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Cervello esausto da smartphone e social: ecco cosa dice la scienza per rigenerarlo in estate

Cervello esausto da smartphone e social: ecco cosa dice la scienza per rigenerarlo in estate

L’attenzione frammentata logora la mente. I neuroscienziati spiegano perché natura e arte sono le vere terapie per riattivare il cervello.

Quel continuo scrollare, le notifiche infinite, i messaggi WhatsApp che non ci lasciano tregua e i video di TikTok che ci tengono incollati allo schermo fino a tarda notte. Se il vostro inverno è più o meno passato così, in bilico tra la paura e nello stesso tempo il desiderio di una sana disconnessione, ormai incapaci di leggere un libro fino in fondo e al fianco di amici e colleghi che non riescono nemmeno a seguire un discorso più lungo di pochi secondi senza distrarsi, ebbene siete in ottima compagnia: i dati ci dicono che viviamo in un’epidemia di disattenzione, che aumentano le diagnosi di disturbi tipo Adhd anche in età adulta, e che la sindrome “Fomo” (Fear of missing out), che ci spinge a controllare sempre i social per paura di perderci qualcosa, un’informazione, un evento, è sempre più diffusa.

Il problema è che il cervello, di questa iperattività continua risente più di quanto pensiamo: se per anni la scienza si era focalizzata sullo stress come “primo nemico” del nostro benessere mentale, oggi i neuroscienziati puntano su un altro obiettivo, e cioè l’attenzione frammentata. La nostra mente è profondamente stanca, non siamo più capaci di concentrazione e questo va a influire su tutti gli aspetti della vita quotidiana, dal lavoro alle relazioni sociali. «Il cervello, come ogni altro organo, possiede una riserva funzionale che può essere utilizzata per affrontare situazioni di stress o particolari sollecitazioni», dice a Panorama Giancarlo Cerveri, vice presidente della Società italiana di psichiatria. «Se però viene esposto in modo continuo allo stesso tipo di richiesta, finisce per modificare il proprio modo di funzionare. La sua grande plasticità lo porta ad agire in un regime di attenzione costantemente frammentata, ma questo adattamento ha un costo: nel tempo compare affaticamento cognitivo. È quindi importante concedergli momenti di recupero, limitando la stimolazione continua di social e dispositivi digitali. È come il muscolo di un braccio o di una gamba sottoposto a uno sforzo incessante: senza pause adeguate, le sue prestazioni inevitabilmente diminuiscono».

Cervello esausto da smartphone e social: la svolta scientifica per rigenerarlo in estate

In questa estate 2026, mentre la tendenza modaiola è quella di approfittare delle vacanze per allenare il corpo con il boom dei viaggi “performativi” e dei resort con pacchetti-palestra e personal trainer – non sia mai si dovesse arrivare a settembre con i bicipiti mosci e gli addominali senza più “tartaruga”- sarebbe opportuno un cambio di prospettiva. Il vero organo esausto da far rigenerare è proprio il cervello, e per rimetterlo in carreggiata basterebbe poco. «Esiste nell’encefalo un sistema chiamato Default mode network, una rete di aree che si attiva quando non siamo concentrati su un compito e lasciamo vagare il pensiero. È la sua modalità di riposo», afferma Paolo Calabresi, primario del reparto di neurologia dell’Irccs Policlinico Gemelli di Roma e ordinario dell’Università Cattolica. «Oggi sappiamo che questo sistema è fondamentale per l’equilibrio cognitivo ed emotivo, e che la sua alterazione è coinvolta non solo nei disturbi dell’attenzione, ma anche nelle malattie neurodegenerative come l’Alzheimer. Per far attivare questo sistema possiamo prefissarci, nei mesi di “riposo”, di riscoprire la bellezza, l’arte e la natura: visitare musei, camminare in un parco o lungo un sentiero di montagna tra il verde sono attività che consentono di attivare i circuiti cerebrali che producono effetti benefici sulla salute mentale. La bellezza può diventare una vera forma di terapia».

Meno performance, più arte e più natura. Negli Stati Uniti è di gran moda la “Attention restoration theory”, secondo cui l’ambiente naturale aiuta a rigenerare i circuiti dell’attenzione consumati dalla vita digitale attraverso quella che i ricercatori chiamano “soft fascination”: un coinvolgimento spontaneo che permette al cervello di recuperare energie. Il vero lusso potrebbe quindi non essere una vacanza esotica o performativa, ma il recupero del pensiero creativo.

Il potere della soft fascination contro il rischio di declino cognitivo

E mentre la Gran Bretagna – dopo l’Australia – ha annunciato di voler proibire i social media ai minori di 16 anni, l’Anglia Ruskin University di Cambridge, nel più grande sondaggio di questo genere mai realizzato, ha chiesto a più di 50 mila persone di 58 diversi Paesi di raccontare la propria esperienza con la natura, scoprendo che il contatto con essa favorisce una sorta di “quiete cognitiva” in cui pensieri ed emozioni possono essere elaborati senza il continuo sforzo richiesto dall’attenzione concentrata.

In questo stato diventa più facile accogliere anche le difficoltà emotive con comprensione, permettendo di affrontare pensieri ed emozioni negative con maggiore consapevolezza e sentirsi più connessi agli altri. E tutto ciò a portata di mano (basta un po’ di natura, o un museo) e di portafoglio (proprio nell’anno giusto, in cui tocca risparmiare anche sulla benzina e i viaggi in aereo sono un rischio).

La prescrizione dell’arte per ritrovare la memoria e la salute mentale

Non sarà tutto troppo basico e semplicistico? «Decisamente non lo è», conclude Paolo Calabresi. «Basti pensare che in molte patologie neurodegenerative la bellezza stessa diventa una forma di terapia: visitare luoghi stimolanti, magari in compagnie, significa unire ai benefici del movimento quelli della socialità. E questo è un aspetto cruciale, perché la solitudine rappresenta uno dei fattori che possono favorire l’insorgenza e la progressione dei processi neurodegenerativi. Alcuni studi epidemiologici hanno infatti mostrato che le persone che si percepiscono sole presentano, negli anni successivi, un rischio più elevato di sviluppare malattie come il Parkinson». Tanto più che dal febbraio scorso il ministero della Salute e il ministero della Cultura hanno avviato un protocollo nazionale sulla cosiddetta “prescrizione dell’arte”, con l’obiettivo di inserire musei, teatro, musica e altre attività culturali tra gli strumenti di supporto alle cure. L’attenzione è rivolta soprattutto alle persone con disturbi depressivi e patologie neurodegenerative. In altre parole, almeno in alcuni casi, accanto ai farmaci il medico potrebbe prescrivere anche una dose di bellezza.

Il paradosso è tutto qui: passiamo le giornate con la paura di perderci qualcosa, mentre ciò che stiamo perdendo davvero è la nostra attenzione, senza la quale non c’è memoria, non c’è creatività né relazioni, e proprio per questo forse quest’estate il bene più prezioso da mettere in valigia non sarà un nuovo dispositivo, ma qualche ora di silenzio, di natura e di tempo non programmato. Il cervello, dopo anni di iperconnessione, potrebbe ringraziarci più di quanto immaginiamo.

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