Viviamo in un’epoca in cui la parola longevità è diventata una sorta di ossessione culturale, medica e persino commerciale. Ma siamo davvero certi che il problema sia “quanto” viviamo? O dovremmo piuttosto interrogarci su “come” viviamo il tempo che abbiamo? È da questa domanda che prende avvio la riflessione del professor Antonio Malgaroli, psichiatra e psicoterapeuta, membro del Comitato Ordinatore del corso di Laurea Magistrale in Cognitive Psychology in Health Communication in collaborazione tra Università Vita-Salute San Raffaele e Università della Svizzera Italiana. Malgaroli, intervenuto all’evento «Euler Life Lab – Contro il tempo?» promosso da BrainCircle Lugano, solleva il tema del raccordo interdisciplinare tra scienza e arte, in cui il tempo della vita viene osservato attraverso le lenti della biologia, della mente e dell’identità.
Il tempo non è quello che crediamo: la longevità come percezione
Secondo Malgaroli, il primo errore è concettuale: confondere il tempo oggettivo con quello soggettivo. “Il tempo non è qualcosa di assoluto: cambia in base a come lo viviamo. Il punto non è quanto tempo abbiamo, ma come lo percepiamo”, osserva il professore. Una distinzione cruciale, perché introduce una frattura tra la misura biologica della vita e la sua esperienza psicologica. La sensazione di “non avere abbastanza tempo”, infatti, non nasce da un deficit reale di anni, ma da una distorsione cognitiva. Questa distorsione si alimenta di due movimenti mentali opposti e complementari: da un lato l’eccessiva proiezione nel futuro, dall’altro l’ancoraggio al passato. Nel primo caso, la mente è costantemente orientata verso obiettivi non raggiunti, scenari ipotetici, tensioni irrisolte. Nel secondo, invece, si resta intrappolati nella nostalgia o nel rimpianto, con una difficoltà crescente a vivere il presente. In entrambi i casi, sottolinea il neuroscienziato, il risultato è lo stesso: una perdita di contatto con l’istante. Ed è proprio questa disconnessione che trasforma la longevità in una richiesta ansiosa, quasi una corsa contro il tempo. Il problema, dunque, non è solo medico o biologico. È profondamente cognitivo ed emotivo. E riguarda il modo in cui il cervello costruisce la nostra esperienza del tempo vissuto.
Stress, controllo e corpo: quando la longevità si accorcia davvero
Se la percezione altera il tempo soggettivo, è lo stress cronico a incidere concretamente sulla salute del corpo e sui processi di invecchiamento. Malgaroli evidenzia come molte persone sviluppino un tratto psicologico caratterizzato da bisogno di controllo, ordine e perfezione. Ma la vita, e ancora di più l’invecchiamento, non rispondono a logiche perfettamente controllabili. Quando questa esigenza si scontra con la realtà, il sistema psicofisico entra in uno stato di tensione persistente. Ogni episodio di stress attiva risposte fisiologiche ben note: aumento della pressione arteriosa, accelerazione del battito cardiaco, alterazioni ormonali. Se questi stati diventano cronici, il corpo perde progressivamente la capacità di autoregolazione. È qui che entra in gioco il concetto di omeostasi, cioè la capacità dell’organismo di mantenere un equilibrio interno stabile. Come un termostato, il corpo corregge continuamente le variazioni esterne per mantenere condizioni ottimali. Ma quando lo stress è continuo, questo sistema si indebolisce. L’equilibrio non viene più ristabilito, ma spostato verso una nuova condizione meno efficiente: è il passaggio verso l’allostasi, una stabilizzazione “in peggio”, associata anche a patologie metaboliche come il diabete. A questo si aggiunge il ruolo dello stress ossidativo, legato alla produzione costante di radicali liberi in un ambiente ricco di ossigeno. Nel tempo, questi processi danneggiano cellule e tessuti, accelerando l’invecchiamento biologico. In questo quadro, la longevità non è più una questione di anni, ma di resilienza fisiologica. E la resilienza dipende anche dalla capacità di ridurre gli eccessi: alimentari, emotivi, comportamentali. Non a caso, diversi studi indicano che una moderata restrizione calorica può migliorare l’efficienza metabolica e contribuire a un invecchiamento più lento. Lo stesso vale per la gestione dello stress psicologico: vivere in uno stato di allerta costante è una delle condizioni più sfavorevoli per la salute a lungo termine.
Biologia della longevità: geni, resilienza e la lezione delle zebre
Accanto alla dimensione psicologica e fisiologica, la ricerca contemporanea sta mappando i meccanismi genetici che regolano l’invecchiamento. Tra i protagonisti emerge Nrf2, una sorta di interruttore della difesa cellulare, capace di attivare i sistemi antiossidanti in risposta allo stress ossidativo. Accanto a lui agiscono le sirtuine, che coordinano il metabolismo energetico e la funzione mitocondriale, e il gene FOXO3, frequentemente associato alla longevità nei centenari, grazie al suo ruolo nei processi di riparazione cellulare. Equilibri delicatissimi, che influenzano direttamente la qualità dell’invecchiamento sano. Ma la biologia, da sola, non basta a spiegare la longevità. È qui che entra in gioco una metafora tanto semplice quanto potente: quella delle zebre.
Nel racconto del professor Malgaroli, le zebre rappresentano un modello naturale di gestione dello stress cronico. Vivono costantemente esposte al rischio predatorio, eppure non mostrano segni di stress persistente. Per due ragioni principali: la dimensione sociale del branco e la capacità di restare ancorate al presente. Quando pascolano, le zebre non anticipano mentalmente ogni possibile minaccia futura. Reagiscono quando il pericolo si manifesta davvero. In questo senso, incarnano una forma di intelligenza biologica centrata sull’istante, non sull’anticipazione ansiosa. La lezione è chiara: la qualità della vita non dipende dalla riduzione del rischio, ma dalla capacità di non viverlo in modo anticipatorio e continuo.
Un messaggio finale: la qualità del tempo
La riflessione si chiude con un invito che è insieme scientifico ed esistenziale: spostare lo sguardo dalla quantità alla qualità del tempo. “La vera longevità non è aggiungere anni alla vita, ma vita agli anni”, ricorda il professor Antonio Malgaroli. Una sintesi che ribalta la narrazione contemporanea della longevità come accumulo, restituendole invece una dimensione qualitativa, esperienziale. In questa prospettiva, il tempo non è più una corsa da vincere, ma uno spazio da abitare.
