Dimenticare dove si sono lasciate le chiavi, non ricordare immediatamente il nome di una persona oppure entrare in una stanza e non sapere più che cosa si stesse cercando sono situazioni comuni, che possono diventare più frequenti con l’avanzare dell’età e che, nella maggior parte dei casi, non indicano necessariamente la presenza di una malattia neurodegenerativa. Quando però le dimenticanze si ripetono, riguardano informazioni appena apprese oppure cominciano a compromettere attività che fino a poco tempo prima venivano svolte senza difficoltà, è importante non attribuire automaticamente questi cambiamenti all’invecchiamento.
È proprio sulla differenza tra i normali cambiamenti della memoria e i possibili sintomi iniziali dell’Alzheimer che si concentra l’attenzione in occasione della Giornata mondiale dedicata alla malattia, che si celebra il 21 settembre, mentre i nuovi dati diffusi in Piemonte riportano al centro del dibattito sanitario una patologia che non riguarda soltanto chi ne è direttamente colpito, ma coinvolge anche familiari, caregiver e servizi territoriali.
L’Alzheimer è la causa più comune di demenza, ma i due termini non sono sinonimi: la demenza indica un insieme di sintomi cognitivi e comportamentali sufficientemente importanti da compromettere l’autonomia quotidiana, mentre l’Alzheimer è una specifica malattia neurodegenerativa che può determinare progressivamente questa condizione. Riconoscere tempestivamente i cambiamenti sospetti non significa quindi formulare una diagnosi sulla base di qualche dimenticanza, ma individuare le situazioni nelle quali è opportuno avviare un approfondimento medico, anche per escludere disturbi differenti che possono produrre sintomi simili.
Alzheimer, in Piemonte oltre 92mila persone con demenza
I dati diffusi dall’ospedale Mauriziano di Torino restituiscono la dimensione del fenomeno: in Piemonte si stimano oltre 92mila persone con demenza tra gli over 65, delle quali circa 61mila con Alzheimer, mentre altri 1.700 casi riguardano persone tra i 35 e i 64 anni. A questi numeri si aggiungono oltre 74mila persone con decadimento cognitivo lieve, una condizione conosciuta come Mild Cognitive Impairment (MCI), che comporta difficoltà cognitive superiori a quelle attese per l’età ma non determina necessariamente una perdita significativa dell’autonomia e non evolve in tutti i casi verso una forma di demenza.
La provincia di Torino concentra oltre 47mila casi tra gli ultrasessantacinquenni, confermando quanto il problema richieda una risposta sanitaria e assistenziale capace di accompagnare non soltanto i pazienti, ma anche le famiglie che devono affrontare le conseguenze della malattia nella vita quotidiana.
Alzheimer, quali sono i 5 segnali iniziali da riconoscere
I primi sintomi dell’Alzheimer non si manifestano necessariamente con una perdita di memoria evidente e, soprattutto nelle fasi iniziali, possono essere confusi con distrazione, stanchezza o normali difficoltà legate all’età. Esistono tuttavia alcuni cambiamenti che, quando diventano ricorrenti e interferiscono con le attività abituali, meritano una valutazione medica, anche perché possono coinvolgere capacità differenti dalla semplice memoria. L’Alzheimer’s Association individua dieci possibili segnali d’allarme, che possono essere ricondotti a cinque principali ambiti di osservazione.
1. Dimenticare informazioni appena apprese e ripetere continuamente le stesse domande
Il primo segnale riguarda la memoria recente e, in particolare, la difficoltà a conservare informazioni che sono state apprese poco tempo prima. Una persona può dimenticare ripetutamente appuntamenti importanti, non ricordare una conversazione avvenuta poche ore prima oppure porre più volte la stessa domanda senza rendersi conto di aver già ricevuto una risposta, arrivando progressivamente a dipendere dai familiari per ricordare attività che in precedenza gestiva in completa autonomia.
La differenza rispetto alle comuni dimenticanze legate all’età non riguarda quindi soltanto la frequenza degli episodi, ma anche la loro natura e le conseguenze sulla vita quotidiana. Dimenticare temporaneamente un nome e ricordarlo più tardi è diverso dal non riuscire a recuperare informazioni recenti o dal perdere ripetutamente il ricordo di interi avvenimenti.
2. Non riuscire più a svolgere attività che prima erano semplici
Un altro possibile campanello d’allarme è rappresentato dalla difficoltà a organizzare e portare a termine operazioni abituali, soprattutto quando richiedono una sequenza di passaggi o una certa capacità di pianificazione. Preparare una ricetta conosciuta, gestire il pagamento delle bollette, organizzare la spesa o seguire un’attività che fino a poco tempo prima non presentava problemi possono diventare improvvisamente operazioni complesse, nelle quali la persona perde il filo oppure non riesce a comprendere quale sia il passaggio successivo.
Un errore occasionale, soprattutto in situazioni di stress o stanchezza, non è di per sé indicativo di una malattia, mentre la comparsa di difficoltà ricorrenti in attività consolidate, accompagnata da un crescente bisogno di assistenza, rappresenta un cambiamento che dovrebbe essere riferito al medico.
3. Perdere l’orientamento anche in luoghi familiari
Confondere occasionalmente il giorno della settimana può capitare a chiunque, ma perdere frequentemente il senso del tempo, non riuscire a ricostruire come si è arrivati in un determinato luogo oppure smarrire la strada durante un percorso abituale sono situazioni differenti, che possono indicare una compromissione delle capacità di orientamento.
Nelle fasi iniziali dell’Alzheimer una persona può mostrare difficoltà nel collocare correttamente gli eventi nel tempo, confondere date e stagioni o non riconoscere immediatamente un ambiente che conosce bene. Il problema diventa particolarmente rilevante quando questi episodi si verificano in contesti familiari, nei quali la persona si è sempre mossa senza bisogno di indicazioni o assistenza.
4. Fare fatica a trovare le parole o seguire una conversazione
Anche il linguaggio può essere coinvolto nelle prime manifestazioni della malattia. Non si tratta semplicemente di avere una parola sulla punta della lingua, ma di incontrare difficoltà ricorrenti nel trovare termini comuni, interrompere una conversazione senza riuscire a riprenderne il filo oppure utilizzare parole inappropriate per indicare oggetti e situazioni della vita quotidiana.
Chi manifesta questi sintomi può avere problemi a seguire un discorso articolato, ripetere più volte gli stessi concetti o rinunciare progressivamente a partecipare alle conversazioni perché non riesce più a esprimersi con la stessa facilità di prima. Anche in questo caso, ciò che deve richiamare l’attenzione è soprattutto la presenza di un cambiamento rispetto alle capacità linguistiche abituali della persona.
5. Cambiamenti insoliti dell’umore, della personalità e del comportamento
L’Alzheimer può manifestarsi anche attraverso cambiamenti emotivi e comportamentali, che talvolta vengono osservati dai familiari prima ancora che la persona interessata riconosca le proprie difficoltà cognitive. Una maggiore irritabilità, stati di ansia apparentemente immotivati, comportamenti di sospettosità oppure la tendenza a evitare incontri e attività sociali che in precedenza erano considerati piacevoli possono accompagnare il progressivo deterioramento delle funzioni cognitive.
Questi cambiamenti, presi singolarmente, non sono sufficienti per sospettare una diagnosi di Alzheimer, perché possono dipendere da numerose altre condizioni psicologiche o mediche. Diventano tuttavia elementi da approfondire quando sono persistenti, rappresentano una modificazione significativa rispetto alla personalità abituale e si accompagnano a difficoltà di memoria, linguaggio o orientamento.
Dimenticanze o Alzheimer: quando è necessario rivolgersi al medico
La presenza di uno o più di questi segnali non significa necessariamente avere l’Alzheimer, ma dovrebbe spingere a rivolgersi al proprio medico quando le difficoltà sono ricorrenti, tendono a peggiorare oppure interferiscono con le normali attività quotidiane. Disturbi del sonno, depressione, effetti collaterali di alcuni farmaci, carenze vitaminiche e altre condizioni mediche possono infatti provocare problemi di memoria o concentrazione, talvolta migliorabili attraverso un trattamento appropriato.
Il primo riferimento è il medico di medicina generale, che può raccogliere informazioni sulla comparsa e sull’evoluzione dei sintomi, valutare le condizioni generali di salute e prescrivere esami clinici o test cognitivi iniziali. Quando emerge un sospetto di deterioramento cognitivo, il percorso può proseguire presso i Centri per i Disturbi Cognitivi e le Demenze (CDCD), dove gli specialisti effettuano gli approfondimenti necessari per distinguere le diverse possibili cause dei disturbi.
Una valutazione tempestiva permette di individuare eventuali condizioni trattabili e, in presenza di una malattia neurodegenerativa, di pianificare gli interventi terapeutici e assistenziali più appropriati, aiutando anche i familiari a comprendere come affrontare l’evoluzione della patologia.
Alzheimer, il ruolo della prevenzione e i fattori di rischio modificabili
Accanto all’importanza della diagnosi precoce, i dati piemontesi richiamano l’attenzione sul peso dei fattori di rischio modificabili: secondo le stime riportate dall’ospedale Mauriziano, il 51,7% dei casi di demenza nella regione può essere attribuito a fattori sui quali è possibile intervenire, tra cui inattività fisica, isolamento sociale, ipertensione, obesità, diabete e inquinamento atmosferico.
Un dato che non significa che oltre la metà dei casi possa essere automaticamente evitata, ma che evidenzia quanto la salute del cervello sia influenzata anche dalle condizioni di vita e dalla prevenzione delle malattie cardiovascolari e metaboliche.
L’Organizzazione mondiale della sanità sottolinea l’importanza di intervenire sui fattori di rischio lungo tutto l’arco della vita, attraverso comportamenti salutari, il controllo delle condizioni mediche associate al deterioramento cognitivo e la riduzione dell’esposizione ai rischi ambientali.
Praticare regolarmente attività fisica, non fumare, seguire un’alimentazione equilibrata, mantenere relazioni sociali, controllare pressione arteriosa, glicemia e colesterolo e affrontare eventuali problemi di udito sono alcune delle misure che possono contribuire a ridurre il rischio di deterioramento cognitivo e demenza, pur senza offrire una garanzia individuale di prevenzione della malattia.
La sfida, dunque, non riguarda soltanto la capacità di riconoscere tempestivamente i primi sintomi, ma anche quella di accompagnare una popolazione che invecchia attraverso servizi sanitari adeguati, programmi di prevenzione e una maggiore attenzione alle necessità delle famiglie. È proprio a questi temi che sarà dedicata la Giornata mondiale dell’Alzheimer del 21 settembre, in occasione della quale il Ministero della Salute ha organizzato un appuntamento istituzionale sul futuro del Piano nazionale demenze e sulle strategie necessarie per migliorare la risposta sanitaria e assistenziale.
