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Benedetta Oriana, una guerriera nell’Occidente masochista

Benedetta Oriana, una guerriera nell’Occidente masochista
20070628 – NEW YORK – HUM – FALLACI: MOSTRA NEW YORK RACCONTA LA SUA AMERICA. Una fotografia che ritrae la giornalista Oriana Fallaci all’interno di un aereo insieme ad alcuni militari americani. E’ uno dei circa cento pezzi della mostra ‘La mia America’ all’Istituto Italiano di Cultura, una antologia di oggetti personali, strumenti di lavoro (la Olivetti lettera 22), appunti, fotografie, bozzetti inaugurata oggi dal ministro della Cultura Francesco Rutelli. ANSA/DC

A vent’anni dalla scomparsa di Oriana Fallaci, il ricordo di una giornalista libera, coraggiosa e controcorrente, capace di sfidare i potenti e difendere con passione le proprie idee, tra amore per l’Italia, battaglie in difesa dell’Occidente e riflessioni sulla crisi d’identità della nostra civiltà

Vent’anni fa si spegneva Oriana Fallaci e lasciava davvero un vuoto incolmato nel giornalismo civile e battagliero. Una figura femminile che si ribellava al doppio cliché della donna sottomessa e della femminista esacerbata ma allineata al woke; l’uno che veniva dal passato e si riflette soprattutto nel presente islamico, l’altro che veniva dalle lotte sessantottine ma preludeva alla rivendicazione del gender e dintorni.

Oriana Fallaci era tutt’altro che sottomessa ma non sopportava nemmeno le idiozie del politically correct e il rancore femminista verso il maschio. Si sapeva far valere per conto suo, con la sua personalità, il suo coraggio, la sua intelligenza libera e audace, senza protezioni di sorta, maschiliste o femministe.

Dal punto di vista giornalistico, Oriana proveniva dalla migliore tradizione letteraria fiorentina, quella delle riviste del primo Novecento, lo stile di Giovanni Papini o di Domenico Giuliotti, il modello di Curzio Malaparte, e per certi versi quello anarco-fascista, fino a lambire Berto Ricci e Indro Montanelli. Il suo impegno informativo nasce progressista, comunque anticonservatore, trasgressivo e orgogliosamente femminile, poi, con gli anni, rivolge la sua veemenza al campo avverso, e finisce col diventare giornalismo bellicoso, schierato per il risveglio dell’Occidente contro l’islam, in difesa della nostra civiltà contro il suo disarmo morale e militare. E non mancano, nei suoi ultimi anni, anche sorprendenti recuperi, come la difesa di Giovanni Gentile dai suoi sicari di allora e dagli affossatori di dopo. In una lettera inedita, uscita postuma su Gentile, Croce e la viltà degli antifascisti, la Fallaci diceva quattro cose: l’assassinio di Gentile fu una carognata ingiusta e vigliacca; Gentile non era fascista; gli antifascisti furono dei «cacasotto» perché uccisero un inerme filosofo mentre non ebbero il coraggio di sminare i ponti di Firenze; infine, avrebbero dovuto ammazzare piuttosto Croce, che, sempre parole sue, all’inizio «leccò il culo» a Mussolini, come molti intellettuali «che poi sarebbero diventati numi del Pci». In quattro mosse, anche brutali, la Fallaci rovesciava il Novecento intellettuale italiano.

La sua prosa era incalzante, cruda, a tratti spumeggiante, diretta; soddisfaceva il lettore perché non coltivava zone grigie, ombre e chiaroscuri, ma andava secca e diritta alla meta, e non disdegnava l’invettiva. Le sue interviste ai potenti erano tutt’altro che timorose, indulgenti, in soggezione; erano spavalde, provocatrici, sfrontate. Un modello di stile non solo letterario ma di dignità e orgoglio.

Dall’11 settembre in poi, la Fallaci ritenne che il pericolo maggiore per l’Occidente fosse l’islam e la sua invasione tramite l’immigrazione e l’islamizzazione della nostra società. E cominciò a suonare la carica per una controffensiva che non escludeva l’uso della forza e della volontà di ricacciare “il Nemico” e la sua religione. L’espansione islamica era un pericolo reale, che troppi non vedevano, presi da un buonismo pacifista che si faceva masochismo e da un’inclusività che si vergognava delle proprie radici e della propria storia. Ma non era e non è l’islam il problema principale dell’Occidente: il suo vero cancro è interno, è il nichilismo, il non credere in nulla dimenticando la propria storia, con quel che ne consegue: il cinismo egoista e il consumismo forsennato. Nel mondo, la minaccia islamica si chiama terrorismo o si annida nei flussi migratori, ma non c’è una potenza islamica o un’alleanza musulmana che insidia l’Occidente. E poi, in un mondo realmente multipolare, ci sono altre spine nel fianco dell’Occidente: la Cina, la Russia, l’India, il Sud-Est asiatico.

Ma, soprattutto, non è l’islam che sta rubando l’anima e l’identità all’Occidente e lo spinge sulla via della decadenza ma è l’Occidente stesso che svende la propria anima e la propria identità, non fa figli e non crede più in sé stesso. E perciò diventa facile preda di conquista, da parte della tecnologia o della finanza senza scrupoli, come da parte dei suoi avversari radicali, esterni ed interni.

La Fallaci esortava poi gli italiani a riscoprire l’amor patrio. Noi italiani – spiegava Oriana – non siamo come gli americani, «la nostra identità culturale non può sopportare un’ondata migratoria composta da persone che in un modo o nell’altro vogliono cambiare il nostro sistema di vita». E proseguiva: «Da noi non c’è posto per i muezzin, per i minareti, per i falsi astemi, per il loro fottuto Medioevo, per il loro fottuto chador. E, se ci fosse, non glielo darei. Perché equivarrebbe a buttar via Dante Alighieri, Leonardo da Vinci, Michelangelo, Raffaello, il Rinascimento, il Risorgimento, la libertà che ci siamo bene o male conquistati, la nostra Patria. Significherebbe regalargli l’Italia. E io l’Italia non gliela regalo». Infine: «Io sono italiana. Sbagliano gli sciocchi che mi credono ormai americana. Io la cittadinanza americana non l’ho mai chiesta». Un ambasciatore americano gliela offrì, e lei si professò legata agli States, poi aggiunse: «Ma io la patria ce l’ho già. La mia patria è l’Italia, e l’Italia è la mia mamma. Amo l’Italia. E mi sembrerebbe di rinnegare la mia mamma a prendere la cittadinanza americana. Gli risposi anche che la mia lingua è l’italiano, che in italiano scrivo, che in inglese mi traduco e basta». Viveva a New York ma il cuore batteva a Firenze.

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