Ci sono viaggi nei quali si parte per vedere qualcosa che non si è mai visto e altri in cui, paradossalmente, si parte per riconoscere qualcosa che si conosce già. Una linea di costa osservata centinaia di volte su un libro, un cielo diventato così famoso da sembrare quasi più reale del cielo vero, una strada di New York senza passanti, un porto olandese fermo da quattro secoli nella luce di una mattina. Prima ancora di arrivarci, quei luoghi possiedono già un’immagine, perché qualcuno li ha guardati prima di noi e li ha trasformati in un quadro.
È da questa idea che nasce l’itinerario suggerito da eDreams attraverso alcune delle destinazioni che hanno ispirato pittori tra i più celebri della storia dell’arte, dalla Provenza a Tahiti passando per Normandia, Madrid, Delft, Skagen e New York. Ma seguire le tracce di un dipinto non significa semplicemente trovare il punto esatto dal quale sistemare lo smartphone e sovrapporre il presente alla tela. In molti casi quel punto non esiste più, in altri non è mai esistito esattamente come lo vediamo nell’opera, perché i pittori hanno spostato elementi, alterato prospettive, esasperato colori e ricomposto la realtà secondo ciò che volevano raccontare. Ed è proprio questo a rendere il viaggio più interessante.
Saint-Rémy-de-Provence: il cielo di Van Gogh che non esisteva davvero così
La prima tappa conduce a Saint-Rémy-de-Provence, dove Vincent van Gogh arrivò nel maggio del 1889 e trascorse circa un anno nell’ospedale psichiatrico di Saint-Paul-de-Mausole. È qui che, nel giugno dello stesso anno, dipinse uno dei quadri più riconoscibili della storia dell’arte, La notte stellata, oggi conservata al Museum of Modern Art di New York.
Sarebbe però sbagliato arrivare a Saint-Rémy cercando semplicemente di trovare il panorama rappresentato sulla tela, perché quel panorama, almeno nella forma in cui lo conosciamo, non è mai esistito. Van Gogh partì effettivamente dalla vista che aveva dalla finestra di Saint-Paul-de-Mausole, rivolta verso le Alpilles, ma la trasformò profondamente: il villaggio adagiato ai piedi delle montagne non era visibile da quella finestra, il grande cipresso fu avvicinato alla scena e perfino il cielo, pur contenendo elementi osservati realmente, venne rielaborato per ottenere quell’inconfondibile movimento di spirali, luce e materia. Il MoMA descrive infatti l’opera come il risultato contemporaneamente dell’osservazione e del suo superamento.
Ed è forse questo il modo migliore per attraversare oggi Saint-Rémy: non inseguendo una replica della Notte stellata, ma cercando ciò che Van Gogh aveva davanti agli occhi quando costruì il proprio Sud della Francia. Le Alpilles, gli ulivi, i cipressi, la luce provenzale e quelle forme del paesaggio che ritornano ossessivamente nei dipinti realizzati durante il soggiorno. Anche Gli ulivi, dipinto tra giugno e luglio 1889, nasce nello stesso periodo e lo stesso Van Gogh lo considerava una sorta di corrispettivo diurno della sua visione notturna.
La Provenza di Van Gogh, insomma, non va cercata soltanto in cielo. È nelle montagne basse e frastagliate, nei campi, nella vegetazione e soprattutto nel modo in cui una luce mediterranea violentissima sembra modificare la percezione dei colori.
Étretat: davanti alla Manneporte, dove Monet dipingeva la luce e non la roccia
Dalla Provenza si risale la Francia fino alla Costa d’Alabastro, in Normandia, dove le falesie bianche precipitano nella Manica e il mare ha scavato alcune delle forme naturali più celebri della costa francese. A Étretat Claude Monet tornò più volte, affascinato soprattutto dalla Porte d’Amont, dalla Porte d’Aval e dalla gigantesca Manneporte.
Nel febbraio 1883 trascorse quasi tutto il mese nel villaggio, allora contemporaneamente porto di pescatori e località di villeggiatura, e realizzò una ventina di vedute delle spiagge e delle tre grandi formazioni rocciose. Una delle tele di quell’anno, The Manneporte (Étretat), è oggi al Metropolitan Museum of Art di New York.
Ma anche qui sarebbe riduttivo pensare che Monet volesse semplicemente documentare una meraviglia naturale. La Manneporte era già un’attrazione per i viaggiatori dell’Ottocento; ciò che interessava all’artista era piuttosto ciò che la luce faceva alla roccia. Il Met sottolinea come nella sua pittura il sole finisca quasi per smaterializzare la scogliera, trasformandola in colore e luminosità.
Monet tornò sullo stesso soggetto nel 1885 e nel 1886 e dipinse la Manneporte più volte dalla medesima angolazione. Guy de Maupassant raccontò di averlo visto sulla spiaggia seguito da ragazzi che portavano diversi quadri dello stesso paesaggio: il pittore passava da una tela all’altra a seconda di come cambiavano cielo, ombra e luce.
È forse la chiave più bella con cui arrivare oggi a Étretat. La roccia è ancora lì, enorme e immediatamente riconoscibile, ma per vedere davvero ciò che vedeva Monet bisognerebbe rimanere abbastanza a lungo da osservarla cambiare.
Madrid: la Pradera de San Isidro di Goya era soprattutto una festa
Nel comunicato di partenza la tappa madrilena viene raccontata come una fuga nel verde, ma il quadro di Francisco Goya ha una storia molto più interessante. La pradera de San Isidro, dipinta nel 1788 e oggi al Museo del Prado, non ritrae semplicemente persone che si rilassano in un parco: racconta la grande festa popolare del 15 maggio dedicata al patrono di Madrid.
Nella prateria vicino all’eremo di San Isidro, lungo il Manzanares, madrileni di ogni genere si riunivano per il pellegrinaggio e per trascorrere insieme la giornata tra musica, balli, cibo e passeggiate. Goya dipinge in primo piano la folla della festa e, in lontananza, apre la scena verso la città, dimostrando quella capacità di costruire una grande veduta urbana che il Prado mette in evidenza parlando dell’opera.
Il quadro, peraltro, era un bozzetto destinato a un cartone per arazzo pensato per decorare il dormitorio delle infante nel Palazzo del Pardo.
Visitare oggi l’area di San Isidro significa quindi inseguire non soltanto un paesaggio settecentesco inevitabilmente trasformato dall’espansione di Madrid, ma anche una tradizione che non è scomparsa: la festa di San Isidro continua a essere uno degli appuntamenti più identitari della capitale spagnola. In questo caso, più che la geografia, a sopravvivere è lo spirito della scena.
Delft: il panorama di Vermeer è ancora leggibile quattro secoli dopo
Se esiste invece un quadro che sembra quasi invitare lo spettatore a cercare il punto esatto dal quale fu osservato, è la Veduta di Delft di Johannes Vermeer, realizzata intorno al 1660-1661 e conservata alla Mauritshuis dell’Aia.
Vermeer rappresentò la propria città osservandola da sud-est, con il bacino triangolare del Kolk in primo piano. Dall’altra parte dell’acqua si distinguono le mura della città, la Schiedam Gate, la Rotterdam Gate e, oltre gli edifici, la torre della Nieuwe Kerk. La Mauritshuis ricostruisce con grande precisione l’orientamento della scena e nota come il sole provenga da est, collocando probabilmente la veduta in una mattina tra la tarda primavera e l’estate.
Quello che rende straordinaria la Veduta di Delft, però, non è soltanto la riconoscibilità urbana. È il silenzio. Le barche hanno le vele abbassate, il vento sembra quasi assente, alcune figure parlano sulla riva e sopra la città si apre un cielo che occupa una parte enorme della tela. Vermeer costruisce una città nella quale apparentemente non succede niente, e proprio per questo ogni variazione della luce diventa un avvenimento.
Delft è inevitabilmente cambiata dal Seicento, ma l’acqua, la struttura urbana storica e soprattutto la Nieuwe Kerk permettono ancora di ricomporre mentalmente il quadro. È uno dei casi nei quali il viaggio può davvero diventare un esercizio di sovrapposizione tra città dipinta e città reale.
Skagen: la luce blu che trasformò un villaggio danese in una colonia di artisti
Bisogna poi salire fino all’estremo nord della Danimarca, nella cittadina di Skagen, per incontrare una luce talmente particolare da aver contribuito alla nascita di un’intera comunità artistica. Tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento pittori, scrittori e intellettuali si riunirono in questa lingua di terra tra due mari, attratti dal paesaggio, dalla vita dei pescatori e soprattutto dalle lunghissime sere estive.
Tra loro c’era Peder Severin Krøyer, una delle figure centrali dei cosiddetti Pittori di Skagen. Nel 1893 dipinse Sommeraften på Skagen Sønderstrand, normalmente tradotto come Sera d’estate sulla spiaggia meridionale di Skagen: nel quadro sua moglie Marie Krøyer e la pittrice Anna Ancher passeggiano lungo la spiaggia immerse in quella luminosità azzurra che ha finito per diventare quasi il marchio visivo dell’artista.
Il mare e il cielo sembrano fondersi, mentre le due donne occupano uno spazio intimo all’interno di un paesaggio enormemente più vasto. Il dipinto è uno dei capolavori conservati allo Skagens Museum e, proprio a causa del suo stato di conservazione, lascia raramente il museo.
Qui il viaggio ha qualcosa di diverso rispetto alle altre tappe: non serve trovare un edificio o un punto panoramico preciso, perché il vero soggetto da cercare è un’ora del giorno. Bisogna arrivare sulla costa in estate, aspettare la sera e osservare cosa succede quando il sole rimane vicino all’orizzonte e il paesaggio assume quelle tonalità fredde e sospese che Krøyer trasformò in pittura.
New York: la Seventh Avenue di Hopper esiste soprattutto nella nostra testa
A prima vista Early Sunday Morning, dipinto da Edward Hopper nel 1930, potrebbe sembrare il quadro più semplice da rintracciare: una fila di negozi, appartamenti ai piani superiori, una strada deserta illuminata dal sole del mattino. Hopper stesso disse che l’opera era quasi una traduzione letterale della Seventh Avenue di New York.
Eppure proprio il Whitney Museum, dove il dipinto è conservato, invita a non prenderlo troppo alla lettera. Il primo titolo era Seventh Avenue Shops e Hopper partì realmente da una fila di edifici del Greenwich Village, ma combinò osservazioni e schizzi diversi per costruire la scena finale. Ancora più significativo è il dettaglio della luce: le lunghe ombre dipinte dall’artista non potrebbero formarsi in quel modo su una strada orientata nord-sud come Seventh Avenue.
La New York di Hopper è dunque reale e inventata nello stesso momento.
Ed è precisamente ciò che la rende ancora oggi così riconoscibile, anche quando gli edifici originali sono cambiati o scomparsi. Le facciate basse schiacciate dai palazzi più grandi, le vetrine chiuse, il marciapiede vuoto e quella sensazione di solitudine urbana appartengono a un’idea di New York che Hopper contribuì potentemente a creare. Il Whitney ricorda inoltre come l’edificio più alto che incombe lateralmente sul quadro possa essere letto come il segnale della trasformazione verticale che stava cancellando una parte della vecchia città proprio negli anni intorno al 1930.
Per questo cercare Early Sunday Morning oggi non significa necessariamente trovare “quella” fila di negozi. Basta attraversare Greenwich Village molto presto, prima che la città torni a riempirsi, per comprendere quanto Hopper abbia trasformato una condizione temporanea — pochi minuti di strada vuota — in uno dei grandi miti visivi dell’America.
Tahiti: Gauguin e il paradiso che aveva immaginato prima ancora di arrivare
L’ultima tappa è anche quella che richiede più attenzione, perché il rapporto tra Paul Gauguin e Tahiti è molto più complesso dell’immagine romantica del pittore europeo che approda su un’isola incontaminata e si lascia semplicemente conquistare dalla natura.
Gauguin partì per Tahiti nel 1891, arrivandovi in giugno, e vi rimase fino al 1893; dopo alcuni anni in Francia tornò in Polinesia nel 1895 e non rientrò più definitivamente in Europa.
Il paesaggio tropicale, le montagne, la vegetazione e i colori dell’isola modificarono profondamente la sua pittura e compaiono anche in opere come Road in Tahiti, realizzata durante il primo soggiorno. Ma Gauguin era arrivato nel Pacifico portando già con sé un’idea di ciò che avrebbe voluto trovare: una società che immaginava primitiva, intatta e opposta all’Europa industrializzata.
La realtà era molto diversa. La National Gallery of Art sottolinea come l’artista rimase deluso nel trovare una Tahiti già profondamente trasformata dalla presenza occidentale e come buona parte dell’universo “primitivo” rappresentato nei suoi dipinti sia, in realtà, una costruzione personale, alimentata da racconti europei, riferimenti occidentali e dalla sua stessa ricerca di un altrove esotico.
Questo non diminuisce la potenza dei paesaggi tahitiani di Gauguin; semmai rende più interessante osservarli oggi. Percorrere l’entroterra dell’isola, incontrare montagne ricoperte di vegetazione, strade che penetrano nel verde e improvvise aperture sull’oceano significa vedere i materiali reali dai quali l’artista partì, ma anche comprendere quanto profondamente li abbia trasformati.
Il Tahiti dipinto da Gauguin, proprio come il cielo di Van Gogh o la strada di Hopper, non è mai stato semplicemente un luogo geografico. È anche un luogo mentale.
Quando il viaggio comincia dopo aver visto il quadro
È questo, alla fine, ciò che lega luoghi lontanissimi come Saint-Rémy, Étretat, Madrid, Delft, Skagen, New York e Tahiti. Nessuno di questi viaggi consente davvero di entrare dentro un quadro, perché un’opera d’arte non è una fotografia e il paesaggio non rimane immobile in attesa che arriviamo.
Van Gogh spostò il villaggio che non vedeva dalla sua finestra, Monet inseguì per giorni la stessa roccia mentre cambiava luce, Goya trasformò una festa popolare in una grande veduta di Madrid, Vermeer fece del silenzio di un porto un avvenimento, Krøyer dipinse una particolare tonalità della sera scandinava, Hopper costruì una Seventh Avenue impossibile dal punto di vista della luce e Gauguin sovrappose alla Tahiti reale quella che aveva immaginato ancora prima di raggiungerla.
Forse è proprio per questo che partire sulle loro tracce ha ancora senso. Non per dimostrare che il quadro somiglia al luogo, ma per scoprire il contrario: quanto un luogo possa cambiare dopo che qualcuno ci ha insegnato a guardarlo.
