C’è chi li vive con le mani davanti agli occhi, chi cambia stanza per scaramanzia e chi trattiene il respiro fino all’ultimo tiro dal dischetto. I rigori sono probabilmente il momento di maggiore tensione emotiva nello sport. E mentre milioni di tifosi seguono il Mondiale FIFA 2026, la medicina ricorda che quelle emozioni non sono soltanto una metafora. Per alcune persone, soprattutto se affette da cardiopatia ischemica, ipertensione arteriosa o altre malattie cardiovascolari, una partita particolarmente combattuta può rappresentare il fattore scatenante di un infarto, di una grave aritmia cardiaca o di una crisi ipertensiva. L’idea che un evento sportivo possa influenzare la salute sembrava, fino a pochi decenni fa, poco più di una curiosità epidemiologica. Oggi, invece, è supportata da una letteratura scientifica sorprendentemente consistente. Gli studi più autorevoli concordano su un punto: non è ovviamente il calcio in sé a fare male, bensì lo stress emotivo acuto provocato dalle partite più drammatiche. E nessun momento concentra una tensione paragonabile a quella di una serie di rigori. L’interesse dei ricercatori nasce dall’osservazione di un fenomeno già noto in cardiologia: le emozioni intense possono agire come “trigger”, cioè come fattori capaci di far emergere un evento cardiovascolare in persone già vulnerabili. Lo stesso meccanismo è stato osservato dopo terremoti, guerre, attentati terroristici e altri eventi ad alto impatto emotivo. Il calcio rappresenta un laboratorio naturale ideale, perché milioni di persone vivono contemporaneamente la stessa esperienza psicologica, permettendo agli epidemiologi di confrontare ciò che accade durante una partita con i giorni precedenti e successivi.
Il meccanismo biologico è ormai abbastanza chiaro. Durante una situazione di forte tensione aumenta rapidamente la produzione di adrenalina e noradrenalina. La frequenza cardiaca accelera, la pressione arteriosa sale, il cuore richiede più ossigeno e le arterie coronarie possono andare incontro a vasocostrizione. Nelle persone con placche aterosclerotiche già presenti, questo improvviso sovraccarico può favorire la rottura della placca e la formazione di un trombo, innescando una sindrome coronarica acuta. Parallelamente cresce anche la probabilità di sviluppare aritmie, soprattutto nei pazienti che presentano una malattia cardiaca preesistente. Non si tratta quindi di un danno provocato dal tifo, ma dell’effetto fisiologico di uno stress emotivo particolarmente intenso.
Dal New England Journal of Medicine al BMJ: quando la scienza ha misurato il tifo
La ricerca che ha cambiato definitivamente il modo di guardare al rapporto tra calcio e cuore è stata pubblicata nel 2008 sul New England Journal of Medicine, una delle riviste mediche più autorevoli al mondo. Coordinato dalla cardiologa tedesca Ute Wilbert-Lampen dell’Università Ludwig Maximilian di Monaco, lo studio ha seguito prospetticamente 4.279 pazienti colpiti da emergenze cardiovascolari durante i Mondiali di Germania del 2006. I risultati furono impressionanti. Nei giorni in cui giocava la nazionale tedesca il numero di eventi cardiovascolari acutirisultò 2,66 volte superiore rispetto ai periodi di controllo. Negli uomini il rischio superava addirittura il triplo. Ancora più significativo il fatto che quasi la metà dei pazienti colpiti presentasse una precedente storia di malattia coronarica, contro circa il 29% registrato nei giorni senza partite della Germania. Il picco degli eventi si concentrava nelle prime due ore dall’inizio dell’incontro e riguardava sia gli infarti miocardici, sia le angine instabili, sia le aritmie sintomatiche. Ma il dettaglio più interessante emerse analizzando le singole partite. L’incremento maggiore fu osservato durante il quarto di finale Germania-Argentina, deciso ai calci di rigore. Gli autori notarono che persino una vittoria poteva provocare un numero elevato di emergenze cardiologiche: non era tanto l’esito finale a fare la differenza, quanto il livello di tensione raggiunto durante l’incontro.
Questa osservazione confermava quanto già suggerito sei anni prima da uno studio pubblicato sul BMJ. Analizzando i ricoveri ospedalieri inglesi durante i Mondiali del 1998, i ricercatori dell’Università di Birmingham scoprirono che il giorno dell’eliminazione dell’Inghilterra contro l’Argentina ai rigori i ricoveri per infarto miocardico acuto aumentarono del 25%. La conclusione fu netta: la tensione accumulata durante una serie di rigori può rappresentare il fattore scatenante dell’infarto in soggetti predisposti, anche se la malattia coronarica non è ancora stata diagnosticata. Ancora più indietro nel tempo, nel 2000, un altro studio pubblicato sempre sul BMJ aveva osservato ciò che accadde nei Paesi Bassi dopo l’eliminazione dell’Olanda agli Europei del 1996. Negli uomini oltre i 45 anni il rischio di mortalità cardiovascolare risultò superiore del 51% rispetto ai giorni circostanti, con una stima di circa quattordici decessi in eccesso attribuibili allo stress della partita.
Il tifo fa bene all’anima, ma chi ha il cuore fragile deve giocare d’anticipo
Naturalmente, sarebbe un errore concludere che guardare una partita di calcio sia pericoloso. Per la stragrande maggioranza delle persone, il tifo resta una fonte di divertimento, condivisione e benessere psicologico. Anzi, diversi studi hanno dimostrato che seguire lo sport, praticarlo e vivere momenti di socialità produce benefici sulla salute mentale e sulla qualità della vita. Il problema nasce quando un organismo già vulnerabile viene sottoposto a uno stress emotivo improvviso e intenso, proprio come quello che può accompagnare un rigore decisivo o un’eliminazione ai Mondiali. Per questo i cardiologi invitano soprattutto i pazienti con una storia di malattia coronarica, scompenso cardiaco, aritmie, ipertensione non controllata o con precedenti infarti a non sottovalutare questi momenti. Assumere regolarmente la terapia prescritta, evitare gli eccessi di alcol e di caffè durante la partita, non fumare “la sigaretta della tensione” e non interrompere i farmaci per nessun motivo rappresentano precauzioni semplici ma importanti. Anche guardare la partita in compagnia, in un ambiente rilassato, può contribuire a contenere il carico emotivo, mentre abbuffate, notti insonni e abuso di bevande energetiche rischiano di aggiungere ulteriori fattori di stress al sistema cardiovascolare. Il messaggio della letteratura scientifica è quindi rassicurante ma anche molto chiaro: non è il calcio a provocare un infarto, bensì l’incontro tra un’emozione estrema e un cuore già malato. Lo stesso principio vale per altri eventi altamente coinvolgenti, dalle finali olimpiche alle maratone televisive, fino agli shock emotivi della vita quotidiana. Il calcio, semplicemente, offre agli epidemiologi un gigantesco esperimento naturale in cui milioni di persone vivono contemporaneamente la stessa scarica di adrenalina. E forse quest’anno, almeno per gli italiani, il rischio è un po’ più basso. L’Italia, infatti, non è riuscita a qualificarsi per il Mondiale 2026, lasciando milioni di tifosi davanti alla televisione con un coinvolgimento inevitabilmente più tiepido. Una consolazione magra per chi avrebbe voluto vedere gli Azzurri giocarsi un posto nella storia, ma forse una piccola buona notizia per qualche cardiologo. Perché, se è vero che la delusione di restare fuori pesa sul morale di un Paese intero, è altrettanto vero che nessun italiano dovrà affrontare quei novanta minuti, o peggio ancora quei rigori interminabili, con il fiato sospeso e il cuore in gola. E, almeno questa volta, il cuore degli italiani potrà permettersi di tifare con qualche battito in meno.
