Domenica 8 novembre sarà uno di quei giorni speciali. A renderlo tanto speciale non saranno il calcio o il tennis, e nemmeno la Formula 1. No, l’8 novembre sarà la giornata gastronomica dedicata al cappuccino. Il World Cappuccino Day, come è stato ufficialmente battezzato a livello internazionale. Una ricorrenza consacrata a una delle bevande più conosciute e consumate al mondo, oramai. Dietro a una tazza di cappuccino si cela una storia secolare, fatta di leggende, trasformazioni e contaminazioni culturali.
La storia del cappuccino
Le radici del cappuccino affondano nel 1683, a Vienna. Secondo la tradizione, il frate cappuccino Marco d’Aviano, inviato nella capitale austriaca per stringere alleanze contro il pericoloso Impero ottomano (che aveva mire espansionistiche sull’Europa cristiana), avrebbe addolcito il sapore troppo intenso del caffè locale aggiungendovi del latte. Un locandiere che lo osservava avrebbe esclamato «Kapuziner!» (riferendosi al frate), dando così il nome canonico alla bevanda.
Il colore, simile in effetti al saio marrone dei frati dell’Ordine dei Cappuccini, ramo francescano della Chiesa cattolica, avrebbe poi rafforzato il legame con quella denominazione. Il termine «cappuccino», in italiano, è il diminutivo di «cappuccio»: copricapo, o comunque qualcosa che copre la testa.
L’evoluzione della bevanda e il salto tecnologico
Nel corso del XVIII secolo, il cappuccino si arricchì di spezie, aromi e panna montata, diffondendosi in Friuli Venezia Giulia e poi nell’intero Impero austro-ungarico. In quel periodo, la preparazione manuale della schiuma di latte divenne un elemento centrale nella sua identità. Ma fu solo con l’avvento delle prime macchine da caffè espresso, all’inizio del Novecento, che la bevanda assunse la forma che conosciamo oggi. In questo senso, il beccuccio a vapore consentì di montare il latte in modo più preciso e uniforme. Un’ulteriore svolta tecnologica avvenne nel 1945, quando Achille Gaggia perfezionò la macchina espresso moderna, imprimendo un’ulteriore accelerazione alla diffusione della bevanda.
Fare un cappuccino a regola d’arte non è affatto semplice come potrebbe sembrare. Il rapporto tra espresso, latte caldo e schiuma richiede attenzione e precisione in grandi quantità: tanto è vero che è considerata una delle preparazioni più difficili fra quelle a base di espresso. I baristi più esperti riescono persino a realizzare decorazioni raffinate sulla superficie del latte, una pratica oggi nota come «latte art».
Chi è il miglior barista dell’Espresso Italiano
In attesa del World Cappuccino Day, oggi 6 novembre si è svolta a Torino l’Espresso Italiano Champion 2026, la competizione internazionale promossa dall’Istituto Espresso Italiano. Ne è emerso vincitore Nei Pavletic, giovane barista sloveno di 22 anni.
I cinque finalisti, tutti di altissimo livello, si sono sfidati in una gara dove a contare erano precisione, preparazione tecnica, capacità sensoriale e padronanza del servizio. Una giuria li ha valutati per ogni singolo passaggio dell’estrazione dell’espresso e del cappuccino (che sarà protagonista assoluto, appunto, l’8 novembre).
Il presidente dell’Istituto Espresso Italiano, Alessandro Borea, ha precisato il reale obiettivo della competizione: «Questa finale ha messo al centro il talento dei baristi e il valore del confronto internazionale, esperienze, scuole e sensibilità diverse si sono incontrate attorno a un obiettivo comune: esprimere in tazza la qualità dell’espresso italiano». «Il titolo», ha aggiunto «premia l’eccellenza, ma il significato della competizione va oltre il risultato, ovvero favorire lo scambio tra professionisti e contribuire alla crescita della cultura del caffè (e di conseguenza anche del cappuccino, ndr) e degli standard del servizio».
Il cappuccino nel mondo dei cocktail
In occasione del World Cappuccino Day, la distilleria romana Pallini proporrà una lettura di questa ricorrenza molto originale. Il cocktail «Nero a metà», firmato da Daniele Scotti del Cappuccino Cocktail Bar di Roma e realizzato con l’Amaro Formidabile, si ispira nell’aspetto al cappuccino, reinterpretandone l’immaginario attraverso la mixology. Il nome è un omaggio all’omonimo album di Pino Daniele: un richiamo alla cultura partenopea e a una certa idea di incontro tra mondi diversi, di dialogo. Aromi e consistenze si intrecciano in un bicchiere che guarda al passato senza tuttavia rinunciare al gusto della sperimentazione.

