“Strano ma vero, l’idea di portare Fantozzi a teatro non era mai venuta a nessuno.”
Esordisce così Gianni Fantoni, raccontandoci “Fantozzi solo contro tutti”, lo spettacolo che sta portando nei teatri italiani, con la regia di Massimo Navoni.
“Dieci anni fa avevo concepito questo progetto – inizialmente pensato come musical ma concettizzatosi poi in maniera differente – e ho portato Fantozzi a teatro, per la prima volta.”
Gianni è solo sul palcoscenico con il suo monologo. Racconta di come sia nata l’idea dello spettacolo, dell’incontro con Paolo Villaggio, snocciolando una serie di curiosità sulla loro amicizia (gli aneddoti sono talmente tanti da averne scritto persino un libro, “Operazione Fantozzi”). Fantoni coinvolge il pubblico in una girandola di ricordi che pur appartenendo a un’altra epoca, rimangono sorprendentemente attuali.
“Uno story telling sulla vita di Villaggio, perché gli vogliamo ancora bene; perché i suoi personaggi a sessant’anni dalla sua creazione, ci regalano ancora qualcosa, spiegando perché sia necessario farli rivivere. Io sono l’unico titolato in questo momento a poterlo fare in teatro. Anche perché, posso sottoscriverlo candidamente, ne ho acquisito ufficialmente i diritti a carissimo prezzo!”
Gianni, come ti sei avvicinato a Fantozzi, come nasce questa tua passione?
“Nasce dalle scuole medie, io avevo un professore di italiano, tra l’altro vagamente somigliante a Paolo Villaggio, che si divertiva a farci la sua imitazione per farcelo conoscere, persino durante le ore di lezione. Ammetto che fino ad allora Paolo Villaggio non mi aveva detto molto: probabilmente non aveva attirato ancora l’attenzione di un ragazzino delle medie di un paesino di provincia. Tuttavia, questo professore insisteva, ci proponeva tutti i suoi personaggi: Fantozzi, Fracchia Otto von Kranz. Alla fine, mi ci sono affezionato e pian piano è diventata una vera passione. Sono passato da essere ignaro a essere spettatore prima, fan, poi suo imitatore, successivamente a collega e adesso a essere l’unico a poterlo incarnare a teatro. Direi che ho percorso tutti gli step possibili dello stato dell’arte sul ragionier Fantozzi.”
Quando l’hai incontrato la prima volta?
“Era il 1991 a Paperissima: avevo appena iniziato a far televione e per me ha significato incontrare il mio idolo assoluto. L’impatto è stato buono, anche se devo confessare, lui non era così disponibile con tutti. Dipendeva dalle occasioni. Durante il trentennio successivo ha cercato sempre bonariamente di uccidermi, come faceva con tutti. Lui cercava di trovare il tuo limite, se non lo trovava, se tu non ti spezzavi, allora iniziava a rispettarti. Ho avuto anche l’occasione di partecipare all’ultimo film di Fantozzi e condividere il set con lui, riuscendone a raccogliere altre curiosità!
Tu parli di profondità di Fantozzi. Paolo Villaggio era estremamente intelligente, acume che però spesso non viene percepito. Come spiegheresti lo spessore della sua comicità?
“Abbiamo una fortuna, che Villaggio, oltre a essere stato un grandissimo attore comico, è stato un grandissimo scrittore; per cui noi abbiamo l’opportunità di leggere ancora il Fantozzi scritto di suo pugno. E i primi due libri della saga sono degli assoluti capolavori, assolutamente imperdibili. Fanno ridere ancora a distanza di quasi sessant’anni. Riscoprire Paolo Villaggio come scrittore, prima ancora che comico fatto e finito, è un modo per trovarsi davanti un linguaggio scritto ancora modernissimo. Le iperbole che usiamo abitualmente vengono da lui. Quando noi diciamo: “è stata una partita mostruosa”, o quando nominiamo “il mega direttore galattico sul divano di pelle umana”, lo dobbiamo a lui. Villaggio ha cambiato il linguaggio. I più giovani magari non sanno da dove derivino questi modi di dire, ma sono tutte espressioni coniate da lui.”
Oltre al comico, uno scrittore capace di influenzare il vocabolario
“Trovare uno scrittore che sia in grado di cambiare un lessico è di per sé un’enormità; per me avrebbe meritato il Nobel per la Letteratura. Il modello che rappresenta Fantozzi non è solamente quello di un impiegato degli anni Settanta, ma è di un perdente disperato che sa di essere perdente, sa di essere disperato, ma non si arrende. È questa la profondità che vive non solo nell’ambiente comico, ma nell’ambiente drammatico. È talmente drammatico che alla fine fa ridere. E Villaggio fa questo con Fanozzi: ci racconta con il distacco del mezzo le sue disgrazie per riderne.
I primi due Fantozzi sono dei veri capolavori, anche grazie alla regia di Luciano Salce che ci ha restituito non solo la comicità diretta dei libri di Villaggio – tant’è che molti episodi sono presi pari pari dai libri senza dover modificare nulla – ma gli ha donato un immaginario incredibile. Con Luciano Salce c’è stata una congiunzione astrale molto favorevole. Dal terzo film in poi si è andati verso una direzione diversa, annacquando un po’ quella profondità, spingendosi più verso una dimensione di gag comica.”
Cosa ne pensava Paolo Villaggio di questo tu progetto?
“L’anno prossimo saranno dieci anni dalla scomparsa di Paolo Villaggio e lui mi diceva di essere davvero entusiasta di questo mio spettacolo, perché per lui era un modo per tornare a vivere. Questo commento mi toccò molto: lui era un mito, e per me sentirlo così, tra il malinconico e lo speranzoso, come se fosse un ragazzo che partiva alla scoperta di un nuova idea, è stato molto emozionante.
Fare questo spettacolo, interpretare il ragionier Ugo Fantozzi e i celebri personaggi di Paolo Villaggio è il mio modo per farlo tornare a vivere.
Un piccolo spoiler sullo spettacolo?
“Rileggendo i libri di Fantozzi ho scoperto alcuni episodi inediti: uno in particolare mai rappresentato al cinema e con grande soddisfazione lo accompagno io per la prima volta a teatro. Dico solo che Fantozzi scoprirà di saper volare.”
