Sono passati dieci anni dall’approvazione della Legge 166/2016, la norma antispreco fortemente voluta dalla deputata Maria Chiara Gadda. Un decennio in cui l’Italia ha compiuto passi concreti nella giusta direzione, ma in cui il problema non è affatto risolto. Ogni anno, infatti, lungo l’intera filiera agroalimentare, nel cestino dell’immondizia finiscono risorse estremamente preziose, sia economiche che ambientali. La legge è riuscita nell’intento di di semplificare le donazioni, introdurre incentivi fiscali, chiarire la distinzione tra data di scadenza e termine minimo di conservazione. Eppure, il cibo sprecato rimane una ferita aperta e molto profonda.
Cosa ha cambiato davvero la legge Gadda
La norma ha inciso in modo virtuoso soprattutto sul piano burocratico. Prima del 2016, donare le eccedenze alimentari era un vero e proprio percorso a ostacoli. Oggi, invece, un agricoltore, un supermercato o un ristorante sono in grado di cedere il cibo invenduto agli enti del Terzo Settore tramite una semplice comunicazione telematica o un documento di trasporto. I Comuni, dal canto loro, possono applicare sconti sulla Tari in proporzione alle quantità di cibo donate, incentivando così comportamenti virtuosi lungo tutta la filiera.
Un altro passaggio importante riguarda l’etichettatura. Nello specifico, la legge distingue nettamente tra «consumare entro» e «consumare preferibilmente entro»: nel secondo caso, il prodotto non è pericoloso per la salute dopo quella data, ma potrebbe perdere alcune caratteristiche organolettiche che lo rendono più gustoso. Una confusione che, nonostante siano passati ben dieci anni, spinge ancora oggi milioni di consumatori a gettare nella pattumiera cibi perfettamente commestibili.
I costi dello spreco alimentare
Per comprendere ulteriormente la dimensione del problema, ci fregiamo dell’aiuto di alcuni dati particolarmente significativi. Uno studio dell’Università di Bologna, coordinato dalla professoressa Claudia Giordano in collaborazione con Fondazione Barilla, stima infatti che una famiglia italiana che riduce lo spreco alimentare possa risparmiare più di 500 euro all’anno, calcolando i prezzi dei generi alimentari del 2024. Non si tratta di una mera cifra simbolica. No, è denaro reale, sottratto ogni anno alla spesa domestica degli italiani senza che quasi nessuno se ne accorga.
«Il Libro del Risparmio»: 120 azioni contro lo spreco
È in questo contesto che si inserisce Il Libro del Risparmio, il volume edito da Fondazione Barilla e presentato il 4 febbraio 2025 a Milano, in occasione della Giornata italiana contro lo spreco alimentare. Il testo raccoglie 120 azioni pratiche per ridurre gli sprechi dentro e fuori casa, affrontando il tema da tre angolazioni: nutrizionale, ambientale ed economica.
L’approccio è concreto, a tratti persino sorprendente nella descrizione delle semplici azioni quotidiane che ciascuno potrebbe (anzi, dovrebbe) compiere per ridurre lo spreco. Si scopre, per esempio, che le bucce d’arancia possono diventare una tisana, o che le croste del parmigiano si trasformano in chips croccanti nel microonde. Piccoli gesti, certo. Eppure, sono proprio queste minuscole azioni che, moltiplicate su milioni di famiglie, possono fare la differenza su larga scala.
Un problema culturale, prima ancora che normativo
La legge Gadda esiste, da un decennio oramai. E da più di un anno è affiancata dal prezioso libro di Fondazione Barilla. Eppure, lo spreco persiste, come una malerba difficilissima da estirpare. Il punto, dunque, non è solo legislativo. È anche culturale. Ridurre lo spreco richiede un cambiamento nelle abitudini di acquisto, conservazione e consumo, che nessuna norma può imporre dall’alto, per quanto possa aiutare a produrre cultura alimentare e limitare le malsane abitudini di alcuni cittadini. No, serve consapevolezza. Per comprendere che dal vino avanzato può nascere un meraviglioso vin brulé, rimedio senza tempo alle più gelide serate invernali.
