yusif Eyvazov, classe 1977, la vera rivelazione della serata. Azero ma cresciuto professionalmente in Italia, ha stupito per la perfezione della sua dizione, per la buona linea del canto (nonostante qualche piccola sbavatura), per la tenuta di una parte davvero impervia per un tenore.

Su di lui le attenzioni di tutti: non solo perché era il debutto assoluto sul palco della Scala, ma anche perché i gossip delle scorse settimane lo volevamo come “agevolato” in questa sua prima storica dal fatto di essere il marito dell’altra grande protagonista della serata, il soprano conclamato Anna Netrebko. Resteranno solo dei gossip perché Eyvazov ha ricevuto il tributo di un loggione tanto temuto quanto entusiasta della sua esecuzione.

Con lui Anna Netrebko, appunto, nella parte della nobile Maddalena di Coigny che di lui si innamorerà alla follia fino a decidere di morire insieme quando sarà condannato alla ghigliottina in quanto giudicato “traditore” dal tribunale popolare.

Voce straordinaria come sempre quella della Netrebko, colore caldo, timbro suadente, da brividi l’aria de “La mamma morta” al terzo quadro e nel duetto “Vicino a te s’acqueta” con Chénier al quarto quadro. Legati straordinari, pianissimi sublimi e una presenza scenica che da sola bastava a compensare anche quella di Eyvazov, visibilmente più ingessato di lei.

A rappresentare la realtà cruda e violenza del popolo, il forte Carlo Gérard interpretato magistralmente dal baritono Luca Salsi, il maggiordomo che abbandona il lavoro a servizio della famiglia aristocratica di Coigny per dedicare la sua vita alla rivoluzione. Innamorato di Maddalena sarà poi lui a capire come la storia dovrà proseguire, quella del popolo e quella che lega Maddalena ad Andrea, triangolo amoroso da cui dovrà sfilarsi per lasciare all’amore la possibilità di vincere sulla morte. Magistrali le sue arie “Un dì m’era di gioia” e “Io t’ho voluto allor che tu piccina”.

Ottimo comunque tutto il cast tra cui Annalisa Stroppa (Bersi), Mariana Pentcheva (la contessa di Coigny), sublime Judit Kutasi (La Vecchia Madelon). Buona la performance del coro e anche del corpo di ballo del Teatro alla Scala che nel primo quadro aggiunge sontuosità alla scena della festa tra i saloni di casa Di Coigny.

Il Terzo Stato

Davvero di impatto la scenografia con una piattaforma rotante che consentiva il cambio di ambientazione. Così le scene di Margherita Palli e i costumi di Ursula Patzak presentano nel primo quadro il salone della festa di casa Di Cogny con costumi sfarzosi in pieno stile settecentesco, specchi, divani, poltrone, sontuosità dorate. Il popolo è di là dalle finestre a guardare dentro casa, minaccioso anticipatore di quanto sta per accadere e di cui l'aristocrazia sembra non accorgersi intenta com'è a fare festeggiamenti.

Ma eccolo il Terzo stato, appare nel secondo quadro tra le strade di Parigi, tra popolani, prostitute e gente semplice che sventola bandiere. La scena si svuota fino all'ultimo atto quando rimarrà solo la ghigliottina a dominare sopra il popolo giudice e spettatore delle decapitazioni dei "traditori". Lì stanno per morire Andrea Chénier e Maddalena fieri di rendere eterno il loro amore nella morte.

Si chiude il sipario. Undici minuti di applausi. Loggione in delirio. Fiori e rose invadono il palcoscenico. Andrea Chénier ha conquistato Milano. E tutti noi.

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