Vent’anni fa si spegneva Oriana Fallaci e lasciava davvero un vuoto incolmato nel giornalismo civile e battagliero. Una figura femminile che si ribellava al doppio cliché della donna sottomessa e della femminista esacerbata ma allineata al woke; l’uno che veniva dal passato e si riflette soprattutto nel presente islamico, l’altro che veniva dalle lotte sessantottine ma preludeva alla rivendicazione del gender e dintorni.
Oriana Fallaci era tutt’altro che sottomessa ma non sopportava nemmeno le idiozie del politically correct e il rancore femminista verso il maschio. Si sapeva far valere per conto suo, con la sua personalità, il suo coraggio, la sua intelligenza libera e audace, senza protezioni di sorta, maschiliste o femministe.
Dal punto di vista giornalistico, Oriana proveniva dalla migliore tradizione letteraria fiorentina, quella delle riviste del primo Novecento, lo stile di Giovanni Papini o di Domenico Giuliotti, il modello di Curzio Malaparte, e per certi versi quello anarco-fascista, fino a lambire Berto Ricci e Indro Montanelli. Il suo impegno informativo nasce progressista, comunque anticonservatore, trasgressivo e orgogliosamente femminile, poi, con gli anni, rivolge la sua veemenza al campo avverso, e finisce col diventare giornalismo bellicoso, schierato per il risveglio dell’Occidente contro l’islam, in difesa della nostra civiltà contro il suo disarmo morale e militare. E non mancano, nei suoi ultimi anni, anche sorprendenti recuperi, come la difesa di Giovanni Gentile dai suoi sicari di allora e dagli affossatori di dopo. In una lettera inedita, uscita postuma su Gentile, Croce e la viltà degli antifascisti, la Fallaci diceva quattro cose: l’assassinio di Gentile fu una carognata ingiusta e vigliacca; Gentile non era fascista; gli antifascisti furono dei «cacasotto» perché uccisero un inerme filosofo mentre non ebbero il coraggio di sminare i ponti di Firenze; infine, avrebbero dovuto ammazzare piuttosto Croce, che, sempre parole sue, all’inizio «leccò il culo» a Mussolini, come molti intellettuali «che poi sarebbero diventati numi del Pci». In quattro mosse, anche brutali, la Fallaci rovesciava il Novecento intellettuale italiano.
La sua prosa era incalzante, cruda, a tratti spumeggiante, diretta; soddisfaceva il lettore perché non coltivava zone grigie, ombre e chiaroscuri, ma andava secca e diritta alla meta, e non disdegnava l’invettiva. Le sue interviste ai potenti erano tutt’altro che timorose, indulgenti, in soggezione; erano spavalde, provocatrici, sfrontate. Un modello di stile non solo letterario ma di dignità e orgoglio.
Dall’11 settembre in poi, la Fallaci ritenne che il pericolo maggiore per l’Occidente fosse l’islam e la sua invasione tramite l’immigrazione e l’islamizzazione della nostra società. E cominciò a suonare la carica per una controffensiva che non escludeva l’uso della forza e della volontà di ricacciare “il Nemico” e la sua religione. L’espansione islamica era un pericolo reale, che troppi non vedevano, presi da un buonismo pacifista che si faceva masochismo e da un’inclusività che si vergognava delle proprie radici e della propria storia. Ma non era e non è l’islam il problema principale dell’Occidente: il suo vero cancro è interno, è il nichilismo, il non credere in nulla dimenticando la propria storia, con quel che ne consegue: il cinismo egoista e il consumismo forsennato. Nel mondo, la minaccia islamica si chiama terrorismo o si annida nei flussi migratori, ma non c’è una potenza islamica o un’alleanza musulmana che insidia l’Occidente. E poi, in un mondo realmente multipolare, ci sono altre spine nel fianco dell’Occidente: la Cina, la Russia, l’India, il Sud-Est asiatico.
Ma, soprattutto, non è l’islam che sta rubando l’anima e l’identità all’Occidente e lo spinge sulla via della decadenza ma è l’Occidente stesso che svende la propria anima e la propria identità, non fa figli e non crede più in sé stesso. E perciò diventa facile preda di conquista, da parte della tecnologia o della finanza senza scrupoli, come da parte dei suoi avversari radicali, esterni ed interni.
La Fallaci esortava poi gli italiani a riscoprire l’amor patrio. Noi italiani – spiegava Oriana – non siamo come gli americani, «la nostra identità culturale non può sopportare un’ondata migratoria composta da persone che in un modo o nell’altro vogliono cambiare il nostro sistema di vita». E proseguiva: «Da noi non c’è posto per i muezzin, per i minareti, per i falsi astemi, per il loro fottuto Medioevo, per il loro fottuto chador. E, se ci fosse, non glielo darei. Perché equivarrebbe a buttar via Dante Alighieri, Leonardo da Vinci, Michelangelo, Raffaello, il Rinascimento, il Risorgimento, la libertà che ci siamo bene o male conquistati, la nostra Patria. Significherebbe regalargli l’Italia. E io l’Italia non gliela regalo». Infine: «Io sono italiana. Sbagliano gli sciocchi che mi credono ormai americana. Io la cittadinanza americana non l’ho mai chiesta». Un ambasciatore americano gliela offrì, e lei si professò legata agli States, poi aggiunse: «Ma io la patria ce l’ho già. La mia patria è l’Italia, e l’Italia è la mia mamma. Amo l’Italia. E mi sembrerebbe di rinnegare la mia mamma a prendere la cittadinanza americana. Gli risposi anche che la mia lingua è l’italiano, che in italiano scrivo, che in inglese mi traduco e basta». Viveva a New York ma il cuore batteva a Firenze.
