Buddy Guy Non è semplicemente uno dei più grandi chitarristi viventi, né soltanto uno degli ultimi bluesman della generazione che cambiò il corso della musica americana. È qualcosa di più raro: un archivio vivente.
Con lui non sopravvive un modo di concepire la musica che precede il marketing, l’industria dell’intrattenimento e perfino il rock. Quando Buddy Guy nacque, il 30 luglio 1936, a Lettsworth, in Louisiana, il blues era ancora il linguaggio quotidiano delle comunità afroamericane del Sud. Non aveva ancora assunto il prestigio culturale che gli attribuiamo oggi. Era la voce di uomini e donne che raccontavano il lavoro, la segregazione, la povertà, la fede e la speranza. Era una necessità prima che uno spettacolo.
Negli anni Cinquanta, quando lasciò la Louisiana per raggiungere Chicago, anche il blues stava cambiando pelle. Le chitarre diventavano elettriche, le sezioni ritmiche più robuste, il volume più alto. Muddy Waters, Howlin’ Wolf, Little Walter e Willie Dixon stavano costruendo il suono che avrebbe influenzato il mondo intero.
Ascoltando oggi le sue incisioni degli anni Sessanta si coglie un’impressione quasi straniante. Dentro quelle note c’è già molto di ciò che sarebbe diventato il linguaggio della chitarra rock: gli attacchi violenti, i fraseggi spezzati, l’uso drammatico del silenzio, l’amplificazione portata al limite, una libertà espressiva che rompeva gli schemi del blues tradizionale. Jimi Hendrix avrebbe trasformato quella libertà in una rivoluzione planetaria. Eric Clapton l’avrebbe portata nel blues britannico. Stevie Ray Vaughan l’avrebbe restituita alle radici texane. Tutti, in modi diversi, hanno riconosciuto il debito nei confronti di Buddy Guy.
Ed è qui che si manifesta il grande paradosso della sua carriera. Milioni di persone conoscono i musicisti che lui ha influenzato. Molte meno conoscono l’uomo da cui quegli stessi musicisti hanno imparato. La storia della musica è piena di pionieri rimasti nell’ombra mentre i loro eredi conquistavano il successo. Buddy Guy appartiene a questa aristocrazia silenziosa: quella degli artisti che cambiano il linguaggio prima ancora di diventare celebri.
La consacrazione internazionale arriverà infatti soltanto quando il mondo inizierà a guardare al blues come alla sorgente di quasi tutta la musica popolare contemporanea. I Grammy, l’ingresso nella Rock and Roll Hall of Fame, la National Medal of Arts, i Kennedy Center Honors e gli altri riconoscimenti ricevuti negli ultimi decenni non rappresentano tanto una scoperta quanto una riparazione storica.
Nel suo locale di Chicago, il Buddy Guy’s Legends, aperto nel 1989, il blues non è mai stato esposto come un oggetto da museo. È rimasto una musica viva, fatta di incontri, improvvisazioni, apprendistato.
È forse questa la differenza più profonda tra Buddy Guy e molti altri grandi interpreti della sua generazione. Non ha custodito il blues come una reliquia. Lo ha mantenuto in movimento. Buddy Guy appartiene a un’altra civiltà musicale. Una civiltà nella quale il valore di un artista si misurava dalla capacità di tenere sospeso il respiro di una sala con una sola nota.
Per questo non è soltanto l’ultimo grande bluesman. È uno degli ultimi uomini che possono ancora raccontarci, senza intermediari, da dove viene la musica che ascoltiamo ogni giorno.
