Nessuna scaletta rigida, nessun copione. Ma sessanta canzoni provate e riprovate in studio, forse qualcuna in più, e la possibilità di cambiare idea in qualsiasi momento. «Potremmo andare avanti per due giorni», avverte Marco Mengoni al pubblico dello Sbagliato, il locale milanese di via Bligny 52, in zona Porta Romana, che fino al 19 dicembre ospita i suoi concerti. Appena arrivati i cellulari sono stati chiusi in un contenitore, nessuno può fare foto o video. «A un certo punto voi direte “basta, non ne possiamo più, vogliamo andarcene a casa”», scherza col pubblico.
Lui in piedi, tra poltroncine, tappeti orientali tipici degli studi di registrazione e luci soffuse. Davanti una platea di ospiti amici tra cui Carlo Cracco e la moglie Rosa Fanti, Checco Zalone e Antonella Clerici, seduti nelle poltroncine in prima fila, qui per godersi lo show.
L’occasione è ascoltare il cantante in una dimensione diversa da quella dei grandi palchi, circondato dai suoi musicisti e libero di giocare con le canzoni.
La riscoperta dei lati B nel salotto milanese
Dà il via con “Canzone triste”, introdotta da una riflessione sui Lati B, i brani che non diventano singoli ma contribuiscono a costruire il racconto di un album. «Mi hanno detto che non si dice più lato B perché non esistono più, però a me piace chiamarli così», spiega. Il pezzo è del 2010 ed è stato ripreso con una veste nuova, grazie anche ai musicisti che si sono aggiunti alla band. Poi arrivano “Questa notte” e “Fuoco di paglia”. Mengoni scherza, sembra rilassato. Invita il pubblico ad andare a bere qualcosa e dice di sentirsi meno in imbarazzo rispetto ad altre situazioni (che per uno che ha fatto gli stadi, fa sorridere, ndr). «Ho imparato i pezzi ma non a come non sudare», ammette. Racconta che fino a due giorni prima i musicisti hanno provato i pezzi in sala, da soli, ma che la sensazione cambia quando si crea una connessione con il pubblico. «Questa cosa è davvero forte». Prima di “Can I Call You Rose?” prende il tempo per spiegare perché abbia scelto di portare quel brano dei Thee Sacred Souls sul palco. «Sembra scritto negli Anni 70 invece è uscito nel 2022. Me ne sono follemente innamorato».
Da Lennon all’India: i racconti dietro le note
Tra “Proibito”, “Calci e pugni” e “Un fiore contro il diluvio” c’è spazio per qualche battuta sull’attualità e per dialogare con i musicisti. «Oggi potrebbe essere il giorno giusto per cantare l’inno americano (i democratici hanno appena vinto contro Trump in Texas e Kansas per le elezioni del Midterm, ndr) ma non so le parole», sorride. Ma è introducendo “Jealous Guy” che racconta una storia che parte dall’India e arriva a John Lennon, giocando con la band e i suoni.
«Siamo nella primavera del 1968. I Beatles sono in India per un ritiro di meditazione trascendentale. Lennon scrive “Child of Nature”, un brano che però non convince i compagni, soprattutto per il testo legato all’esperienza indiana. La canzone resta nel cassetto. Tre anni dopo, nel 1971, Lennon la riprende, cambia le parole e la trasforma in “Jealous Guy”, dando voce a un sentimento di gelosia che lo riguarda. Mengoni ricorda anche la versione di Donny Hathaway, suo cantante preferito. «I was dreaming of a past», dice prima di attaccare il brano.
L’imprevisto della sveglia e la musica senza tempo
La musica continua con “Proteggiti da me” e “Fate”. Anche qui non manca l’imprevisto. A un certo punto squilla la sveglia di un telefonino, chiuso ermeticamente. «Qui può succedere di tutto. È giusto che suoni una sveglia, potrebbe essere mattina», gioca lui. Poi si rivolge a una delle coriste, Bonnie. Le chiede se capisca l’italiano, se abbia voglia di regalare una canzone al pubblico. Lei è timida, lui insiste con gentilezza, passando dall’inglese all’italiano.
L’ultimo accordo di una maratona aperta
È il momento di “How Deep Is Your Love”, ma il viaggio musicale prosegue con “In due minuti”, “Non passerai” e “Cambia un uomo”. In scaletta ci sono anche “Take Your Time”, “Who’s Gonna Save My Soul” e “Gravity”, insieme a “Every Little Bit Hurts” e “Due nuvole”. Non mancano altri omaggi alla musica che Mengoni ama, da “Son of a Preacher Man” fino all’ultimo brano, “Giornate perse”, che chiude la serata.
Una selezione che attraversa il suo repertorio e i brani di altri, senza un percorso prestabilito. L’aveva detto fin dall’inizio. «Di pezzi ce ne sono abbastanza per andare avanti due giorni». Di sicuro qui, in scena, fino al 19 dicembre.
