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Il cuore di Berlino: cosa è e come funziona

Il cuore di Berlino: cosa è e come funziona
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Dal primo impianto negli anni Ottanta al caso di Domenico Caliendo a Napoli: come funziona il Berlin Heart, quando viene utilizzato e perché può diventare un ponte decisivo verso un nuovo cuore.

Domenico Caliendo, due anni e mezzo, avrebbe potuto avere una possibilità concreta di sopravvivere dopo il fallimento del trapianto di cuore al Monaldi di Napoli. È la conclusione più rilevante della superperizia di 553 pagine depositata dai tre esperti nominati dal gip Mariano Sorrentino. Secondo i periti, una volta accertato che il cuore arrivato da Bolzano era stato irrimediabilmente danneggiato durante la conservazione e il trasporto, il bambino avrebbe potuto essere collegato al Berlin Heart EXCOR, anziché essere mantenuto in vita con l’ECMO. La finestra indicata è quella delle prime 72 ore: il dispositivo, secondo la perizia, avrebbe potuto preservare o ristabilire la funzionalità degli organi abbastanza a lungo da rendere Domenico potenzialmente candidabile per un secondo trapianto, con probabilità di sopravvivenza a medio e lungo termine. La stessa superperizia non muove invece censure all’intervento chirurgico di trapianto eseguito da Guido Oppido e dalla sua équipe, mentre individua criticità nella gestione del cuore durante il trasporto da Bolzano e, successivamente, nella scelta del supporto meccanico. È una distinzione importante: il Berlin Heart non viene indicato dai periti come una garanzia di salvezza, ma come un’opzione terapeutica che avrebbe potuto mantenere aperta la possibilità di un secondo trapianto. La vicenda giudiziaria è ancora in corso e le conclusioni della perizia saranno discusse nel contraddittorio tra le parti nell’incidente probatorio previsto per novembre.

Come funziona il Berlin Heart

Il nome può far pensare a un cuore artificiale completo, ma non è esattamente così. Il Berlin Heart, o più precisamente sistema EXCOR, è un dispositivo di assistenza ventricolare meccanica: una pompa che può sostituire temporaneamente il lavoro del ventricolo sinistro, di quello destro o di entrambi. A differenza di altri sistemi, le pompe rimangono all’esterno del corpo e sono collegate al cuore e ai grandi vasi attraverso cannule. Un sistema pneumatico ne regola il riempimento e lo svuotamento, consentendo di mantenere la circolazione quando il cuore non è più in grado di farlo adeguatamente. È una tecnologia particolarmente importante in cardiochirurgia pediatrica, perché esistono pompe di diverse dimensioni, utilizzabili anche nei bambini molto piccoli. La storia del dispositivo nasce a Berlino: il primo impianto di un sistema EXCOR per l’assistenza ventricolare risale al 1987 e nel 1990 venne utilizzato per la prima volta in ambito pediatrico. Da allora il dispositivo è stato impiegato soprattutto come ponte verso il trapianto, cioè per mantenere vivo e in condizioni sufficientemente stabili un paziente in attesa di un cuore compatibile. In alcuni casi può essere invece utilizzato come ponte verso il recupero, quando si ritiene possibile che il cuore riprenda una funzione adeguata. Il punto fondamentale è quindi il tempo: la macchina non “cura” necessariamente il cuore malato, ma può sostituirne temporaneamente parte del lavoro e consentire agli altri organi di recuperare o di essere preservati. È questa caratteristica a renderla diversa dall’ECMO, utilizzata soprattutto nelle condizioni acute e critiche e capace di fornire un supporto cardiorespiratorio extracorporeo. Il Berlin Heart è concepito per un’assistenza ventricolare più prolungata, anche se il suo impiego comporta rischi importanti, tra cui infezioni, sanguinamenti e trombosi, e richiede un’équipe altamente specializzata.

Il caso del piccolo Domenico Caliendo

Il nodo della vicenda di Napoli è dunque comprensibile proprio alla luce della differenza tra i due sistemi. Dopo il trapianto del 23 dicembre 2025, eseguito con un cuore arrivato da Bolzano e risultato gravemente danneggiato dal ghiaccio secco utilizzato durante il trasporto, Domenico venne sostenuto con ECMO. Il cuore trapiantato non recuperò però una funzione adeguata e le condizioni del bambino si deteriorarono progressivamente. La superperizia sostiene che il passaggio al Berlin Heart avrebbe potuto offrire una forma di assistenza più duratura, preservando le condizioni sistemiche necessarie per attendere un altro organo. Non significa che il secondo trapianto sarebbe certamente riuscito, né che l’impianto del dispositivo fosse privo di rischi: significa che, secondo i tre esperti del gip, avrebbe potuto prolungare la finestra terapeutica fino a rendere possibile un nuovo trapianto. La questione è particolarmente significativa perché il 17 febbraio, poco prima della morte di Domenico, si sarebbe reso disponibile un altro cuore, ma a quel punto le condizioni cliniche del bambino non consentivano più di procedere. È qui che il Berlin Heart assume, nel caso napoletano, un significato che va oltre la tecnologia. La domanda alla quale dovrà rispondere il procedimento giudiziario non è semplicemente perché non sia stato utilizzato un determinato dispositivo, ma se la scelta dell’ECMO abbia fatto perdere una finestra nella quale Domenico avrebbe potuto essere mantenuto in vita abbastanza a lungo da arrivare a un secondo trapianto. Per i periti, quella possibilità esisteva. Sarà ora il contraddittorio giudiziario a stabilire il peso delle diverse condotte e delle alternative terapeutiche. Ma la storia del Berlin Heart spiega perché una pompa nata quasi quarant’anni fa a Berlino sia oggi al centro del caso: perché, in un bambino in attesa di un cuore, a volte la terapia più importante non è soltanto quella che sostiene la circolazione, ma quella che riesce a comprare abbastanza tempo per dare al trapianto un’altra possibilità.

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