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Dagli atleti delle Paralimpiadi alla vita di tutti i giorni: il MedTech italiano che rivoluziona le protesi

Dagli atleti delle Paralimpiadi alla vita di tutti i giorni: il MedTech italiano che rivoluziona le protesi

Alle Paralimpiadi di Milano Cortina 2026, la tecnologia italiana trasforma gli ausili medici in strumenti di libertà (non solo per gli atleti)

Alle Paralimpiadi di Milano Cortina 2026, si racconta una storia che va ben oltre lo sport: è la storia di un’industria italiana di eccellenza, quella dei dispositivi medici e degli ausili tecnologici, che trasforma l’ingegneria di precisione in strumento di libertà. Scarponi modellati sul calco del moncone, slittini da biathlon costruiti attorno alla scansione tridimensionale del corpo dell’atleta, carrozzine sportive progettate per reggere l’intensità del para ice hockey: sono prodotti nati in Italia, in un settore che vale quasi 19 miliardi di euro e conta oltre 4.600 aziende e 130.500 addetti.

E le Paralimpiadi sono anche l’occasione per sollevare questioni urgenti, come l’aggiornamento del nomenclatore degli ausili e dei Livelli essenziali di assistenza, ancora fermi a tecnologie superate mentre l’innovazione corre, sempre più rapida. A guidare questa battaglia è Confindustria Dispositivi Medici, attraverso la sua associazione delle imprese di ausili. Ne parliamo con Elena Menichini, presidente dell’associazione, che ci ha spiegato come la tecnologia paralimpica stia riscrivendo i confini del possibile: non solo per gli atleti d’élite, ma per tutti.

Il comparto dei dispositivi medici in Italia vale oltre 18 miliardi di euro. Quali sono i «fiori all’occhiello» tecnologici prodotti dalle vostre imprese che abbiamo visto in campo alle Paralimpiadi?

Il MedTech italiano vale quasi 19 miliardi di euro e conta oltre 4.600 aziende che occupano circa 130.500 persone — un ecosistema che alle Paralimpiadi di Milano Cortina 2026 si racconta attraverso prodotti ad alto contenuto tecnologico e un’elevata personalizzazione. Sulle piste abbiamo visto scarponi da sci adattati sul calco del moncone dell’atleta, capaci di fondere protesi e attrezzatura sportiva in un’unica cinematica che permette discese a oltre 100 km/h. Nelle gare su neve, abbiamo visto slittini da biathlon realizzati a partire dalla scansione tridimensionale del corpo dell’atleta, con gusci in fibra di carbonio sagomati millimetro per millimetro per ottimizzare la biomeccanica del gesto di spinta. Sulle piste di ghiaccio, carrozzine sportive di ultima generazione, progettate per reggere l’intensità del para ice hockey. Sono tutte tecnologie che nascono anche in Italia, dove la produzione delle imprese di ausili tocca l’80% del totale.

Come si trasforma la tecnologia di una protesi quotidiana in una «da competizione» ad alte prestazioni? Quali materiali d’avanguardia state sperimentando?

Fino agli anni Sessanta le protesi erano realizzate in maniera tradizionale, con componenti in legno. Grazie alle tecnologie avanzate mutuate dall’automotive e dall’aerospaziale, le aziende del settore hanno sviluppato materiali più confortevoli, resistenti e leggeri, uniti a tecniche di costruzione più sofisticate. Oggi la distanza tra una protesi quotidiana e una da competizione si misura in termini di tolleranze, materiali e personalizzazione. La fibra di carbonio ha sostituito il metallo dove serve leggerezza estrema. I sistemi di connessione modulare permettono di passare dalla protesi per la vita di tutti i giorni a quella per la gara con un’unica struttura portante adattata alle diverse esigenze. La vera innovazione, però, non sta solo nel materiale: sta nel processo. Per ogni atleta si parte dalla scansione del corpo, si costruisce un modello digitale, si stampano o si fresano componenti su misura assoluta. È alta sartoria con gli strumenti dell’ingegneria di precisione. Come avviene in Formula 1 — dove si studia per vincere il mondiale, ma poi le innovazioni vengono riportate sulle auto di serie — quello che si sperimenta per gli atleti paralimpici diventa, nel tempo, accessibile a tutti.

Una collaborazione con la Fondazione Milano Cortina punta ad amplificare il messaggio di empowerment. Quali sono i progetti concreti che Confindustria Dispositivi Medici intende mettere in campo per lasciare un’«eredità tecnologica» dopo l’evento?

Le Paralimpiadi di Milano Cortina non sono per noi un evento da guardare: sono una piattaforma da abitare. L’eredità che vogliamo lasciare ha tre dimensioni. La prima è la visibilità: portare alle Olimpiadi i volti delle aziende che producono questi dispositivi significa dare un nome e un’identità a una filiera che il grande pubblico non conosce, ma che tocca la vita di milioni di persone. La seconda è la rete: vogliamo costruire un network di strutture sportive dotate di ausili e protesi accessibili a tutti, con tecnici ortopedici, fisioterapisti e istruttori specializzati, perché la tecnologia senza le competenze per usarla non basta. La terza — e più urgente — è istituzionale: usare la visibilità delle Paralimpiadi per riaprire con forza il confronto sulla rimborsabilità degli ausili sportivi e sulla necessità di aggiornare il nomenclatore per rendere le tecnologie innovative accessibili a tutti attraverso i Livelli essenziali di assistenza. Oggi nei LEA sono ancora presenti dispositivi superati o non più utilizzati, mentre molte tecnologie innovative che possono migliorare autonomia, partecipazione e qualità della vita non sono ancora accessibili attraverso il Servizio sanitario. È importante distinguere: nello sport paralimpico di alto livello le tecnologie sono spesso personalizzate e progettate per la massima performance individuale dell’atleta; ma esiste un livello altrettanto fondamentale, che precede e alimenta quello altamente agonistico. Si tratta dell’avviamento allo sport attraverso le associazioni dedicate, la scuola, le comunità scientifiche, in cui gli ausili sono progettati per essere altamente adattabili allo scopo di seguire l’atleta nella sua crescita oppure per essere utilizzati da più atleti, ognuno con le sue necessità, rendendo così lo sport veramente accessibile a tutti.

 Milano Cortina può essere l’occasione per accelerare questo aggiornamento: l’innovazione deve diventare un diritto per tutti, non un’opportunità riservata a chi può permettersela.

Lo sport è descritto come un potente strumento di inclusione. In che modo un ausilio tecnologicamente avanzato può cambiare radicalmente la vita sociale di una persona con disabilità, anche al di fuori dell’agonismo?

In Italia, su oltre tre milioni di persone con disabilità grave, meno del 10% pratica sport. Eppure, l’attività sportiva è uno degli strumenti più efficaci di inclusione: aiuta ad abbattere barriere fisiche e culturali e rappresenta un potente motore di recupero e sviluppo psicofisico.

La tecnologia gioca un ruolo decisivo. Un ausilio tecnologicamente avanzato non restituisce soltanto una funzione motoria: restituisce possibilità. La possibilità di muoversi, di partecipare, di stare con gli altri, di mettersi alla prova — anche solo con sé stessi. In altre parole, restituisce un ruolo sociale.

La mobilità significa autonomia, e l’autonomia è il presupposto della dignità e della partecipazione alla vita quotidiana. Per questo è fondamentale che le tecnologie più avanzate siano realmente accessibili. Oggi, invece, molti ausili innovativi, così come ausili per lo sport agonistico e non, non sono ancora adeguatamente riconosciuti o rimborsati dal Servizio sanitario: l’aggiornamento dei Livelli essenziali di assistenza e del nomenclatore degli ausili è quindi un passaggio necessario per garantire a tutte le persone con disabilità le stesse opportunità.

Lo sport è il contesto in cui questo cambiamento diventa più visibile, ma il suo valore va ben oltre l’agonismo: riguarda la possibilità di vivere pienamente la propria vita.

Ogni disabilità è diversa. Come riescono le vostre aziende a coniugare la produzione industriale con la necessità di creare ausili su misura, quasi come prodotti di alta sartoria tecnologica?

È una domanda che racconta bene la specificità del nostro settore. Quando si parla di ausili complessi, non esistono soluzioni standard: ogni persona ha una storia clinica, una morfologia, un livello di autonomia e obiettivi di vita diversi. Per questo l’adattabilità e la eventuale personalizzazione non sono un optional, ma la condizione di partenza.

Le aziende del nostro settore riescono a coniugare produzione industriale e su misura grazie a un modello unico che integra innovazione tecnologica e competenze professionali altamente specializzate. Da un lato c’è la scala industriale, che consente di sviluppare componenti, materiali avanzati, regolazioni ampie per rendere il dispositivo adattabile e duraturo nel tempo e di contenerne quindi i costi; dall’altro c’è un lavoro di adattamento individuale; in entrambi i casi c’è una squadra che coinvolge oltre a tecnici e ingegneri, professionisti sanitari, clinici e specialisti della riabilitazione.

Ogni ausilio per lo sport agonistico nasce da una valutazione approfondita della persona: si analizzano caratteristiche fisiche, patologia, stile di vita e obiettivi funzionali. A partire da lì si progettano e si assemblano soluzioni personalizzate, con prove, adattamenti e verifiche fino a trovare l’equilibrio migliore tra comfort, sicurezza e prestazione. È un processo che ricorda, per certi aspetti, l’alta sartoria: tecnologie avanzate e componenti industriali si combinano con un lavoro di precisione che rende ogni dispositivo unico.

È proprio questa capacità di unire ingegneria, innovazione e attenzione alla persona che rende l’industria italiana degli ausili un’eccellenza riconosciuta a livello internazionale. Un patrimonio di competenze che merita di essere valorizzato anche nel nostro Paese, garantendo alle persone con disabilità un accesso più rapido alle tecnologie per migliorare la qualità di vita, attraverso un aggiornamento costante dei Livelli essenziali di assistenza.

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