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Oltre Han Kang: il nuovo viaggio della letteratura coreana nel mondo

Oltre Han Kang: il nuovo viaggio della letteratura coreana nel mondo
COLOGNE, GERMANY – SEPTEMBER 09: Han Kang takes part in a talk during Lit.COLOGNE spezial 2026 at Kulturkirche on September 09, 2026 in Cologne, Germany. (Photo by Hesham Elsherif/Getty Images)

Il Nobel a Han Kang ha acceso i riflettori su una letteratura che il mondo sta imparando a conoscere. Dalla fantascienza all’horror, passando per le nuove generazioni di scrittori, le traduzioni e un mercato internazionale in crescita, ecco le storie che raccontano una Corea molto diversa da quella dei K-drama

Per anni il mondo ha imparato a riconoscere la Corea del Sud soprattutto attraverso le immagini. I videoclip musicali, le serie televisive, il cinema, la moda e una città come Seoul, diventata progressivamente familiare anche a chi non l’ha mai visitata, hanno contribuito a costruire un immaginario collettivo nel quale il Paese è stato raccontato attraverso la sua capacità di produrre cultura popolare e trasformare fenomeni inizialmente considerati lontani in esperienze condivise da milioni di persone. Poi, il 10 ottobre 2024, l’assegnazione del Premio Nobel per la Letteratura a Han Kang ha riportato l’attenzione internazionale su un’altra forma di racconto, meno immediata da tradurre in immagini, più difficile da racchiudere in una definizione e forse proprio per questo capace di restituire una dimensione della società coreana che il successo globale della Korean Wave, nonostante la sua straordinaria diffusione, non poteva rappresentare da solo.

Il riconoscimento dell’Accademia di Svezia, attribuito alla scrittrice per una prosa poetica capace di confrontarsi con i traumi della storia e con la fragilità della condizione umana, ha segnato una svolta nella visibilità internazionale della narrativa sudcoreana, ma sarebbe un errore considerarlo il momento in cui il mondo ha cominciato a leggere la Corea. Dietro quel premio esiste una tradizione letteraria che attraversa la colonizzazione giapponese, la divisione della penisola, la guerra, l’autoritarismo e la democratizzazione, ma anche le trasformazioni economiche e sociali che hanno accompagnato il Paese verso la modernità, producendo una pluralità di voci, linguaggi e sensibilità impossibile da ricondurre alla storia di una sola autrice.

Oggi quella letteratura sta raggiungendo pubblici sempre più diversi, e lo sta facendo attraverso opere che non potrebbero essere più lontane tra loro. Romanzi storici e racconti dell’orrore, fantascienza, narrativa sentimentale, testi sperimentali, opere dedicate alla memoria collettiva e storie apparentemente minime convivono in un panorama nel quale l’appartenenza nazionale non coincide necessariamente con una visione comune del mondo. È proprio questa molteplicità a rendere particolarmente interessante la crescita internazionale della letteratura coreana, perché dietro l’etichetta ormai familiare di K-literature si nasconde un universo molto più articolato di quello suggerito dal successo di pochi titoli.

E i numeri, per una volta, permettono di osservare un fenomeno che non si esaurisce nell’entusiasmo seguito a un riconoscimento internazionale. Secondo i dati diffusi nel 2026 dal Literature Translation Institute of Korea, le opere sostenute attraverso i programmi dell’istituto per la traduzione e la pubblicazione hanno raggiunto nel 2025 quasi 1,2 milioni di copie vendute all’estero, mantenendo risultati sostanzialmente stabili rispetto all’anno precedente. Tra il 2021 e il 2025, le vendite cumulative dei titoli monitorati hanno superato i 3,58 milioni di copie, distribuite tra oltre mille opere pubblicate in una quarantina di mercati linguistici.

Un risultato che suggerisce come la questione non riguardi più soltanto la capacità di attirare l’attenzione internazionale, ma la possibilità di costruire nel tempo una comunità di lettori disposti a cercare storie coreane anche al di fuori dei nomi già consacrati.

Il Nobel a Han Kang e tutto quello che era cominciato prima

La portata del riconoscimento assegnato a Han Kang si comprende pienamente tornando indietro al 2016, quando La vegetariana, tradotto in inglese da Deborah Smith, conquistò il Man Booker International Prize, diventando uno dei principali punti di riferimento per la diffusione internazionale della narrativa coreana contemporanea.

Il romanzo, costruito attorno alla decisione della protagonista Yeong-hye di smettere di mangiare carne, trasforma un gesto apparentemente individuale in una frattura capace di mettere in discussione gli equilibri familiari, le convenzioni sociali e il rapporto tra libertà personale e controllo del corpo. La scelta della donna, anziché essere accolta come una decisione che appartiene alla sua sfera privata, diventa progressivamente oggetto di interpretazioni e pressioni da parte delle persone che la circondano, facendo emergere una violenza che si manifesta non soltanto attraverso gli atti espliciti, ma anche nell’incapacità di riconoscere il diritto di un individuo a sottrarsi alle aspettative degli altri.

La forza della scrittura di Han Kang non consiste nell’offrire ai lettori stranieri una spiegazione della società sudcoreana, ma nel trasformare una vicenda profondamente radicata nel proprio contesto culturale in una riflessione sulla vulnerabilità umana che può essere riconosciuta anche al di fuori di quel contesto.

In Atti umani, pubblicato originariamente in Corea nel 2014, la scrittrice affronta invece il massacro di Gwangju del maggio 1980 attraverso una narrazione polifonica nella quale le esperienze delle vittime e dei sopravvissuti continuano a interrogare il rapporto tra memoria individuale e responsabilità collettiva. In Non dico addio, la storia torna a essere attraversata dal ricordo della violenza, questa volta attraverso le stragi di Jeju e la difficoltà di conservare la memoria di ciò che una comunità ha subito quando il tempo, il silenzio e la scomparsa dei testimoni rischiano di cancellarne le tracce.

Sono opere nelle quali gli eventi storici non vengono utilizzati come semplici elementi di contesto, ma diventano parte integrante della costruzione narrativa, attraversando i corpi, le relazioni e il linguaggio dei personaggi. Il passato non rimane confinato nella ricostruzione di ciò che è accaduto, ma continua a esistere attraverso le conseguenze che produce sulle persone e sulle generazioni successive.

Il Nobel del 2024 ha riconosciuto questa capacità di confrontarsi con la storia attraverso una scrittura sperimentale e poetica, contribuendo a rendere visibile un’autrice che aveva già ottenuto importanti riconoscimenti internazionali. Ma proprio il successo di Han Kang rende necessario evitare una nuova semplificazione: identificare la letteratura coreana esclusivamente con il trauma storico, la sofferenza e la memoria collettiva.

Accanto a questa tradizione, infatti, esistono scritture che affrontano la realtà attraverso strumenti completamente differenti, dalla satira alla fantascienza, dalla narrativa di genere alle storie che osservano le contraddizioni della vita quotidiana. Comprendere la ricchezza di questo panorama significa riconoscere che non esiste un’unica esperienza coreana da raccontare e che la letteratura, anche quando nasce all’interno della stessa società, può produrre interpretazioni profondamente diverse della sua storia e del suo presente.

La nuova letteratura coreana, tra fantascienza, horror e vita quotidiana

Uno degli aspetti più interessanti della narrativa coreana contemporanea è la capacità di attraversare generi tradizionalmente considerati distanti, utilizzando il fantastico per interrogare la realtà e il quotidiano per raccontare trasformazioni sociali che non sempre trovano spazio nelle rappresentazioni più conosciute del Paese.

Bora Chung, per esempio, ha costruito una parte importante del proprio universo letterario attorno all’orrore, al grottesco e alla fantascienza. La raccolta Coniglio maledetto, pubblicata in inglese con il titolo Cursed Bunny nella traduzione di Anton Hur, è arrivata tra i finalisti dell’International Booker Prize nel 2022, portando all’attenzione internazionale una scrittura nella quale maledizioni, trasformazioni fisiche e situazioni apparentemente impossibili diventano strumenti per osservare rapporti di potere, violenza, capitalismo e condizione femminile.

Il fantastico non rappresenta necessariamente una fuga dalla realtà, ma può diventare un modo per deformarla abbastanza da renderne più evidenti le contraddizioni. È una prospettiva che attraversa anche una parte della fantascienza coreana contemporanea, nella quale gli scenari tecnologici e i mondi immaginari non vengono utilizzati soltanto per anticipare le trasformazioni del futuro, ma per interrogarsi sulle conseguenze sociali di quelle già in corso.

Autrici come Kim Bo-young e Kim Cho-yeop hanno contribuito a dare visibilità internazionale a una narrativa speculativa che affronta questioni legate all’identità, alla tecnologia, alle relazioni e alla possibilità di costruire forme differenti di convivenza. In un Paese spesso associato all’innovazione e alla rapidità dello sviluppo tecnologico, la fantascienza può diventare un territorio particolarmente significativo per interrogare il rapporto tra progresso e disuguaglianze, tra capacità tecnica e responsabilità collettiva.

Ma la narrativa fantastica sudcoreana possiede anche una tradizione che precede l’attuale interesse internazionale. Il fantasy di Lee Young-do, autore di opere come Dragon Raja e The Bird That Drinks Tears, rappresenta uno dei percorsi attraverso i quali la letteratura di genere coreana ha costruito universi narrativi complessi e un rapporto diretto con comunità di lettori che non coincide necessariamente con il mercato della narrativa letteraria tradizionale.

All’estremo apparentemente opposto si trovano opere nelle quali non sono necessari mondi impossibili o eventi straordinari per raccontare le difficoltà della società contemporanea. Love in the Big City di Sang Young Park, arrivato nella longlist dell’International Booker Prize nel 2022 nella traduzione di Anton Hur, attraversa la vita sentimentale, l’identità e le relazioni nella Seoul contemporanea, costruendo un racconto nel quale la città non rappresenta soltanto uno sfondo, ma contribuisce a definire il modo in cui i personaggi vivono l’intimità, l’amicizia e la solitudine.

È un universo narrativo profondamente diverso da quello di Han Kang o di Bora Chung, e proprio per questo contribuisce ad ampliare la percezione internazionale della letteratura coreana, mostrando quanto sia riduttivo considerarla una produzione omogenea, identificabile attraverso un numero limitato di temi.

La stessa varietà emerge osservando il successo della narrativa contemporanea dedicata al lavoro, al benessere individuale e alla ricerca di nuovi equilibri personali, una produzione che negli ultimi anni ha trovato lettori anche al di fuori della Corea e che racconta una dimensione meno spettacolare, ma altrettanto significativa, delle trasformazioni sociali del Paese.

I numeri della letteratura coreana nel mondo

L’espansione internazionale della narrativa sudcoreana non può essere descritta soltanto attraverso i premi letterari o la crescente presenza dei suoi autori nei cataloghi editoriali stranieri. Le rilevazioni sulle vendite permettono di osservare come il fenomeno stia assumendo caratteristiche più strutturate, pur rimanendo necessario distinguere i risultati dei programmi di sostegno dalla dimensione complessiva del mercato.

Secondo i dati del Literature Translation Institute of Korea relativi alle opere finanziate attraverso i suoi programmi di traduzione e pubblicazione, nel 2025 le vendite all’estero hanno raggiunto 1.197.557 copie, con un aumento di appena 228 unità rispetto all’anno precedente. Una crescita numericamente marginale, che tuttavia assume un significato particolare se letta alla luce dell’eccezionale attenzione internazionale generata dal Nobel del 2024: il livello delle vendite è rimasto sostanzialmente invariato anche nell’anno successivo, suggerendo che l’interesse verso i libri coreani non sia scomparso con l’esaurirsi della prima ondata mediatica.

Tra il 2021 e il 2025, le vendite cumulative delle 1.026 opere considerate dalla rilevazione hanno raggiunto circa 3,58 milioni di copie, attraverso pubblicazioni distribuite in 40 aree linguistiche. Si tratta di un campione specifico, costituito dai titoli sostenuti dall’istituto, e non di una misurazione esaustiva di tutte le vendite mondiali di letteratura coreana, ma è comunque un indicatore significativo della capacità di una produzione editoriale nazionale di consolidare la propria presenza sui mercati stranieri.

Ancora più interessante è la distribuzione dei risultati. Nel 2025 sono state 50 le opere tradotte che hanno superato le cinquemila copie vendute, mentre 28 hanno oltrepassato la soglia delle diecimila. Un elemento che indica come il mercato non dipenda esclusivamente dal successo di un unico titolo, ma comprenda un numero crescente di pubblicazioni capaci di raggiungere lettori in contesti linguistici differenti.

Accanto a Han Kang, emergono infatti opere che appartengono a generi e sensibilità molto diversi. Welcome to the Hyunam-dong Bookshop di Hwang Bo-reum, romanzo costruito attorno a una libreria e alla ricerca di un nuovo equilibrio tra lavoro, relazioni e benessere personale, ha registrato nel 2025 circa 88 mila copie vendute attraverso sei edizioni tradotte considerate dall’indagine. The Second Chance Convenience Store di Kim Ho-yeon ha raggiunto circa 66 mila copie attraverso nove edizioni tradotte.

Numeri che raccontano un fenomeno differente rispetto a quello rappresentato dalla consacrazione internazionale di un’autrice come Han Kang. In questi casi il successo non nasce necessariamente da un grande riconoscimento letterario, ma dalla capacità di storie legate alla vita quotidiana, alla ricerca di conforto e alle relazioni umane di trovare lettori in mercati culturalmente distanti.

Le opere di Han Kang continuano comunque a rappresentare un punto di riferimento importante anche sul piano commerciale. Secondo la stessa rilevazione, Non dico addio ha raggiunto, tra il 2023 e il 2025, circa 300 mila copie vendute in tredici Paesi, risultando il titolo con le vendite cumulative più elevate tra quelli considerati nell’indagine.

Il dato più significativo, tuttavia, non riguarda necessariamente il primato di un’autrice o la crescita di una singola classifica. È la progressiva diversificazione delle opere che riescono a trovare un pubblico internazionale, perché la maturità di un mercato editoriale si misura anche nella capacità di offrire alternative ai lettori, permettendo loro di scoprire nuovi autori senza dipendere continuamente dai nomi già consacrati.

Il lavoro invisibile di chi traduce la Corea

Quando un romanzo coreano arriva sugli scaffali di una libreria italiana, il viaggio più complesso è spesso già avvenuto. Prima di quella copia esistono infatti una serie di decisioni editoriali, linguistiche e culturali che raramente trovano spazio nel racconto pubblico del successo internazionale di un libro.

Un’opera deve essere individuata, proposta a un editore straniero, valutata, acquistata, tradotta, curata e presentata a lettori che non condividono necessariamente gli stessi riferimenti culturali del pubblico per il quale era stata originariamente scritta. È un processo nel quale intervengono professionisti differenti, dai responsabili dei diritti ai traduttori, dagli editor ai librai, e nel quale il valore letterario di un testo non garantisce automaticamente la possibilità che venga scoperto al di fuori del proprio Paese.

La traduzione costituisce naturalmente uno dei passaggi più delicati, perché trasferire una storia da una lingua all’altra significa affrontare problemi che non possono essere risolti attraverso la semplice ricerca di parole equivalenti.

Nel coreano, per esempio, i livelli di formalità, le forme di cortesia e le scelte linguistiche attraverso le quali si esprimono i rapporti tra le persone possono contenere informazioni sull’età, sulla posizione sociale o sul grado di intimità tra due personaggi che non trovano un equivalente diretto in italiano. Lo stesso vale per alcune espressioni culturali, per l’umorismo, per i riferimenti storici e per quelle sfumature emotive che, all’interno della lingua originale, possono essere suggerite senza bisogno di spiegazioni esplicite.

Tradurre significa quindi compiere una serie continua di scelte, decidendo quali elementi conservare, quali rendere attraverso strumenti linguistici differenti e come permettere al lettore straniero di entrare in relazione con un testo senza cancellare completamente la distanza culturale che lo rende particolare.

Il riconoscimento internazionale di La vegetariana nel 2016 ha avuto un’importanza significativa anche da questo punto di vista. Il Man Booker International Prize venne attribuito sia a Han Kang sia alla sua traduttrice inglese Deborah Smith, riconoscendo il ruolo determinante della traduzione nella possibilità di far conoscere un’opera a un pubblico internazionale.

Ma accanto ai grandi riconoscimenti esiste il lavoro quotidiano di chi rende disponibili libri che, senza una traduzione, resterebbero accessibili soltanto a un numero limitato di lettori. È un’attività che riguarda le grandi case editrici, ma anche gli editori indipendenti, le agenzie letterarie e i professionisti che individuano autori non ancora conosciuti e contribuiscono a costruire percorsi editoriali spesso lunghi e complessi.

In Italia, le opere di Han Kang pubblicate da Adelphi rappresentano uno degli esempi più riconoscibili di questo processo, ma la crescita dell’interesse verso la narrativa coreana riguarda anche la pubblicazione di testi appartenenti a generi differenti, dalla letteratura contemporanea al fantastico, e pone interrogativi sulla capacità del mercato italiano di accogliere voci che non possiedono ancora una notorietà internazionale consolidata.

Il problema, infatti, non consiste soltanto nel tradurre una storia, ma nel fare in modo che qualcuno possa incontrarla. Una traduzione rende un libro linguisticamente accessibile; non garantisce che venga distribuito adeguatamente, che trovi spazio nelle librerie o che i lettori siano messi nelle condizioni di scoprirne l’esistenza.

Ed è proprio in questa distanza tra accessibilità e visibilità che si gioca una parte importante del futuro internazionale della letteratura coreana.

La Corea raccontata dai libri, oltre la Korean Wave

Il successo internazionale del K-pop, dei K-drama e del cinema sudcoreano ha modificato profondamente il modo in cui milioni di persone si avvicinano al Paese, creando un immaginario culturale nel quale luoghi, espressioni linguistiche e riferimenti sociali sono diventati progressivamente più familiari.

La letteratura può beneficiare di questa crescente curiosità, ma sarebbe riduttivo considerarla una semplice estensione della Korean Wave, come se il suo compito fosse quello di approfondire ciò che il pubblico ha già imparato a conoscere attraverso lo schermo.

La scrittura possiede strumenti narrativi differenti. Può trattenersi per pagine intere su un pensiero che un personaggio non riesce a pronunciare, ricostruire il rapporto tra memoria e identità attraverso dettagli apparentemente insignificanti, raccontare il peso delle aspettative familiari senza trasformarlo necessariamente in un conflitto visibile oppure affrontare questioni sociali attraverso la deformazione fantastica della realtà.

Può anche scegliere di non spiegare nulla, lasciando al lettore il compito di confrontarsi con una contraddizione, con un personaggio difficile da interpretare o con una storia che non offre una conclusione rassicurante.

Non si tratta di stabilire una gerarchia nella quale la letteratura possieda necessariamente una profondità negata agli altri linguaggi culturali, ma di riconoscere che la comprensione di un Paese si costruisce attraverso prospettive differenti e che il successo di una serie televisiva non può sostituire il confronto con le voci degli autori che ne raccontano la società a partire da sensibilità individuali, esperienze personali e tradizioni narrative diverse.

Il rapporto tra letteratura e cultura audiovisiva diventa ancora più interessante quando le storie attraversano formati differenti, passando dai romanzi e dalle web novel agli adattamenti televisivi, oppure quando il successo di una produzione cinematografica spinge nuovi spettatori a risalire al testo dal quale è nata.

In questi casi il percorso non procede necessariamente in una sola direzione. Una storia può raggiungere il pubblico attraverso lo schermo e trovare successivamente una nuova vita nella lettura, oppure può continuare a trasformarsi attraverso adattamenti, traduzioni e interpretazioni destinate a contesti culturali differenti.

Resta però fondamentale distinguere la letteratura in senso stretto dalle altre forme di narrazione scritta e illustrata che compongono l’ecosistema culturale contemporaneo. Romanzi, web novel, webtoon, cinema e televisione possiedono storie, mercati e linguaggi specifici, e il loro dialogo non deve cancellare le differenze che li caratterizzano.

Una storia non diventa automaticamente migliore perché viene adattata per lo schermo, così come il successo di una serie televisiva non può essere considerato l’unica misura del valore dell’opera originale.

La questione riguarda piuttosto il modo in cui un racconto cambia quando incontra un nuovo linguaggio e un pubblico differente, quali elementi vengono conservati, quali trasformati e quali aspetti dell’opera iniziale rischiano di scomparire nel passaggio da una forma narrativa all’altra.

Il paradosso della K-literature: diventare riconoscibili senza diventare tutti uguali

Negli ultimi anni il prefisso K è diventato uno degli strumenti più efficaci attraverso i quali il pubblico internazionale identifica i prodotti culturali sudcoreani. Dal K-pop ai K-drama, passando per la moda e la bellezza, il riferimento alla Corea ha acquisito una riconoscibilità che in passato sarebbe stata difficile da immaginare.

Applicare lo stesso meccanismo alla letteratura, tuttavia, presenta alcune complicazioni.

Una tradizione letteraria non può essere ridotta con la stessa facilità a un insieme di caratteristiche stilistiche o narrative riconoscibili. Un romanzo storico, un’opera sperimentale, una storia fantastica e un racconto sulla vita quotidiana possono appartenere alla stessa letteratura nazionale senza condividere necessariamente temi, strutture o intenzioni.

L’etichetta K-literature può rappresentare uno strumento utile per orientare l’attenzione dei lettori, delle librerie e degli editori, ma rischia di diventare limitante quando viene interpretata come la promessa di un’esperienza culturale omogenea.

Esiste infatti una differenza sostanziale tra riconoscere la provenienza di un’opera e attribuirle il compito di rappresentare un’intera cultura. Uno scrittore può scegliere di affrontare direttamente questioni storiche e sociali legate al proprio Paese, ma può anche costruire una storia intima, fantastica o sperimentale nella quale il contesto nazionale non costituisce il centro evidente della narrazione.

Il successo internazionale di una letteratura dovrebbe ampliare questa libertà, non ridurla, permettendo agli autori di essere conosciuti per la specificità del loro lavoro anziché soltanto per la capacità di corrispondere a un’immagine riconoscibile del Paese dal quale provengono.

È una sfida che riguarda anche il pubblico occidentale, spesso portato a cercare nelle opere straniere una spiegazione complessiva delle società che le producono. Leggere un romanzo coreano può certamente aiutare a comprendere aspetti della storia e della cultura sudcoreana, ma non ogni libro deve essere considerato una guida interpretativa del Paese, né ogni autore dovrebbe sentirsi obbligato a raccontare un’esperienza che possa essere immediatamente riconosciuta come rappresentativa.

La maturità della ricezione internazionale si misurerà anche nella capacità di superare questa aspettativa, arrivando a un momento nel quale un lettore possa scegliere un romanzo coreano semplicemente perché interessato alla storia, al linguaggio o all’immaginazione dello scrittore che lo ha realizzato.

Dalla Corea all’Italia, il nuovo viaggio delle storie

Raccontare oggi la letteratura coreana significa quindi sottrarsi a due semplificazioni ugualmente rischiose. La prima consiste nel considerarla una conseguenza del successo globale della Korean Wave, come se la sua rilevanza dipendesse dalla popolarità già conquistata dalla musica e dalla televisione. La seconda è interpretare tutta la produzione letteraria del Paese attraverso un’unica chiave, identificandola esclusivamente con il trauma storico, la critica sociale o le contraddizioni della modernità.

La Corea letteraria è molto più ampia di entrambe queste immagini. È fatta di autori che attraversano la storia e di altri che inventano mondi impossibili, di opere nelle quali il linguaggio diventa una forma di resistenza, di racconti apparentemente ordinari e di narrazioni che utilizzano l’assurdo per rendere visibile ciò che la realtà tende a normalizzare.

È fatta anche di traduttori che devono decidere quali sfumature conservare, editori che scelgono quali voci presentare ai lettori stranieri, scrittori che si confrontano con aspettative internazionali talvolta molto diverse da quelle del pubblico coreano e storie che, una volta pubblicate, continuano a trasformarsi attraverso nuovi incontri.

È da questa complessità che prende forma From Page to Culture: Korean Literature in the Global Imagination, un percorso di approfondimento che Panorama dedica alla circolazione internazionale della letteratura coreana, costruito attraverso interviste esclusive a scrittori, traduttori e professionisti dell’editoria, con l’obiettivo di esplorare non soltanto ciò che la Corea racconta di se stessa, ma anche il modo in cui quelle storie vengono comprese, tradotte e reinterpretate quando raggiungono lettori di altri Paesi.

Il progetto attraverserà generi, generazioni e linguaggi differenti, dalle trasformazioni della narrativa contemporanea alla fantascienza, dal fantastico al rapporto tra letteratura e identità, fino agli adattamenti cinematografici e televisivi. Un viaggio nel quale il punto di partenza è il Nobel a Han Kang, ma non può essere il punto di arrivo.

Perché il significato più importante del riconoscimento del 2024 non consiste soltanto nell’aver portato una scrittrice sudcoreana al centro della letteratura mondiale, ma nell’aver aperto una possibilità di attenzione verso un universo narrativo che non può essere racchiuso nella biografia di una sola autrice e che, per continuare a crescere, ha bisogno di essere conosciuto nelle sue differenze.

La vera sfida, oggi, non è quindi dimostrare che la letteratura coreana abbia conquistato il mondo, né stabilire quale sarà il prossimo scrittore capace di ripetere un successo internazionale. È comprendere se questa nuova attenzione permetterà ai lettori di incontrare storie che non avrebbero cercato, autori che non conoscevano e forme narrative che non corrispondono necessariamente all’immagine della Corea che hanno imparato a riconoscere.

Un Paese può diventare familiare attraverso le immagini, le canzoni e le serie televisive, ma la familiarità non coincide sempre con la conoscenza. La letteratura offre la possibilità di attraversare quella distanza, non perché possieda una verità definitiva da raccontare, ma perché permette di entrare nelle esperienze, nelle domande e nelle contraddizioni di persone che guardano il mondo da prospettive differenti.

E forse il risultato più significativo del nuovo viaggio internazionale della letteratura coreana sarà proprio questo: arrivare a un momento in cui non avremo più bisogno di chiederci quale immagine della Corea un romanzo sia in grado di rappresentare, perché saremo finalmente interessati, prima di tutto, alla storia che il suo autore ha scelto di raccontare.


Questo articolo fa parte di un progetto di ricerca editoriale sostenuto dal Literature Translation Institute of Korea (LTI Korea).

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