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Ageismo in corsia: l’importanza di curare la persona (senza stigma)

Ageismo in corsia: l’importanza di curare la persona (senza stigma)
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In Italia una persona su quattro ha almeno 65 anni, e la popolazione continuerà a invecchiare. Ma cosa succede quando un paziente anziano varca la soglia di un ospedale? Il rischio è che l’età diventi una scorciatoia per interpretare i sintomi, decidere le cure, parlare con il malato. Così la vecchiaia rischia di trasformarsi da dato anagrafico in diagnosi e diventare stigma

Quando entra in ospedale, un anziano porta con sé molto più dei suoi anni. Porta una storia, abitudini, paure, desideri, malattie ma anche risorse, autonomia, capacità di reagire. Eppure può bastare un numero, 80, 85, 90, perché tutto il resto finisca improvvisamente sullo sfondo. Prima ancora della persona, si vede l’età. Prima ancora del paziente, il vecchio. È una delle forme più sottili dell’ageismo, l’insieme di stereotipi, pregiudizi e discriminazioni legati all’età che può insinuarsi proprio nel luogo nato per curare: la corsia. Un sintomo viene attribuito agli anni, una caduta alla fragilità, una confusione alla senilità, una terapia considerata troppo rischiosa prima ancora di chiedersi chi sia davvero quella persona e quali possibilità abbia. In Italia una persona su quattro ha almeno 65 anni e la popolazione continuerà a invecchiare. Ma il punto non è soltanto quanti anni abbiamo. È cosa succede quando quegli anni diventano, in ospedale, una scorciatoia per decidere quanto ascoltare, quanto indagare, quanto curare. Perché la vecchiaia è un dato anagrafico. Non è una diagnosi.

Quando l’età diventa una scorciatoia

L’OMS distingue nell’ageismo stereotipi, pregiudizi e discriminazioni. Una revisione sistematica pubblicata nel 2020 e citata dall’OMS nel Global Report on Ageism ha esaminato 149 studi sull’accesso degli anziani ai servizi e ai trattamenti sanitari: in 127 casi, pari all’85 per cento, l’età risultava determinante nell’accesso a determinate procedure o terapie. Il rapporto cita uno studio condotto su circa 9.000 pazienti in cinque centri medici statunitensi, nel quale, all’aumentare dell’età, aumentava anche la probabilità che venissero ritirate o non offerte alcune terapie di sostegno vitale. Per ogni decennio di età in più, la probabilità di non offrire il supporto ventilatorio aumentava del 15%, quella relativa alla chirurgia del 19% e quella relativa alla dialisi del 12%. 
L’età, naturalmente, in medicina conta: può modificare rischi, comorbidità e prognosi. Il problema nasce quando smette di essere una variabile clinica e diventa la variabile che decide tutto.

«Il concetto di ageismo, per come lo intendo io, è una forma di razzismo nei confronti dell’età: come se gli anni conferissero automaticamente un valore, generalmente negativo, alla vita di una persona» spiega a Panorama Renzo Rozzini, psichiatra, geriatra e direttore del programma “Benessere, Salute, Longevità” della Fondazione Poliambulanza-Istituto ospedaliero di Brescia. «Ma l’età è soltanto un dato anagrafico. La vita di una persona è fatta di genetica, delle condizioni sociali nelle quali è cresciuta, dell’educazione che ha ricevuto, dell’accesso che ha avuto alle cure, degli stili di vita. Tutti questi elementi producono uno stato di salute che, in moltissimi casi, è molto meno legato all’età cronologica di quanto pensiamo. Dire “è un vecchio” non significa niente. Avere novant’anni non vuol dire valere meno. Il problema è che noi spesso vediamo prima l’età e soltanto dopo la persona».
È proprio qui che entra in gioco la geriatria, che valuta non soltanto le malattie ma autonomia, capacità funzionale, stato cognitivo, nutrizione, terapie e condizioni sociali. «Considerare l’età come un fattore che limita l’accesso alle cure mediche non è tollerabile» continua Rozzini. «Se vedo un centenario e penso semplicemente “è un super anziano, quindi non faccio questo, non procedo con questo intervento, non studio il caso a dovere”, senza chiedermi chi sia quella persona e quali siano le sue reali possibilità di recupero, rischio di compiere un grave errore medico».

Il sintomo che viene attribuito all’età

L’ageismo in ospedale può essere ancora più subdolo quando entra nella lettura dei sintomi. Una persona confusa viene liquidata come «senile», una caduta come conseguenza inevitabile dell’età, una perdita di peso come qualcosa che «con gli anni succede». Ma l’età non è una spiegazione clinica: una confusione improvvisa può essere un delirium, una caduta il primo segnale di un problema neurologico o cardiovascolare, una perdita di peso il sintomo di malnutrizione, depressione o neoplasia. Non si tratta di trattare l’anziano come se fosse giovane, ma di riconoscere le specificità dell’età senza trasformarle automaticamente in diagnosi. C’è poi il modo di parlare al paziente. Il familiare può diventare l’interlocutore principale quando è necessario, ma l’età da sola non autorizza a escludere una persona dalle decisioni che la riguardano. Il paternalismo può essere gentile: si parla lentamente, si semplifica, si decide «per il suo bene». Oppure si parla del paziente davanti a lui. «Questo atteggiamento può essere interiorizzato dagli stessi anziani” spiega ancora Rozzini. «Se continuiamo a comunicare a una persona che, perché ha una certa età, è meno valida, meno capace, meno interessante e inevitabilmente più malata, prima o poi può cominciare a pensarla allo stesso modo. E questo succede perfino in ospedale. Chiamare “nonna” una donna anziana che magari è stata una professoressa universitaria o una professionista, una musicista, ha avuto un ruolo nella società, non è una forma di gentilezza innocua: è una riduzione della persona alla sua semplice età anagrafica».
Non per nulla l’OMS considera l’ageismo un grave problema con possibili pesanti ricadute sulla salute fisica e mentale, rilevando associazioni negative tra ageismo e salute nella grande maggioranza degli studi considerati.

Medicina personalizzata: anche a novant’anni, ogni paziente è diverso

E c’è poi una contraddizione difficile da ignorare. La medicina contemporanea ha costruito strumenti sempre più sofisticati per descrivere con precisione una malattia, stabilirne la gravità, valutarne la prognosi e scegliere la terapia, con modalità sempre più personalizzate. Ma quando il paziente è molto anziano, quella stessa precisione sembra a volte dissolversi: l’età finisce per diventare una categoria clinica indistinta, dentro la quale vengono messe insieme persone profondamente diverse. È il momento in cui il linguaggio smette di descrivere e comincia a classificare. Sappiamo stadiare perfettamente un tumore, ma quando parliamo di un anziano torniamo a usare etichette vaghe. «Se io ho un tumore alla prostata, vado dall’urologo, faccio gli esami, faccio la stadiazione della malattia e, che quella stadiazione venga fatta a Brisbane, a Londra, a Roma o a Napoli, tutti i medici capiscono perfettamente di che cosa stiamo parlando» conclude lo psichiatra. «Abbiamo un linguaggio comune, strumenti diagnostici, parametri prognostici. Quando invece parliamo di persone anziane, improvvisamente questo linguaggio diventa molto più vago: “il grande vecchio”, “il paziente fragile”, “il nonnino”. Ma queste non sono diagnosi. Sono etichette. E il rischio è che l’etichetta sostituisca la valutazione della persona. L’età è un dato che dobbiamo considerare, certamente, ma non può diventare una scorciatoia per decidere quanto vale la pena di curare una persona. La medicina ha gli strumenti per distinguere queste situazioni. Il problema è avere la cultura per usarli». La questione, dunque, non è eliminare l’età dalla medicina, né fingere che novant’anni siano equivalenti a cinquanta. È esattamente il contrario: guardare l’anziano con una precisione almeno pari a quella con cui guardiamo la sua malattia. Fragilità, autonomia, cognizione, comorbilità, condizioni sociali e capacità di recupero possono raccontare molto più dell’età cronologica presa da sola. Perché dietro la stessa etichetta di «novantenne» possono esserci due persone con bisogni, aspettative e possibilità di cura completamente differenti. E forse è proprio qui che l’ageismo in ospedale diventa più pericoloso: non quando qualcuno dichiara apertamente che un anziano non merita una determinata cura, ma quando smette di porsi le domande necessarie per capire se quella cura possa davvero aiutarlo. Quando l’etichetta prende il posto della valutazione, l’età rischia di diventare non più un dato della cartella clinica, ma la diagnosi stessa: un anziano entra in ospedale portando con sé molto più dei suoi anni. Il compito di chi lo cura è accorgersene prima ancora di leggere la data di nascita.

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