La tensione torna pericolosamente a salire a Hormuz. Nel pomeriggio di oggi il Presidente americano Donald Trump ha annunciato via social il ripristino del «blocco iraniano, così denominato perché impedisce solo alle navi o ai clienti dell’Iran di entrare o uscire. Tutti gli altri paesi potranno usufruire dello Stretto in modo equo e libero».
«Gli Stati Uniti saranno, d’ora in poi, conosciuti come ‘il custode dello Stretto di Hormuz’, ma in quanto tali, e per una questione di equità, riceveranno un rimborso pari al 20% su tutte le merci spedite», ha continuato il tycoon.
La lotta per il controllo del traffico a Hormuz
Già tra sabato e domenica lo scontro si era ulteriormente inasprito. Le forze statunitensi hanno condotto quella che il Central Command (CENTCOM) ha definito la terza ondata di attacchi della settimana, colpendo obiettivi militari iraniani, nei pressi di tutte le principali città della costa meridionale del Paese, tra cui siti missilistici e per droni, capacità navali, depositi di munizioni, reti di comunicazione e postazioni di sorveglianza costiera.
Il raid è scattato dopo che, secondo Washington, i Guardiani della Rivoluzione avrebbero colpito una nave portacontainer battente bandiera cipriota in transito nello stretto, con un membro dell’equipaggio ancora disperso.
Teheran ha invece parlato di un colpo di avvertimento contro un’imbarcazione che tentava di seguire una rotta non autorizzata, dichiarando una nuova chiusura formale dello Stretto di Hormuz.
La rappresaglia iraniana di questa mattina ha colpito basi statunitensi e alleate in tutta la regione del Golfo, con i Pasdaran che hanno rivendicato un attacco alla base aerea di Prince Hassan, in Giordania, oltre che attacchi contro le basi americane in Bahrein e Kuwait.
Questa escalation ha avuto effetti dirompenti per il traffico marittimo, tanto che secondo i dati di ship-tracking di Kpler, domenica sono transitate nello stretto solo sei imbarcazioni, il numero più basso delle ultime cinque settimane, e la maggior parte delle petroliere ha spento il transponder durante l’attraversamento.
La reazione dei mercati energetici
Dopo settimane di relativa normalizzazione tra la fine di giugno e l’inizio luglio, quando i prezzi erano scesi fino a toccare i livelli precedenti allo scoppio del conflitto, la fine della tregua ha rimesso sotto pressione i mercati petroliferi.
Il Brent è salito verso i 79 dollari al barile dopo un guadagno del 5,4% nell’ultima settimana, mentre il WTI viaggia intorno ai 74 dollari. Ad alimentare il rialzo è anche l’incertezza sullo stato dello stretto, con l’Iran che sostiene di averlo chiuso fino a nuovo ordine, mentre il CENTCOM asserisce essere aperto.
Anche per quanto riguarda le forniture, l’accordo raggiunto a giugno tra Washington e Teheran aveva permesso un parziale recupero delle forniture dal Golfo. Secondo i dati dell’Energy Information Administration statunitense, le interruzioni di produzione in Medio Oriente erano scese a una media di 8,3 milioni di barili al giorno a giugno, dopo il picco di 11,2 milioni a maggio
Certo, si stratta comunque di un miglioramento ancora lontano dai livelli pre-conflitto, ma il trend sembrava essere positivo, fino a qualche giorno fa.
Tra i Paesi che meglio avevano risposto c’erano gli Emirati Arabi Uniti, con le loro esportazioni che sono cresciute di quasi il 30% grazie all’oleodotto Habshan-Fujairah, che consente di aggirare lo stretto di Hormuz.
Il nuovo round di escalation rischia insomma di riportare in alto i prezzi dell’energia e di limitare l’export di idrocarburi dai Paesi del Golfo ancora per settimane.
