La Rubrica - Outside the Beltway: cronache e analisi di politica Usa
Sono già iniziate le manovre in vista delle primarie presidenziali repubblicane del 2028. Non è un mistero che, almeno per ora, i due principali candidati saranno potenzialmente JD Vance e Marco Rubio. In questo quadro, secondo Axios, un pezzo importante del vecchio establishment repubblicano avrebbe cominciato a remare contro l’attuale vicepresidente americano. E infatti il Wall Street Journal ha recentemente pubblicato una serie di articoli particolarmente critici nei suoi confronti.
Del resto, a non amare Vance sono soprattutto i conservatori filoisraeliani, che non hanno affatto gradito gli strali da lui lanciati contro Benjamin Netanyahu e il suo governo. Non solo. Quest’area del Partito repubblicano non vede neanche di buon occhio l’impegno profuso dal vicepresidente a favore della diplomazia con Teheran e continua a considerarlo politicamente troppo vicino al giornalista Tucker Carlson che ha recentemente rotto con Donald Trump proprio sul conflitto iraniano. D’altronde, già a metà luglio, Politico riferiva che Vance si fosse alienato le simpatie di una parte dei finanziatori repubblicani collocati su posizioni filo-israeliane. Sotto questo aspetto, a essere favorito appare invece Rubio. Il segretario di Stato americano è storicamente più vicino allo Stato ebraico e, secondo varie indiscrezioni, avrebbe espresso scetticismo verso il memorandum d’intesa con Teheran che era stato negoziato da Vance a giugno. Inoltre, già a marzo era emerso che una parte cospicua dei finanziatori repubblicani nutrisse maggiore simpatia per il segretario di Stato. Eppure bisogna fare attenzione ai facili automatismi. Esiste infatti, per Rubio, anche un rovescio della medaglia.
Innanzitutto va registrato che, sulla guerra in Iran, la base Maga è spaccata. Esistono infatti suoi ampi settori che non solo sono favorevoli alla diplomazia ma che nutrono anche freddezza nei confronti del governo israeliano. Vance si sta facendo portavoce di questi mondi. Al contempo, lo stesso Rubio non ha chiuso del tutto la porta alla diplomazia con la Repubblica islamica, ben consapevole sia delle divisioni in seno al mondo Maga sia del fatto che gli elettori indipendenti risultino insofferenti nei confronti del conflitto in corso. La stessa fuoriuscita di Carlson dal Partito repubblicano potrebbe essere una strategia per catalizzare il voto dei trumpisti più delusi, per farli poi riversare su Vance durante le prossime primarie presidenziali.
In secondo luogo, al di là del Medio Oriente, va ricordato che, nel 2024, Trump ha vinto anche grazie ai colletti blu della Rust Belt: una quota elettorale rispetto a cui Vance, almeno sulla carta, appare politicamente più solido rispetto a Rubio. Il vicepresidente potrebbe quindi decidere di giocarsi la carta antisistema. Il che non vuole però significare che, in caso, non avrebbe potenti alleati dalla sua. Elon Musk ha lasciato chiaramente intendere che probabilmente sosterrà Vance. Un Vance che gode storicamente anche di stretti legami con Peter Thiel. Insomma, se Rubio può contare sui finanziatori tradizionali e sui circoli legati alla sicurezza nazionale, il vicepresidente appare al momento più forte nel sostegno della working class e della Silicon Valley. La coalizione elettorale che ha riportato Trump alla Casa Bianca si sta quindi rimescolando in vista delle primarie del 2028. Certo, le incognite all’orizzonte restano numerose. E chissà che non decidano di scendere in campo altre figure. Resta però un dato oggettivo sul tavolo: almeno per ora, l’eventuale duello tra Vance e Rubio risulta più aperto che mai.
