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Clostridioides difficile, cos’è il batterio al centro del caso di Catanzaro: come si trasmette, sintomi e cure negli adulti

Clostridioides difficile, cos’è il batterio al centro del caso di Catanzaro: come si trasmette, sintomi e cure negli adulti
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Dopo il caso che ha scosso Catanzaro aumentano le domande su un’infezione ancora poco conosciuta. Dagli antibiotici ai sintomi, fino alle cure più efficaci: facciamo chiarezza con il professor Silvio Danese, tra i massimi esperti mondiali di gastroenterologia.

Il caso di Catanzaro ha acceso i riflettori sul Clostridioides difficile, un batterio ancora poco conosciuto dal grande pubblico ma responsabile di infezioni che possono diventare molto gravi. A richiamare l’attenzione è stata la morte di un bambino di 18 mesi, che frequentava un asilo privato di Tropea. Il piccolo era stato ricoverato inizialmente all’ospedale di Vibo Valentia per una grave infezione gastrointestinale e, dopo il peggioramento delle sue condizioni, trasferito all’ospedale di Catanzaro, dove è deceduto probabilmente a causa di una sepsi. Altri bambini che frequentavano lo stesso asilo hanno manifestato sintomi gastrointestinali e alcuni sono stati ricoverati: per fortuna nessuno ha avuto conseguenze gravi. La Procura di Vibo Valentia ha aperto un’inchiesta per chiarire le cause del decesso e accertare l’eventuale collegamento tra i diversi casi: le verifiche epidemiologiche e gli accertamenti microbiologici sono tuttora in corso. Al di là della vicenda giudiziaria e sanitaria, ancora tutta da chiarire, il caso ha riportato l’attenzione su un’infezione che interessa anche e soprattutto gli adulti, in particolare le persone ricoverate in ospedale, che assumono antibiotici o che presentano condizioni di fragilità. Ma che cos’è il Clostridioides difficile? Come si trasmette? Quali sono i sintomi e le cure?  Lo abbiamo chiesto al professor Silvio Danese, primario di Gastroenterologia ed endoscopia digestiva dell’IRCCS Ospedale San Raffaele di Milano e docente all’Università Vita-Salute San Raffaele, per fare il punto su un batterio tanto diffuso quanto spesso poco conosciuto.

Clostridioides difficile, cos’è il batterio al centro del caso di Catanzaro: come si trasmette, sintomi e cure negli adulti
Il professor Silvio Danese, primario di Gastroenterologia ed endoscopia digestiva dell’IRCCS Ospedale San Raffaele di Milano e docente all’Università Vita-Salute San Raffaele

Professore, cos’è esattamente il Clostridioides difficile, e come si trasmette da una persona all’altra? È sufficiente il contatto con un malato o servono condizioni particolari perché provochi un’infezione?

Il Clostridioides difficile è un batterio che può vivere nell’intestino, nella flora vaginale e nell’ambiente sotto forma di spore, permettendo la sua sopravvivenza e la sua resistenza per lungo tempo anche su superfici e oggetti. La trasmissione avviene per via oro-fecale, ovvero il contatto delle spore con le mucose attraverso mani o oggetti contaminati. Entrare in contatto non implica necessariamente un’infezione, infatti nella maggior parte delle persone il microbiota intestinaleriesce a tenerlo sotto controllo. L’infezione si sviluppa soprattutto quando questo equilibrio viene alterato, ad esempio dopo una terapia antibiotica. I sintomi associati all’infezione sono per lo più diarrea acquosa, febbre e dolori addominali, fino ad arrivare a quadri più severi di colite e megacolon tossico, condizioni che possono condurre a complicanze anche fatali.

È spesso associato agli ospedali, ma il caso di Catanzaro ha riportato l’attenzione su una possibile trasmissione in comunità. Quanto è realmente frequente che il batterio circoli fuori dalle strutture sanitarie e quali sono i contesti quotidiani in cui un adulto può esporsi senza rendersene conto?

Per molti anni il Clostridioides difficile è stato considerato quasi esclusivamente un problema degli ospedali e delle strutture sanitarie, dove si concentrano pazienti fragili e l’uso di antibiotici è molto frequente. Oggi sappiamo che il tasso di colonizzazione negli adulti sani si aggira intorno al 4-15%, percentuale paragonabile anche nella popolazione pediatrica, e che le infezioni da C. difficile acquisite in comunità rappresentano oltre il 30% dei casi di infezione da questo batterio. L’esposizione alle spore per un adulto sano in ambienti di vita quotidiana è piuttosto frequente, tuttavia, anche in questo caso, il semplice contatto raramente basta: serve quasi sempre una predisposizione dell’ospite.

Negli adulti il rischio non riguarda solo chi è anziano o ricoverato. Quali categorie di persone dovrebbero prestare particolare attenzione e quali sono gli errori più comuni che favoriscono l’infezione?

Il principale fattore di rischio è, come detto, l’assunzione di antibiotici, soprattutto se prolungata o ripetuta. A rischio sono anche gli anziani, anche non ricoverati, chi soffre di malattie croniche o ha deficit del sistema immunitario. Oltre a un adeguato approccio igienico, un uso appropriato degli antibiotici è una delle strategie più efficaci per prevenire questa infezione. Ogni antibiotico va assunto solo quando necessario, secondo le indicazioni del medico, e la terapia va proseguita per una durata congrua al tipo di infezione.

Quali sono i sintomi che dovrebbero far sospettare un’infezione da Clostridioides difficile e spingere un adulto a rivolgersi rapidamente al medico o al Pronto Soccorso?

Il dubbio diagnostico di una gastroenterite virale ci può essere soprattutto all’esordio dei sintomi, questa però di solito si risolve in pochi giorni. Bisogna invece approfondire ulteriormente il quadro se i sintomi si dovessero protrarre per più giorni, se la diarrea dovesse essere associata a febbre persistente e soprattutto se questo quadro dovesse comparire in prossimità di una terapia antibiotica, specie se protratta.

Ultimamente il trattamento è cambiato: oltre agli antibiotici, oggi si parla di trapianto di microbiota fecale e di strategie per prevenire le recidive. Quanto sono efficaci queste nuove opzioni e in quali pazienti fanno davvero la differenza?

Negli ultimi anni l’armamentario terapeutico si è ampliato notevolmente, soprattutto per far fronte a problematiche frequenti nei pazienti che contraggono questa infezione: la resistenza agli antibiotici e la recidiva dell’infezione. Infatti, oltre al tradizionale antibiotico di prima linea, la vancomicina, che ha un tasso di fallimento terapeutico di oltre il 15%, si sono aggiunte nuove molecole come la fidaxomicina. Recentemente è stato introdotto anche un farmaco biologico, un anticorpo monoclonale chiamato bezlotoxumab, indicato soprattutto per prevenire la ricorrenza dell’infezione. Il trapianto di microbiota fecale è una tecnica che si è dimostrata essere la terapia più efficace per le infezioni ricorrenti da Clostridioides difficile: attualmente è riservato ai pazienti che hanno avuto più recidive, garantendo in questi casi tassi di risoluzione maggiori del 70%. Sullo stesso filone è stato recentemente introdotto Vowst, una terapia orale a base di spore vive di microbioma indicata per il trattamento delle infezioni ricorrenti; ad oggi è approvata solo negli Stati Uniti ma potrà essere disponibile in Europa nel prossimo futuro.

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