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Francesco Di Tullio: porto a teatro la mia generazione

Francesco Di Tullio: porto a teatro la mia generazione

Il Federico di “Mare Fuori” ci racconta il debutto a teatro con il suo monologo GenZ, per riflettere sul mondo degli adolescenti di oggi

I più lo conoscono come Federico, il nuovo volto insieme al complice Samuele, della serie “Mare Fuori”, tra l’altro sua prima vera esperienza recitativa. Occhi azzurri e viso pulito, rende ancora più intenso il contrasto con il suo personaggio, come da lui stesso definito, un tipo menefreghista, irresponsabile e decisamente aggressivo.

Lui è Francesco di Tullio, classe 2007, e venerdì 17 aprile debutterà al Teatro Leonardo di Milano con il monologo “GenZ”, una narrazione di un adolescente che racconta, a chi adolescente non lo è più, cosa significhi oggi avere diciotto anni. Uno scontro generazionale eterno, ma sempre attuale.

Un debutto duplice: di Francesco Di Tullio su un palco teatrale e di Alessandra Scotti alla regia, oltre a essere coautrice del testo.

Francesco, com’è nato lo spettacolo?

“Nasce qualche tempo fa da un’idea che si è trasformata in una chiacchierata tranquilla, ma proficua. Volevo sperimentarmi in un nuovo ambiente che poteva essere appunto il teatro. Ho iniziato a lavorare con Alessandra Scotti, regista e autrice del testo. Le ho spiegato i temi che mi sarebbe piaciuto sviluppare. Lei ovviamente ci ha messo del suo, arricchendolo con la sua ottima penna. E così ne è nato un progetto concreto. Ci siamo trovati molto bene.”

Cosa significa avere diciotto anni oggi?

“Avere diciotto anni oggi, di base, non è così diverso rispetto a dieci, venti o trenta anni fa. Ovviamente, le situazioni, le circostanze sociali, politiche e di vita impattano molto sulla crescita di una persona.

Avere diciotto anni, significa un po’ per tutti trovarsi nel nulla, fuori da quella bolla nella quale sei cresciuto fino ad allora. Ti ritrovi un po’ più da solo e cerchi di scoprire la tua strada, di capire chi sei e che cosa vuoi nella vita: un po’ un nuovo punto di partenza, che non scocca al compimento dei diciotto anni. È una fase di crescita in quella fascia di età così diversa, piena di emozioni e sfide nuove.”

Tu arrivi da una famiglia d’arte. Mamma regista e papà attore. A che età hai deciso di voler diventare attore?

“Quando ero piccolo ho partecipato a delle pellicole, però non volevo recitare, anche per distaccarmi da quello che era l’ambiente lavorativo dei miei genitori. Almeno, l’ho pensata così per diciassette anni. Qualcosa è cambiato dopo la mia partecipazione a “Mare Fuori”. Ho trovato la sfera recitativa, il mondo del cinema molto interessanti e mi sono appassionato a tutto quello che è l’universo dell’attore: la possibilità di interpretare qualcuno diverso da te, staccarti dal tuo essere.”

Oggi c’è un rapporto più amicale con i genitori. Credi che riescano a capirvi di più o ci sono maggiori difficoltà?

“Con i miei genitori ho sempre avuto un bellissimo rapporto, mi hanno sostenuto nei miei progetti, in quelli che erano i miei sogni o le mie idee, però, ho avuto anche diverse incomprensioni e litigi, per un problema che derivava dall’ascolto, o meglio, dalla mancanza di ascolto. Da entrambe le parti. Arrivato a diciotto anni, ho iniziato a strutturare un tipo diverso di pensiero, una tipologia di mentalità diversa per affrontare nuove situazioni, e anche loro si sono  posti in una maniera differente nel miei confronti, perché hanno capito che il loro atteggiamento non funzionava. E il mio, neanche. Non funzionava il mio modo di pormi. Essendo cambiati entrambi i punti di vista, si è creato questo rapporto di sostegno, molto amicale. E sicuramente funziona molto meglio.”

C’è qualcosa a cui tieni particolarmente in questo monologo?

“Ogni tema sviluppato nello spettacolo è un qualcosa di sentito di cui volevo parlare. C’è però una parte scritta interamente da me sull’ansia. È un argomento a cui tengo molto.”

A proposito di ansia: perché secondo te oggi riguarda così tanti giovani?

“Dipende da caso a caso, in generale le nuove generazioni sono molto più fragili e hanno bisogno di più sostegno. Ci sono mille fattori da considerare, non ce n’è mai uno solo che porta una generazione a essere più fragile di un’altra. Sicuramente c’entrano i social media, l’insicurezza che ti porta vedere persone che fanno sempre meglio di te, che hanno più di te, il comportamento dei nostri genitori nei nostri confronti, l’ambiente in cui cresciamo, il periodo storico.”

Tu stai anche studiando…

“Sono al quinto anno di liceo e quest’anno ho la maturità.”

Materie preferite?

“Filosofia, letteratura e storia. Decisamente le materie umanistiche”

E il suo monologo riflette queste preferenze. Un viaggio nell’adolescenza, tra sogni, paure e contraddizioni. Come afferma la regista Alessandra Scotti: “la recitazione è realistica, colloquiale e sporca, come lo è il testo, che punta ad arrivare dritto allo spettatore, sballottandolo tra ironia e riflessione con la sincerità senza filtri che solo un giovanissimo adulto può permettersi di gridare.”

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