Ci sono marchi capaci di affrontare epoche diverse, di cadere e di rialzarsi senza perdere mai la propria identità. È il caso di Ballantyne, fondato in Scozia nel 1921, nel secondo dopoguerra la regina Elisabetta gli conferisce il Queens Award per poi entrare nel fondo Charme Investors nel 2004 sotto la guida di Luca Cordero di Montezemolo e Maurizio Canessa. La prematura scomparsa di quest’ultimo segna l’inizio di un periodo di crisi che si protrae fino a quando Fabio Gatto ne raccoglie le redini creative e strategiche. Nel 2015 l’imprenditore e direttore creativo, attraverso la holding di famiglia, perfeziona l’acquisizione del brand ai 300mila euro di fatturato e lo traghetta in una nuova dimensione, coniugando la maestria della tradizione manifatturiera scozzese al gusto italiano. A dieci anni dall’operazione, Ballantyne è un’azienda sana da 6 milioni di euro con una ricca distribuzione wholesale, cui si aggiunge la boutique online. “Quando sono entrata in azienda, era il 2020, l’e-commerce realizzava meno di 100 mila euro”, ha spiegato Beatrice Gatto, responsabile della comunicazione e seconda generazione della famiglia, “oggi siamo a 350mila euro, c’è ancora molta strada da fare, ma è chiara la strada che abbiamo intrapreso. Il digitale diretto è alla base della strategia per individuare i mercati a più alto potenziale. Oggi, infatti, oltre all’Italia che è stato il mercato della ripartenza, abbiamo ripreso Germania, Austria, Francia, Spagna e USA che al momento è fatto solo da traffico organico. Abbiamo diversi interessi anche se non ci investiamo, quindi è solo traffico organico. In prospettiva, guardando all’espansione wholesale e poi magari anche retail, le nostre priorità sono sul mercato europeo, ma stiamo tenendo d’occhio anche il Giappone e la Corea, dove, seppur cauta, la crescita c’è ed è costante”. In questo percorso di rinascita, il marchio si è evoluto bilanciando l’offerta uomo/donna e introducendo oggetti distintivi come la borsa Kate e dando spazio all’heritage con la capsule Raw, “Ballantyne in questi dieci anni ha saputo rinascere, coniugando l’expertise scozzese alla sensibilità italiana, valorizzando le proposte maschili senza sminuire la collezione donna”, ha continuato Gatto, “oggi è un progetto coerente, dove la maglieria fa da anello di congiunzione tra il passato e la sperimentazione. Così abbiamo introdotto, da un lato, lo sportswear; dall’altro, la Raw Collection, una capsule che dà voce all’essenza del cashmere, che non è trattato, è ruvido e si ammorbidisce nel tempo: online, nell’invernale, questa proposta di dieci/dodici modelli ha rappresentato più del 10% delle vendite sul totale della collezione e non è poco”. All’ultima edizione di White Ballantyne ha presentato un video provocatorio che gioca sull’AI come linguaggio comunicativo. “Le fiere le ha frequentate a lungo mio padre Fabio Gatto, e proprio dalla sua esperienza sappiamo che non sono più lo strumento di conversione commerciale di una volta”, ha concluso Gatto, “per noi rappresentano soprattutto un’occasione di comunicazione, dove sottolineare la nostra identità: un mondo complementare tra la Scozia e l’Italia”.

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Da dieci anni il marchio fa capo alla holding di Fabio Gatto. Con un fatturato di 6 milioni di euro prevede di chiudere il 2026 con una crescita del 30%.










