In Italia la carenza di chirurghi non è più soltanto una previsione. È una crisi che si misura nei posti di specializzazione rimasti vuoti, nell’età dei professionisti e nella difficoltà di convincere i giovani medici a scegliere questa disciplina. Se la tendenza non cambierà, entro cinque anni diverse aree del Paese potrebbero trovarsi senza un numero sufficiente di specialisti, con conseguenze dirette per i pazienti: attese più lunghe, spostamenti più impegnativi e interventi difficili da garantire nei tempi necessari.
Il segnale arriva anche dagli Stati Uniti. Secondo uno studio appena pubblicato sul Journal of the American College of Surgeons e presentato al congresso del Collegio Americano dei Chirurghi, concluso nei giorni scorsi a Washington, 15 milioni di americani vivono in contee prive di un chirurgo generale. L’Italia non dispone di un’analisi equivalente sulla distribuzione territoriale della forza lavoro chirurgica, ma i dati sulla formazione e sull’età dei professionisti delineano uno scenario preoccupante.
«Molte aree rischiano di restare in pochi anni senza chirurghi», avverte Maurizio Docimo, presidente della Società Italiana di Chirurgia e ordinario di Chirurgia generale all’Università Vanvitelli di Napoli. La crisi vocazionale, spiega, è diventata strutturale dal 2021, quando i contratti di specializzazione non assegnati hanno cominciato a rappresentare un fenomeno costante.
Nel 2026 sono rimasti scoperti 193 contratti su 646 banditi in Chirurgia generale, pari al 30% del totale. Il dato è in lieve miglioramento rispetto al 37,8% del 2025, ma quasi un posto su tre continua a non trovare un candidato. La media nazionale nasconde differenze territoriali marcate: a L’Aquila non è stato assegnato alcun contratto, mentre a Udine e Genova sono rimasti vuoti quasi nove posti su dieci.
A Cosenza, Sassari, Campobasso e Perugia i contratti occupati non superano il 20%. Secondo le stime della Società Italiana di Chirurgia, circa il 10% dei medici potrebbe abbandonare la specializzazione prima di completare i cinque anni di formazione. Un ulteriore 10% degli specialisti si orienterebbe verso l’estero o il privato. Tra i primi mille classificati al concorso, inoltre, soltanto nove hanno scelto la chirurgia generale.
Entro il 2030 mancheranno circa 1.500 chirurghi: un intervento su dieci è a rischio
La crisi riguarda anche chi è già in servizio. Secondo i dati Eurostat richiamati nel comunicato, più della metà dei chirurghi generali italiani che lavorano negli ospedali ha superato i 60 anni. La quota è del 32% in Spagna e del 44% in Francia e Germania. Un divario che rende particolarmente urgente il ricambio generazionale.
Le proiezioni della Società Italiana di Chirurgia indicano che entro il 2030 circa 2.800 dei 6.500 chirurghi attualmente assunti negli ospedali potrebbero lasciare il servizio. Stress, carichi di lavoro e risorse insufficienti contribuiscono a rendere difficile la permanenza nel sistema pubblico. Nel frattempo, sulla base dei contratti coperti nelle scuole di specializzazione dal 2022 a oggi, i nuovi specialisti potrebbero non arrivare a 1.300.
Il saldo sarebbe negativo per circa 1.500 chirurghi, un vuoto che gli ospedali pubblici potrebbero faticare a colmare. La disponibilità di personale condiziona l’organizzazione delle sale operatorie, la possibilità di programmare gli interventi e la capacità di rispondere alle necessità di cura di una popolazione che invecchia.
Secondo le stime riportate da Docimo, nei prossimi cinque anni l’organico potrebbe ridursi del 20%, mentre la domanda di cure chirurgiche è attesa in aumento del 12%. La previsione tiene conto dell’andamento demografico, dei modelli di utilizzo dei servizi sanitari e del rapporto tra chirurghi e popolazione. Il risultato è un divario crescente tra la richiesta di prestazioni e la capacità di erogarle.
In Italia vengono eseguiti ogni anno circa 650mila interventi di chirurgia generale. In questo quadro, avverte Docimo, un intervento su dieci potrebbe incontrare maggiori difficoltà di accesso. Si tratta di una proiezione, non del conteggio di operazioni già cancellate. Per i pazienti il rischio è quello di attese più lunghe e di maggiori spostamenti per raggiungere una struttura in grado di intervenire, soprattutto nelle aree del Sud.
Contenziosi, turni massacranti e poche tecnologie: perché i giovani non scelgono più il bisturi
Per capire perché la chirurgia generale abbia perso attrattiva bisogna guardare alle condizioni di lavoro. Turni pesanti, responsabilità elevate e riconoscimenti economici giudicati insufficienti si sommano al timore del contenzioso medico-legale. «I motivi del drammatico allontanamento dei giovani dalla chirurgia sono da individuarsi nei turni di lavoro massacranti rispetto a un riconoscimento economico non adeguato, tra i più bassi dell’Europa occidentale», afferma Docimo.
A pesare è anche l’assenza di una riforma definitiva della responsabilità professionale. Il contenzioso medico-legale, secondo i dati citati dalla Società, sarebbe aumentato del 150% in dieci anni. Docimo sottolinea che molti procedimenti si rivelerebbero privi di fondamento, ma produrrebbero comunque conseguenze economiche. Le assicurazioni professionali possono incidere pesantemente sui redditi dei giovani specialisti. A questo quadro si aggiungono le aggressioni ai danni del personale sanitario.
C’è poi la questione tecnologica. L’aggiornamento delle dotazioni non procede ovunque con la stessa rapidità, soprattutto per quanto riguarda le procedure robotiche. Per un giovane chirurgo, poter acquisire competenze avanzate è parte integrante della formazione e delle prospettive professionali. Se queste opportunità mancano in Italia, la possibilità di trasferirsi all’estero diventa più allettante.
La contraddizione è evidente: il Paese forma professionisti che possono trovare riconoscimento fuori dai confini nazionali, mentre le strutture pubbliche devono affrontare una carenza crescente. Per invertire la tendenza, secondo Docimo, occorre un programma capace di rendere nuovamente attrattiva la chirurgia generale, con maggiori incentivi economici, più tutele giuridiche e un accesso più ampio alle nuove tecnologie.
Il capitolo più atteso riguarda la riforma della responsabilità professionale e il cosiddetto scudo penale. Il disegno di legge presentato dal ministro della Salute Orazio Schillaci nel novembre 2025, secondo il comunicato, è all’esame della Commissione Affari sociali della Camera. La Società Italiana di Chirurgia chiede l’approvazione della riforma e dei relativi decreti attuativi entro il 31 dicembre 2026. «La nostra richiesta è quella di circoscrivere e ridimensionare la responsabilità penale, rendendo strutturale il cosiddetto scudo», spiega Docimo. L’obiettivo è attribuire un peso decisivo al rispetto delle linee guida, mantenendo la rilevanza penale dell’errore grave nei casi in cui queste non siano state rispettate. La tutela legale, tuttavia, non può sostituire condizioni di lavoro sostenibili, retribuzioni adeguate e investimenti tecnologici. La sfida è evitare che la crisi della chirurgia generale si traduca in una sanità a velocità diverse, nella quale la possibilità di essere operati dipenda sempre più dal luogo in cui si vive.
