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Chi è Peggy Gou, la dj coreana che ha trasformato il clubbing in un fenomeno pop

Chi è Peggy Gou, la dj coreana che ha trasformato il clubbing in un fenomeno pop
INDIO, CALIFORNIA – APRIL 19: (FOR EDITORIAL USE ONLY) DJ Peggy Gou onstage during Day 1 of Coachella Valley Music and Arts Festival at Empire Polo Club on April 19, 2024 in Indio, California. (Photo by Scott Dudelson/Getty Images for Coachella)

Dalle notti del Berghain al successo mondiale di “Nanana”: la carriera, lo stile e l’identità della dj sudcoreana diventata un’icona della musica elettronica e della moda.

C’è stato un momento in cui sembrava impossibile attraversare l’estate senza ascoltare almeno una volta quel ritornello: «Nanana, nananana». La canzone era “(It Goes Like) Nanana”, il tormentone elettronico del 2023 capace di trasformare Peggy Gou da star dei grandi festival e dei club internazionali in un volto conosciuto anche da chi non aveva mai seguito la scena house.

Ridurre la sua storia a una hit virale, però, sarebbe fuorviante. Prima di conquistare radio, classifiche e social network, Peggy Gou aveva già costruito una carriera nell’underground europeo, pubblicato dischi apprezzati dagli appassionati, suonato nei locali più selettivi di Berlino e fondato una propria etichetta. Nel frattempo era diventata anche una presenza fissa nella moda, una testimonial contesa dai marchi e un modello di successo globale molto diverso da quello tradizionalmente associato alle popstar sudcoreane.

La sua forza sta proprio nella capacità di occupare contemporaneamente mondi che, almeno in apparenza, dovrebbero rimanere separati. Peggy Gou è una produttrice musicale, una dj, una cantante, un’imprenditrice e una fashion icon. Può passare da una consolle davanti a decine di migliaia di persone alla prima fila di una sfilata, da un club berlinese a una campagna internazionale, senza che nessuna di queste identità sembri costruita a tavolino.

Il vero nome di Peggy Gou e le origini in Corea del Sud

Peggy Gou è lo pseudonimo di Kim Min-ji, nata nel 1991 a Incheon, la grande città portuale situata a ovest di Seul. La sua non è la classica traiettoria di un’artista cresciuta all’interno del sistema dell’intrattenimento coreano: non ha seguito il percorso delle agenzie K-pop, né quello fatto di audizioni, anni da trainee e debutti pianificati nei minimi dettagli.

Durante l’adolescenza si trasferisce a Londra. Dopo un periodo trascorso nuovamente in Corea, torna nella capitale britannica per frequentare il London College of Fashion. Inizialmente immagina il proprio futuro nella moda: pensa al design, alla fotografia e allo styling, ma si rende conto progressivamente che la musica è l’unico interesse rimasto costante mentre tutto il resto cambia.

A Londra frequenta club, compra dischi e comincia a imparare a usare i giradischi e i programmi di produzione musicale. Prende lezioni di Ableton dal musicista e produttore Esa Williams e lavora per anni sui propri demo prima di considerarli sufficientemente maturi per essere pubblicati. Il suo successo, spesso descritto come improvviso, nasce quindi da una lunga fase di studio invisibile al grande pubblico.

Berlino, i negozi di dischi e le domeniche al Berghain

La svolta arriva con il trasferimento a Berlino, quando Gou decide di mettere temporaneamente da parte la moda e di dedicarsi completamente alla musica. Lavora in un negozio di dischi, produce a casa e trascorre le domeniche al Berghain, osservando i dj, il pubblico e i meccanismi di una cultura notturna molto diversa da quella londinese.

La capitale tedesca diventa la sua vera scuola. Non soltanto per la techno, ma per la capacità di concepire un dj set come un percorso nel quale house, electro, acid, disco e suoni meno facilmente classificabili possono convivere.

Essere una giovane donna asiatica in un ambiente ancora fortemente maschile non rende il percorso più semplice. Gou ha raccontato di essere stata spesso esclusa dalle conversazioni tra colleghi e di avere avuto la sensazione che la sua competenza musicale fosse sottovalutata. Anche la passione per l’abbigliamento si trasforma inizialmente in un ostacolo: secondo una certa visione purista della scena, una dj troppo attenta al proprio aspetto non poteva essere considerata abbastanza credibile.

Anziché scegliere tra musica e moda, Peggy Gou decide però di trasformare quella contraddizione nel proprio tratto distintivo.

La svolta di “It Makes You Forget”

Le prime pubblicazioni arrivano nel 2016. Ma è soprattutto “It Makes You Forget (Itgehane)”, contenuta nell’EP Once del 2018, a rendere il suo nome familiare nel circuito elettronico internazionale. Nel brano Gou canta in coreano, facendo entrare la propria lingua in una produzione house destinata ai club europei.

La scelta non è soltanto estetica. Peggy Gou ha più volte spiegato di voler unire le culture nelle quali si è formata, rivendicando le origini coreane invece di nasconderle nel tentativo di apparire completamente occidentale. È una combinazione che qualcuno ha definito “K-house”: musica elettronica profondamente legata alla tradizione dei club europei, ma attraversata da parole, immagini e riferimenti sudcoreani.

Nello stesso periodo raggiunge uno dei suoi obiettivi più importanti: esibirsi al Berghain, diventando una delle prime dj sudcoreane a conquistare la consolle del celebre club berlinese. Un passaggio simbolico per un’artista che, pochi anni prima, frequentava quel locale ogni settimana per imparare e trovare una propria direzione.

Il successo mondiale di “Nanana”

Nel 2023 arriva la consacrazione pop. Peggy Gou fa ascoltare durante un set al tramonto in Marocco un brano ancora inedito. Il video circola sui social, il ritornello diventa immediatamente riconoscibile e “(It Goes Like) Nanana” si trasforma in uno dei pezzi più ascoltati dell’estate.

La canzone recupera l’euforia dell’Eurodance e della house degli anni Novanta, ma la rende abbastanza essenziale e contemporanea da funzionare tanto nei festival quanto nei video di TikTok. Nel Regno Unito raggiunge il quinto posto della classifica dei singoli e rimane nella Top 10 per dodici settimane. È il primo vero ingresso di Peggy Gou nel mercato musicale generalista.

Per una parte del pubblico si tratta della sua nascita artistica. Per chi frequentava già la musica elettronica, invece, è il momento in cui una dj affermata nell’underground dimostra di poter costruire un successo pop senza rinunciare completamente alla cultura del club.

La trasformazione non viene accolta da tutti con entusiasmo. Peggy Gou divide: alcuni la considerano una musicista capace di rinnovare il concetto di superstar dj, altri ritengono che l’immagine, le collaborazioni commerciali e la presenza sui social abbiano assunto un peso eccessivo. È una critica che accompagna spesso le artiste capaci di superare i confini di una scena: quando l’underground incontra il grande pubblico, il successo rischia di essere scambiato per perdita di autenticità.

“I Hear You”, il primo album dopo oltre dieci anni

Soltanto nel giugno 2024, dopo più di un decennio di attività, Peggy Gou pubblica il primo album, “I Hear You”. Il disco contiene dieci tracce e guarda apertamente alla house degli anni Novanta, includendo “Nanana”, “I Go” e collaborazioni con Lenny Kravitz e la rapper portoricana Villano Antillano.

Il lungo tempo necessario per realizzarlo racconta anche il suo perfezionismo. Gou ha spiegato che il progetto era stato rinviato per circa due anni e che il disco rappresentava il tentativo di creare qualcosa destinato a durare, più che una semplice raccolta di singoli da festival.

Il risultato amplia ancora il suo pubblico. Non è un abbandono totale dell’underground, ma la dichiarazione di un’artista che non vuole più essere definita esclusivamente come dj. Peggy Gou produce, canta, dirige la propria immagine e costruisce un universo riconoscibile intorno alla musica.

La moda, il marchio Kirin e l’etichetta Gudu

Il rapporto con la moda, mai davvero interrotto, diventa parte integrante del progetto. Nel 2019 Gou lancia Kirin, un marchio streetwear sviluppato con New Guards Group, lo stesso ecosistema imprenditoriale nel quale era cresciuto Off-White. Il nome deriva dalla parola coreana che indica la giraffa, animale diventato uno dei simboli visivi dell’artista.

Nello stesso anno fonda Gudu Records, etichetta con la quale pubblica musica propria ma anche lavori di artisti provenienti da città e scene differenti. “Gudu” richiama la parola coreana per “scarpe”: un altro punto di contatto tra la cultura musicale e l’immaginario della moda.

È proprio questa capacità di controllare ogni elemento a distinguerla. I dischi, i vestiti, le copertine, i video e le campagne non sono attività parallele, ma parti di un’unica identità. Peggy Gou non si limita a prestare il volto a un’immagine: la costruisce, la dirige e la trasforma in un linguaggio immediatamente riconoscibile.

Lo stile di Peggy Gou e quella collezione di borse diventata leggendaria

Prima ancora che “Nanana” la trasformasse in una celebrità pop, Peggy Gou era già considerata una delle figure più riconoscibili della moda internazionale. Il suo stile mescola streetwear, capi oversize, completi sartoriali, sneakers, colori accesi e accessori da collezione, lontano tanto dall’uniforme total black della techno berlinese quanto dall’immagine perfettamente costruita delle popstar tradizionali.

Gou ha raccontato di avere inizialmente ridimensionato il proprio modo di vestire per essere presa più seriamente nell’industria musicale. In seguito ha compreso che moda e immagine non erano una distrazione dalla musica, ma una parte inseparabile della propria identità.

Una passione emerge sopra tutte le altre: quella per le borse. La sua collezione è diventata quasi leggendaria tra gli appassionati di moda e comprende pezzi Chanel, Louis Vuitton e modelli più insoliti firmati da designer indipendenti. Gou non sembra interessata soltanto alle classiche it-bag, ma soprattutto alle versioni rare, eccentriche o immediatamente riconoscibili.

Il suo legame con Louis Vuitton è particolarmente stretto. È stata raccontata mentre sceglieva tra diverse borse monogram prima delle sfilate parigine della maison e, anche nei look più informali, l’accessorio non appare mai casuale. Una borsa scultorea, un modello vintage o una forma inattesa possono diventare il punto di partenza dell’intero outfit.

È anche per questo che Peggy Gou è diventata qualcosa di più di una musicista vestita bene. È una trendsetter capace di far circolare un paio di occhiali, un cappello o una borsa con la stessa rapidità con cui una sua traccia passa dalla consolle ai social. Il guardaroba non accompagna il successo: è parte del linguaggio attraverso il quale lo ha costruito.

Peggy Gou e Matteo Berrettini: la nuova coppia dell’estate?

Nell’estate del 2026 il nome di Peggy Gou ha cominciato a circolare anche sulle pagine di gossip italiane per una presunta relazione con Matteo Berrettini. Le indiscrezioni sono nate quando la dj è stata notata sugli spalti di Wimbledon durante un incontro del tennista romano.

Poco prima, i due avevano pubblicato sui rispettivi profili social la fotografia di un tiramisù apparentemente identico, consumato durante quella che le cronache hanno interpretato come una cena nello stesso ristorante londinese. Un indizio piccolo ma sufficiente, nell’epoca delle relazioni ricostruite attraverso dettagli, sfondi e fotografie, per alimentare le prime voci.

Ai sospetti si è aggiunto successivamente un avvistamento a Ibiza, dove Berrettini sarebbe stato visto insieme alla dj sudcoreana. Alcune testate hanno già parlato di un nuovo amore, mentre altre continuano più cautamente a definire il rapporto un possibile flirt.

In assenza di una dichiarazione pubblica inequivocabile da parte dei protagonisti, è più corretto parlare di una frequentazione attribuita loro dalle cronache rosa e non di una relazione ufficialmente confermata.

La curiosità è inevitabile anche per la distanza apparente tra i loro mondi: da una parte uno dei volti più conosciuti del tennis italiano, dall’altra una dj che divide la propria vita tra festival internazionali, moda e club culture. Entrambi, però, conoscono bene la pressione della celebrità globale e conducono esistenze scandite da viaggi, tornei, concerti e continui spostamenti.

Che si tratti di una storia destinata a durare o soltanto del gossip dell’estate, l’accostamento ha contribuito a far conoscere Peggy Gou anche a una parte del pubblico italiano che fino a poche settimane prima la identificava soltanto con il ritornello di “Nanana”.

Una star globale che non appartiene a un solo mondo

Peggy Gou è coreana ma non è una star del K-pop. È diventata famosa a Berlino, ma la sua musica non coincide con la techno berlinese. Ha studiato moda, senza voler essere considerata soltanto una fashion personality. Ha conquistato il pubblico di massa, ma continua a parlare il linguaggio dei club.

La sua importanza nasce esattamente da questa posizione difficile da classificare. Gou rappresenta una generazione di artisti per i quali identità nazionale, genere musicale e professione non sono più confini rigidi. Può suonare al Berghain e apparire sulle copertine di Vogue, produrre un brano house e collaborare con Lenny Kravitz, fondare un’etichetta e continuare a inserire parole coreane nelle proprie canzoni.

Dopo “Nanana”, la sfida è dimostrare di essere più grande del tormentone che l’ha resa universalmente riconoscibile. Ma la risposta alla domanda “chi è Peggy Gou” non può già più limitarsi a “la dj di Nanana”.

Peggy Gou è una produttrice che ha trasformato la propria condizione di outsider in un’identità globale, cancellando la distanza tra consolle, passerella e cultura pop. E probabilmente è proprio questa libertà, più ancora dei ritornelli, delle borse da collezione e dei gossip estivi, ad averla resa una delle artiste più influenti e riconoscibili della musica dance contemporanea.

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