Tutti conoscono l’Odissea, almeno fino al momento in cui qualcuno comincia a fare domande. Ulisse è l’uomo che viaggia, Penelope la donna che aspetta, Polifemo il gigante con un solo occhio, le Sirene le bellissime creature con la coda di pesce e il Cavallo di Troia il grande inganno raccontato da Omero. Sono immagini così radicate nella memoria collettiva da sembrare inseparabili dal poema, eppure basta riaprire il testo per accorgersi che alcune non vi compaiono affatto, altre sono state profondamente modificate e altre ancora appartengono a opere scritte molti secoli dopo.
Il nuovo interesse è stato alimentato dall’Odissea di Christopher Nolan, arrivata nelle sale italiane il 16 luglio 2026 e diventata immediatamente un fenomeno cinematografico mondiale. Il film ha esordito con 263,8 milioni di dollari a livello globale, segnando il migliore debutto della carriera del regista e trasformando nuovamente il viaggio di Ulisse in un racconto di massa, capace di uscire dalle aule scolastiche per occupare sale IMAX, social network e conversazioni quotidiane.
È dentro questo rinnovato entusiasmo che si inserisce l’analisi realizzata da Libreriamo, media digitale dedicato ai consumatori di cultura, attraverso la metodologia SWOA, Web Opinion Analysis. Sono state esaminate circa 1.500 conversazioni spontanee pubblicate su social network, forum, blog e community online, dalle quali emergerebbe una familiarità molto fragile con il mondo omerico: il 91 per cento delle conversazioni associa le Sirene alle donne con la coda di pesce, il 79 per cento considera Ulisse un esploratore mosso soprattutto dalla curiosità, il 76 per cento colloca il Cavallo di Troia al centro dell’Iliade o dell’Odissea e il 52 per cento attribuisce addirittura il poema a Virgilio.
I numeri sono suggestivi, anche se devono essere interpretati per ciò che realmente rappresentano. Non si tratta infatti di un sondaggio campionario sottoposto a un gruppo statisticamente rappresentativo della popolazione italiana, bensì di un’analisi di conversazioni online; le percentuali descrivono quindi il materiale osservato da Libreriamo e non consentono, da sole, di stabilire con precisione quanti italiani conoscano davvero l’Odissea. Il fenomeno culturale rimane tuttavia evidente, perché gli equivoci individuati corrispondono a immagini diffusissime, sedimentate attraverso la scuola, le riscritture letterarie, l’arte, il cinema, la pubblicità e l’intrattenimento per l’infanzia.
Le Sirene che Omero non descrive
L’errore più comune riguarda le Sirene, immaginate quasi universalmente come donne bellissime che emergono dal mare mostrando una lunga coda ricoperta di squame. È l’immagine resa popolare dalle fiabe nordiche, dalla Sirenetta di Hans Christian Andersen e, più tardi, dalla versione animata della Disney, ma non è quella che dominava il mondo greco arcaico.
La precisazione richiede però una cautela che manca nella nota di Libreriamo. Non è esatto affermare semplicemente che «le Sirene di Omero sono metà donne e metà uccelli», perché nel dodicesimo libro dell’Odissea il poeta non ne descrive affatto il corpo. Circe racconta che sono due, che siedono in un prato circondate dalle ossa degli uomini morti e che possiedono una voce capace di promettere una conoscenza assoluta; nulla viene detto, invece, sulla presenza di ali, zampe, piume o code.
Sono soprattutto l’iconografia greca e le tradizioni successive a rappresentarle come creature con il volto o il busto di donna e il corpo di uccello. Solo attraverso una metamorfosi durata secoli, già iniziata nel mondo romano e consolidata durante il Medioevo, le antiche donne-uccello sono scese simbolicamente dal cielo al mare, perdendo le ali e acquistando la coda di pesce con cui ancora oggi vengono riconosciute. La mostra dedicata a Partenope dal Museo Archeologico Nazionale di Napoli ha ricostruito proprio questo lungo passaggio, mostrando come una creatura alata associata alla morte e al sapere sia diventata progressivamente la seduttrice marina della cultura moderna.
Più che un semplice errore, dunque, la sirena con la coda è il risultato di una sovrapposizione culturale. Chi la immagina in questo modo non sta ricordando Omero, ma un’immagine molto più recente che ha finito per appropriarsi del nome e cancellare quasi completamente quella antica.
Ulisse voleva conoscere il mondo oppure tornare a casa?
Un altro equivoco riguarda la ragione del viaggio. Nell’immaginario moderno Ulisse è diventato il simbolo dell’uomo incapace di fermarsi, spinto dalla sete di conoscenza oltre ogni confine geografico, morale e umano. È l’eroe che vuole vedere ciò che nessuno ha mai visto, attraversare mari proibiti e sfidare il limite imposto agli uomini.
Questa figura appartiene soprattutto a Dante. Nel ventiseiesimo canto dell’Inferno, Ulisse non torna definitivamente a Itaca, ma convince i compagni a riprendere il mare pronunciando l’esortazione a seguire «virtute e canoscenza». Il suo ultimo viaggio, assente nel poema omerico, termina davanti alla montagna del Purgatorio, quando un vortice divino travolge la nave e punisce il tentativo di oltrepassare il confine assegnato all’esperienza umana. La tradizione occidentale ha assorbito così profondamente l’Ulisse dantesco da proiettarlo retroattivamente sull’eroe greco.
Nell’Odissea, invece, il desiderio che governa il racconto è il nostos, il ritorno. Ulisse non parte da Itaca per scoprire il mondo, ma da Troia per tornare a Itaca, dove lo aspettano Penelope, Telemaco, il padre Laerte, il regno e la propria identità. La curiosità, tuttavia, non gli è estranea: è proprio il desiderio di conoscere gli abitanti della terra dei Ciclopi a spingerlo nella grotta di Polifemo, nonostante avrebbe potuto prendere le provviste e ripartire. Anche in questo caso, quindi, la risposta non può essere completamente ridotta a una formula scolastica. Ulisse vuole tornare a casa, ma è anche un uomo attratto dall’esperienza, dall’intelligenza e dal racconto di ciò che esiste oltre il proprio orizzonte.
Dante non inventa dal nulla questa componente, bensì la esaspera fino a trasformarla nel tratto dominante del personaggio. L’Ulisse omerico viaggia perché non riesce a tornare, mentre quello dantesco riparte perché non riesce più a restare.
Vent’anni in mare che in realtà furono dieci
La cronologia è un’altra delle grandi vittime della memoria scolastica. Ulisse rimane lontano da Itaca per circa vent’anni, ma soltanto dieci sono quelli trascorsi nel tentativo di tornare dalla guerra: i primi dieci appartengono infatti all’assedio di Troia, mentre i successivi costituiscono il lungo e accidentato ritorno narrato nell’Odissea.
Non trascorre però tutti quei dieci anni navigando senza sosta tra tempeste e mostri. Rimane un anno sull’isola di Circe e sette anni a Ogigia con Calipso; complessivamente, dunque, circa otto anni del suo nostos vengono consumati sulle due isole, mentre gli episodi più celebri occupano un arco temporale sorprendentemente più ristretto. La permanenza presso Calipso dura sette anni, quella presso Circe circa un anno, ma questi periodi sono già compresi nei dieci anni del ritorno e non devono essere sommati a essi, come lascia intendere erroneamente una delle formulazioni diffuse insieme all’indagine.
La sproporzione tra il tempo del racconto e quello degli eventi spiega in parte la confusione. Polifemo, le Sirene, Scilla e Cariddi, i Lestrigoni, i Lotofagi e la discesa nel regno dei morti occupano il centro spettacolare della memoria collettiva, mentre gli anni trascorsi nell’immobilità, nella nostalgia e nell’attesa tendono a scomparire. Eppure l’Odissea è anche il poema di un uomo fermo su una spiaggia, che guarda il mare e piange perché non può raggiungere la propria casa.
Il Cavallo di Troia non è nell’Iliade, ma compare nell’Odissea
Tra gli equivoci più resistenti c’è poi la convinzione che il Cavallo di Troia occupi alcune delle pagine centrali dell’Iliade. In realtà il poema si conclude prima della caduta della città, con Priamo che recupera il corpo di Ettore e con i funerali dell’eroe troiano; Achille è ancora vivo, Troia non è stata distrutta e il cavallo non è ancora entrato nelle sue mura.
Non è però del tutto corretto sostenere che Omero si limiti a un accenno irrilevante e che l’episodio appartenga sostanzialmente soltanto all’Eneide. Nell’Odissea il cavallo viene ricordato più volte. Nel quarto libro Elena racconta di essersi avvicinata alla struttura imitando le voci delle mogli dei guerrieri nascosti al suo interno, mentre nell’ottavo Ulisse chiede all’aedo Demodoco di cantare la costruzione del cavallo realizzato da Epeo con l’aiuto di Atena e riempito con gli uomini che avrebbero conquistato la città.
È vero, invece, che il racconto più ampio, drammatico e influente della caduta di Troia si trova nel secondo libro dell’Eneide, dove Virgilio descrive Laocoonte, Sinone, l’ingresso del cavallo e la distruzione notturna della città. La memoria popolare ha finito per fondere tre opere differenti: l’Iliade, che racconta una parte della guerra; l’Odissea, che ricorda l’inganno attraverso racconti retrospettivi; e l’Eneide, che ne offre la versione più estesa e cinematografica.
Omero, Virgilio e un autore che forse non fu uno solo
Attribuire l’Odissea a Virgilio rimane naturalmente un errore. Virgilio è il poeta latino vissuto nel I secolo avanti Cristo e autore dell’Eneide, mentre l’Odissea appartiene alla tradizione epica greca ed è convenzionalmente attribuita a Omero.
Anche la risposta scolastica «l’ha scritta Omero nell’VIII secolo avanti Cristo», tuttavia, nasconde una storia più complessa. Dell’esistenza storica di Omero non possediamo certezze biografiche e gli studi hanno mostrato come l’Iliade e l’Odissea siano nate all’interno di una lunga tradizione orale, costruita attraverso formule, episodi e racconti trasmessi da generazioni di cantori prima di raggiungere la forma con cui sono giunte fino a noi. Parlare di un poema “attribuito a Omero” è quindi più corretto che immaginare un autore seduto a un tavolo intento a scriverlo dall’inizio alla fine come un romanziere moderno.
Il 52 per cento rilevato da Libreriamo, se riferito davvero all’attribuzione a Virgilio, rimane comunque il dato più sorprendente, perché confonde non soltanto due autori, ma due lingue, due civiltà e diversi secoli di storia letteraria.
Penelope non lavorava a maglia e Telemaco non era più un bambino
Altri errori sembrano minori, ma mostrano quanto tendiamo a tradurre il mondo antico attraverso oggetti e abitudini moderne. Penelope non trascorre le giornate lavorando a maglia o all’uncinetto, tecniche estranee alla scena descritta da Omero, bensì tesse al telaio il sudario destinato al suocero Laerte. Di giorno porta avanti il lavoro, di notte lo disfa, rimandando così per tre anni la scelta di un nuovo marito e trasformando un’attività tradizionalmente associata alla sfera domestica in una sofisticata strategia politica.
Telemaco, allo stesso modo, non rimane un bambino indifeso per tutta la durata del poema. Quando Ulisse parte per Troia è ancora piccolissimo, ma al momento del ritorno del padre è ormai un giovane adulto, tradizionalmente immaginato intorno ai vent’anni. I primi quattro libri dell’Odissea, spesso indicati come Telemachia, raccontano proprio la sua formazione: lascia Itaca, raggiunge Pilo e Sparta per raccogliere notizie del padre, impara a parlare davanti ai re e, una volta tornato, combatte insieme a Ulisse contro i Proci.
Circe e Calipso, a loro volta, vengono frequentemente sovrapposte. Circe è la maga che trasforma i compagni di Ulisse in porci e che, dopo essere stata sconfitta dall’eroe grazie all’aiuto di Ermes, li restituisce alla forma umana; Calipso è invece la ninfa che trattiene Ulisse a Ogigia per sette anni e gli offre invano l’immortalità, prima di essere costretta dagli dèi a lasciarlo partire.
Anche Scilla e Cariddi non sono due isole e neppure due maghe rivali. Scilla è una creatura mostruosa nascosta nella parete rocciosa, dotata di sei colli e sei teste che afferrano altrettanti marinai, mentre Cariddi è una potenza marina personificata come un gorgo capace di inghiottire e rigettare enormi quantità d’acqua. Passare «tra Scilla e Cariddi» significa proprio trovarsi costretti a scegliere fra due pericoli ugualmente devastanti.
Quando Ulisse rovina da solo il proprio inganno
L’episodio di Polifemo è forse quello che meglio rivela la complessità del protagonista. Rinchiuso nella grotta del Ciclope, Ulisse dichiara di chiamarsi «Nessuno», lo acceca e riesce a fuggire legandosi sotto il ventre delle pecore. Quando Polifemo chiede aiuto e grida che Nessuno lo sta uccidendo, gli altri Ciclopi credono che non vi sia alcun aggressore e si allontanano.
L’inganno sarebbe perfetto, se Ulisse fosse capace di accettare una vittoria anonima. Una volta raggiunta la nave, però, l’eroe non resiste al desiderio di essere riconosciuto e rivela il proprio vero nome. Polifemo può così invocare suo padre Poseidone e chiedergli di impedire il ritorno dell’uomo che lo ha accecato, oppure di renderlo lungo, doloroso e segnato dalla perdita di tutti i compagni.
Non è un dettaglio secondario, perché l’Odissea non racconta soltanto il trionfo dell’intelligenza sulla forza bruta. Racconta anche il momento in cui l’intelligenza viene sconfitta dall’orgoglio e l’eroe costruisce con le proprie parole una parte della disgrazia che lo accompagnerà.
Non abbiamo dimenticato l’Odissea: ne ricordiamo tutte le trasformazioni
Saro Trovato, sociologo e fondatore di Libreriamo, sostiene che il nostro patrimonio omerico sia stato «cannibalizzato dalla cultura pop» e invita a considerare la classicità non come polvere da biblioteca, ma come il luogo in cui si è formato il modo occidentale di raccontare le storie. Il richiamo alla lettura è condivisibile, ma la confusione emersa dall’analisi racconta qualcosa di più complesso di una semplice perdita di memoria.
Le Sirene con la coda di pesce, l’Ulisse esploratore, il Cavallo collocato nell’Iliade e Penelope che lavora a maglia sono errori rispetto al testo, ma sono anche le tracce della straordinaria fortuna dell’opera. Omero è stato riscritto da Virgilio e Dante, trasformato dai pittori medievali, reinterpretato da Joyce, Pascoli, Primo Levi, Kubrick, i fratelli Coen e ora Nolan. Ogni epoca ha scelto il proprio Ulisse e lo ha mandato verso il mare di cui aveva bisogno.
Il problema non è che i classici cambino, perché è proprio la loro capacità di cambiare a mantenerli vivi. Il problema nasce quando la riscrittura cancella completamente l’originale e non sappiamo più distinguere ciò che Omero racconta da ciò che, nel corso di quasi tremila anni, abbiamo aggiunto noi.
Forse il successo del film di Nolan offre allora un’occasione che va oltre il gioco delle risposte giuste e sbagliate. Riaprire l’Odissea significa scoprire che il poema che credevamo di conoscere è molto più ambiguo, inquietante e moderno della sua versione scolastica: le Sirene non hanno bisogno di mostrare il proprio corpo per sedurre, Ulisse non è soltanto un esploratore o un marito nostalgico, Penelope non è una donna passiva e il viaggio non coincide sempre con il movimento.
A volte l’odissea più lunga consiste proprio nel tornare al testo da cui pensavamo di essere partiti.
