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L’Islanda dice no all’Europa: il referendum che riapre la crisi dell’Unione europea

L’Islanda dice no all’Europa: il referendum che riapre la crisi dell’Unione europea
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Il voto islandese contro la ripresa dei negoziati di adesione all’Ue riaccende il dibattito sulla sovranità nazionale, la tutela degli interessi economici e il futuro dell’integrazione europea. Dalla difesa della pesca alle guerre in Ucraina e Medio Oriente, una riflessione sulle contraddizioni di Bruxelles e sulla difficoltà dell’Europa di affermarsi come soggetto politico e diplomatico autonomo.

Cosa insegna il recente referendum islandese che ha bocciato il riavvio dei negoziati per entrare nella Ue? Sostanzialmente tre lezioni. La prima è che il mood europeista non gode di buona salute a prescindere dalle latitudini. La seconda è che, chi può, difende gli interessi economici nazionali certi (la pesca) e non si avventura in alchimie mercatiste ingannevoli. La terza è che l’Unione europea, alla prova dei fatti, non è convincente come soggetto politico. E se non è convincente come soggetto politico diventa un ibrido gelatinoso.

Il voto dell’Islanda sarà inghiottito come sono stati inghiottiti tutti gli altri segnali che arrivavano dal basso (la Brexit, la vittoria dei partiti più nazionalisti, la sconfitta della globalizzazione, il bisogno di rimarcare confini e identità…) nella presunzione che tra qualche anno se ne riparlerà, magari dopo promesse mirabolanti. Ma resta una questione di fondo: non ha senso allargare i confini nella speranza che più si è grossi e più si conta. L’espansione a Est non ha aiutato il processo politico così come non saranno le rotelle tecnocratiche a creare una buona meccanica di politica comune. Abbiamo poggiato la creatura su un terreno gobboso, sconnesso, paludoso e le abbiamo chiesto di correre, di inseguire l’aquilone delle belle parole: la pace, il benessere, la produttività, il mercato, l’integrazione… Il risultato? Continui inciampi, una caduta dietro l’altra, lividi ed escoriazioni. La gente si è stufata. Ha smesso di sognare e ha chiesto l’uovo di oggi piuttosto della ipotetica gallina del domani.

Si sa che poi la realtà si presenta al netto della poesia, infatti in Islanda i pescatori hanno difeso il loro profitto dallo straniero, come in Inghilterra avevano fatto i lavoratori in crisi. Nelle crisi, il popolo si è fatto due calcoli su quanto si spende in armi e quanto per la difesa della gente comune. Sempre nel far di conto ha capito che, da quando c’è la guerra, l’energia e il carrello della spesa sono costi schizzati alle stelle.

Il voto islandese riflette la divisione tra la capitale e le aree rurali (replicando ciò che accadde per la Brexit); racconta del crescente sovranismo e ammonisce sulle sfide dell’allargamento, in particolare con Ucraina, Moldavia e in quei Balcani dove la morte di Mladic fa riaffiorare ciò che l’Europa non ha più monitorato.

Le guerre. Pensavamo che il Novecento avesse lasciato l’ultimo suo sfregio proprio nei Balcani e che fosse davvero finito tutto lì. Invece il nuovo secolo non ci ha messo molto a rimettere in moto le macchine da guerra: sono solo cambiate le modalità, le tecnologie. Per il resto, si muore e si produce sofferenza e distruzione. Senza risolvere nulla, perché dopo la Seconda guerra mondiale non c’è stato un conflitto che sia terminato in modo risolutivo. Lo stiamo vedendo anche adesso, a Gaza come in Iran come appunto in Ucraina.

Eppure, non si può pensare che le guerre proseguano sine die; si torna quindi alla politica, alla diplomazia come unico elemento indispensabile. Ed è qui, in questa dimensione, che l’Unione europea fallisce clamorosamente. Bocciata dai popoli (quando possono). Bocciata dalle Cancellerie. Negli ultimi due anni nessun leader ue ha incontrato Putin: l’eccezione Orbán era stata sistematicamente sconfessata da Bruxelles. Nello stesso periodo, però, Trump lo ha visto in Alaska; Erdogan lo frequenta con regolarità tanto da aver messo Russia e Ucraina attorno ad un tavolo a Istanbul.

Sia chiaro, al di là delle nostre battagliette sugli artisti russi più o meno graditi, la Russia non è isolata: siede con Cina e India nella Cooperazione di Shanghai ed è Paese fondatore dei Brics; Mosca arma l’Iran (argomento del vertice con la Cia) e mantiene rapporti “pragmatici” col Vaticano. L’isolata è l’Europa, tagliata fuori da ogni tavolo negoziale. A maggio Costa aveva aperto al dialogo, Putin aveva risposto indicando disponibilità a un negoziatore: quattro mesi dopo, Bruxelles non ha ancora fatto un nome. Nel frattempo, la linea di fatto la detta Londra: la Coalizione dei volenterosi, nata con Starmer e oggi guidata da Burnham, ha promesso a Kiev le licenze per produrre missili Storm Shadow, mentre l’Europa comunitaria insegue senza voce propria. Le contraddizioni si moltiplicano: si compra più gas russo che mai (+22% via gasdotto, import record da Yamal) mentre si sanziona l’Iran per le armi vendute a Mosca; 200 miliardi di asset russi restano congelati e inutilizzati per il comprensibile veto belga. L’unico terreno di reale convergenza politica resta il riarmo, che sostiene bilanci e governi fragili più di quanto risolva la guerra.

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