Non è un virus emergente né un batterio resistente agli antibiotici. Eppure sta mettendo sotto pressione epidemiologi, autorità sanitarie e specialisti della sicurezza alimentare. Si chiama ciclosporiasi, è provocata dal protozoo Cyclospora cayetanensis e nelle ultime settimane è al centro della più vasta epidemia mai registrata negli Stati Uniti. Migliaia di persone si sono ammalate, centinaia sono state ricoverate e, per la prima volta, sono stati segnalati anche due decessi in Michigan, entrambi in pazienti con gravi patologie preesistenti, nei quali la severa disidratazione conseguente all’infezione avrebbe contribuito all’esito fatale. A rendere particolarmente insidiosa questa infezione è il fatto che non si trasmette da persona a persona come accade con molte gastroenteriti virali. Il vero veicolo è il cibo. Le indagini del Centers for Disease Control and Prevention (CDC)e della Food and Drug Administration (FDA) hanno individuato uno dei principali focolai in lattuga iceberg proveniente dal Messico e distribuita attraverso la filiera della ristorazione, ma sono in corso altre inchieste che riguardano prodotti alimentari ancora non identificati. L’epidemia americana, tuttavia, non deve essere interpretata come un problema confinato oltre Atlantico. La crescente globalizzazione delle filiere alimentari rende infatti sempre più frequente la circolazione internazionale di prodotti freschi e, con essi, dei microrganismi che possono contaminarli. Anche se in Italia non esiste al momento un’epidemia di ciclosporiasi, il nostro Paese registra periodicamente casi importati, soprattutto dopo viaggi in aree tropicali oppure in relazione al consumo di alimenti contaminati.
Che cos’è la ciclosporiasi e perché è diversa dalle altre infezioni alimentari
La Cyclospora cayetanensis è un parassita microscopico appartenente ai protozoi. Vive esclusivamente nell’uomo e viene eliminato con le feci. A differenza di molti altri patogeni intestinali, però, non è immediatamente contagioso: le cisti del parassita eliminate devono maturare nell’ambiente per giorni o settimane prima di diventare infettanti. È proprio questa caratteristica biologica a rendere improbabile la trasmissione diretta tra persone e a spostare l’attenzione sull’acqua e sugli alimenti contaminati durante la coltivazione, il lavaggio o la lavorazione industriale. Negli ultimi vent’anni la ciclosporiasi è diventata una delle infezioni alimentari emergenti più studiate. La spiegazione è semplice: i prodotti maggiormente coinvolti sono quelli consumati crudi. Insalate confezionate, lattuga, basilico, coriandolo, prezzemolo, lamponi e altri frutti di bosco sono stati più volte associati a focolai internazionali. Basta una contaminazione dell’acqua utilizzata nei campi o durante il confezionamento perché il parassita raggiunga il consumatore. La difficoltà principale riguarda anche la diagnosi. A differenza di Salmonella o Campylobacter, Cyclospora non viene ricercata automaticamente nei normali esami colturali delle feci. Occorrono test specifici, spesso basati su metodiche molecolari o su particolari colorazioni microscopiche. Per questo motivo molti casi possono sfuggire alla sorveglianza epidemiologica o essere inizialmente scambiati per una generica gastroenterite. Dal punto di vista clinico il sintomo dominante è una diarrea acquosa intensa, spesso accompagnata da nausea, crampi addominali, perdita dell’appetito, febbricola, meteorismo, stanchezza marcata e perdita di peso. Nei soggetti sani la malattia tende a risolversi, anche se può protrarsi per settimane con andamento intermittente. Diverso il discorso per gli anziani, gli immunodepressi, i pazienti oncologici, i trapiantati o chi assume farmaci immunosoppressori, nei quali la disidratazione può diventare rapidamente una complicanza seria.
Perché l’epidemia americana rappresenta un campanello d’allarme anche per l’Europa
L’attuale epidemia statunitense ha assunto dimensioni senza precedenti. Secondo le autorità federali, migliaia di casi confermati e sospetti sono distribuiti in numerosi Stati americani. Una parte consistente delle infezioni è stata collegata epidemiologicamente al consumo di lattuga iceberg distribuita da una filiera proveniente dal Messico, mentre altri focolai risultano ancora senza una fonte identificata. Questo dimostra quanto sia complesso ricostruire il percorso di un alimento fresco lungo una catena distributiva internazionale. Le difficoltà investigative dipendono anche dalla biologia del parassita. Tra il momento dell’ingestione e la comparsa dei sintomi possono trascorrere anche una settimana o più. Nel frattempo il consumatore ha spesso dimenticato cosa abbia mangiato e molti degli alimenti coinvolti sono già stati consumati o eliminati, rendendo estremamente complicata la ricostruzione epidemiologica. L’Europa osserva la situazione con particolare attenzione. L’ECDC considera la Cyclospora cayetanensis un agente patogeno emergente trasmesso dagli alimenti e ricorda come la crescente importazione di ortaggi e frutta da aree tropicali aumenti le possibilità di introdurre il parassita anche nei Paesi europei. I casi notificati nel continente rimangono relativamente pochi rispetto agli Stati Uniti, ma sono probabilmente sottostimati proprio perché la diagnosi richiede indagini dedicate e non sempre viene presa in considerazione nei pazienti con diarrea persistente dopo un viaggio o dopo il consumo di prodotti freschi. In Italia la sorveglianza è affidata ai sistemi di monitoraggio delle infezioni alimentari e agli Istituti zooprofilattici, ma la ciclosporiasi resta una malattia rara. La maggior parte delle segnalazioni riguarda infezioni importate oppure piccoli episodi sporadici. Questo non significa che il rischio sia nullo. Il nostro Paese importa infatti grandi quantità di ortaggi e frutta da mercati internazionali, rendendo fondamentale il controllo lungo tutta la filiera.
Come si previene la ciclosporiasi e perché lavare la verdura non basta sempre
La prevenzione comincia nei campi molto prima che il prodotto arrivi nel frigorifero di casa. L’utilizzo di acqua pulita per irrigazione e lavaggio, la corretta gestione delle acque reflue e il rispetto delle norme igieniche durante raccolta e confezionamento rappresentano le misure più efficaci per impedire la contaminazione. Per il consumatore il consiglio resta quello di lavare accuratamente frutta e verdura sotto acqua corrente, strofinandone la superficie quando possibile. È importante, tuttavia, sapere che nessun lavaggio domestico garantisce l’eliminazione completa delle oocisti del parassita. Anche prodotti già confezionati come “pronti da mangiare” possono essere coinvolti in eventuali richiami se la contaminazione è avvenuta a monte della filiera. Le autorità sanitarie sottolineano inoltre che l’impiego di aceto, bicarbonato o detergenti specifici non ha dimostrato un’efficacia superiore rispetto al semplice lavaggio con acqua corrente. Quando l’infezione viene diagnosticata, la terapia di riferimento è costituita dall’antibiotico trimetoprim-sulfametossazolo, particolarmente efficace contro il protozoo. Nei pazienti che non possono assumerlo, le alternative terapeutiche risultano invece più limitate e meno efficaci, motivo per cui la prevenzione assume un ruolo ancora più importante. L’epidemia americana ricorda quanto il concetto di sicurezza alimentare sia ormai globale. Un ortaggio coltivato a migliaia di chilometri di distanza può raggiungere il piatto di milioni di persone in pochi giorni. La risposta non può quindi limitarsi al richiamo di un lotto contaminato, ma richiede sistemi di sorveglianza sempre più sofisticati, controlli microbiologici lungo tutta la filiera e una stretta collaborazione internazionale tra autorità sanitarie. La ciclosporiasi rimane una malattia relativamente rara in Italia e non esistono segnali di un’emergenza nazionale. Ma l’attuale epidemia dimostra che, nell’era delle catene alimentari globali, nessun Paese può considerarsi davvero isolato. Il parassita è invisibile, viaggia con gli alimenti più salutari della nostra dieta e ricorda che la sicurezza di ciò che mangiamo inizia molto prima di arrivare sulla nostra tavola.
