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Cosa significa fare il medico oggi? Dalle proteste in India alla lezione di Abraham Verghese

Cosa significa fare il medico oggi? Dalle proteste in India alla lezione di Abraham Verghese

Il senso profondo della professione sanitaria: tra i cortei degli studenti asiatici e l’insegnamento di umanità del celebre autore

Cosa significa fare il medico oggi? Dalle proteste in India alla lezione di Abraham Verghese
Cosa significa fare il medico oggi? Dalle proteste in India alla lezione di Abraham Verghese
Cosa significa fare il medico oggi? Dalle proteste in India alla lezione di Abraham Verghese
Cosa significa fare il medico oggi? Dalle proteste in India alla lezione di Abraham Verghese
Cosa significa fare il medico oggi? Dalle proteste in India alla lezione di Abraham Verghese

La recente ondata di proteste che sta scuotendo l’India per il NEET-UG, il test nazionale di ammissione alle facoltà di Medicina, ha riportato al centro del dibattito una domanda che va oltre la cronaca: che cosa significa, oggi, diventare medico? Per milioni di studenti indiani, quel test rappresenta molto più di un esame. È il punto di arrivo di anni di sacrifici, di aspettative familiari e di ingenti investimenti economici. Le contestazioni, esplose dopo le polemiche su presunte irregolarità e sulla trasparenza delle prove, hanno messo in luce una frattura sempre più evidente tra un sistema educativo altamente competitivo e la capacità del Paese di offrire reali opportunità ai suoi giovani. È un paradosso che si inserisce nella visione della Viksit Bharat, il progetto con cui il primo ministro Narendra Modi immagina un’India pienamente sviluppata entro il 2047. Ma nessun obiettivo di crescita potrà essere raggiunto senza restituire fiducia a una generazione che chiede meritocrazia, formazione di qualità e prospettive concrete. Su questi temi tornano sorprendentemente attuali le parole di Abraham Verghese, medico e scrittore statunitense, incontrato al Salone Internazionale del Libro di Torino. La sua vicenda personale attraversa tre Paesi e tre continenti — India, Etiopia e Stati Uniti; Asia, Africa e America — e racconta come la medicina possa diventare non soltanto una professione, ma una forma di umanesimo. Nato ad Addis Abeba da genitori cristiani ortodossi della comunità Malankara, originari del Kerala, emigrati in Etiopia per insegnare, Verghese sviluppa fin da ragazzo una grande passione per la lettura. Inizia gli studi di Medicina in Etiopia, ma è costretto a interromperli a causa dei disordini civili seguiti alla caduta dell’imperatore Haile Selassié e all’avvento del regime militare marxista. Con la famiglia si trasferisce negli Stati Uniti, dove lavora come assistente infermieristico in ospedali e case di cura. Successivamente torna in India per conseguire la laurea al Madras Medical College. Rientrato negli Stati Uniti come medico formato all’estero, affronta un percorso complesso prima di ottenere la specializzazione presso un programma affiliato alla East Tennessee State University. In seguito, ottiene una fellowship alla Boston University School of Medicine e lavora al Boston City Hospital, dove assiste ai primi drammatici anni dell’epidemia di HIV. È proprio quell’esperienza a cambiare profondamente il suo modo di intendere la professione. «La medicina è un’amante esigente, eppure è fedele, generosa e sincera. Mi dà il privilegio di visitare i pazienti mentre insegno ai miei studenti e, in questo modo, tutto ciò che faccio acquista significato», racconta Verghese. Da quella stagione nasce anche l’esigenza di scrivere. Per lui la letteratura diventa il luogo in cui restituire dignità alle storie dei pazienti, delle loro famiglie e delle loro fragilità, andando oltre la diagnosi clinica. Il rapporto tra medicina e vita emerge con forza nel memoir Tennis Partner, dedicato all’amicizia con David Smith, giovane medico specializzando ed ex promessa del tennis, segnato da una lunga dipendenza dalle droghe. «Eravamo accomunati dalla sensazione di essere degli outsider: io ero appena arrivato in città e stavo affrontando la crisi del mio matrimonio; David combatteva i suoi demoni. Eravamo entrambi incredibilmente soli». Il libro colpisce per lo sguardo con cui Verghese osserva il dolore umano: quello del medico abituato a formulare diagnosi senza cedere a facili interpretazioni psicologiche. Lascia che siano i fatti a raccontare la complessità dell’esistenza, mostrando come ogni persona viva sospesa tra speranza e paura. Per Verghese la medicina conserva una dimensione profondamente spirituale. «Sono convinto che nella nostra vita esista una dimensione pastorale. Per questo considero la medicina un autentico servizio al paziente. Amo l’espressione ministero della Salute perché mi ricorda che il medico deve prendersi cura del corpo senza separarlo dallo spirito. Ben vengano i progressi della scienza e delle terapie più innovative, ma resta immutato il compito di essere medici dell’anima, oltre che del corpo». Questa visione attraversa anche i suoi romanzi. Ne La porta delle lacrime il corpo diventa il luogo in cui si manifestano i movimenti più profondi dell’anima. Una storia che attraversa cinque decenni tra India, Etiopia e Stati Uniti e che unisce memoria, migrazione e identità. «Dicono che uno scrittore debba parlare di ciò che conosce. Per me è stato naturale raccontare il luogo dove sono nato e quello da cui sono stato costretto a fuggire. Tutto questo ha formato la mia vita. La scrittura è diventata un nuovo modo di esistere.» Con Il patto dell’acqua, ambientato nel Kerala tra il 1900 e il 1977, Verghese torna alle proprie radici, dando vita a una grande saga familiare diventata un longseller internazionale. L’ispirazione nasce da un prezioso quaderno della madre come spiega l’autore, «Nel 1988 mia nipote Deia Mariam Verghese chiese a sua nonna: Ammachi, com’era la vita di una ragazza ai tuoi tempi? Una risposta non sarebbe bastata. Così mia madre, Mariam Verghese, riempì centocinquantasette pagine di un quaderno a spirale con i ricordi della sua infanzia, accompagnandoli con splendidi disegni. Molti degli aneddoti che raccontava erano già parte della nostra memoria familiare, ma ciò che più mi interessava era la voce con cui li narrava. Ho utilizzato molti di quei ricordi nel romanzo, arricchendoli con le mie estati trascorse con i nonni in Kerala». Le sue parole assumono oggi un significato particolare, mentre migliaia di giovani indiani manifestano per difendere il diritto a un accesso equo agli studi di Medicina. Dietro ogni test di ammissione non c’è soltanto una graduatoria, ma il sogno di chi desidera dedicare la propria vita agli altri. La lezione di Abraham Verghese è che la medicina non può essere ridotta a una competizione o a un semplice traguardo accademico. Essere medico significa custodire la scienza senza perdere l’empatia, curare il corpo senza dimenticare la persona e trasformare ogni incontro con il paziente in un atto di ascolto e di responsabilità. In un’India che guarda al futuro, forse è proprio questa la sfida più grande: formare non soltanto professionisti eccellenti, ma uomini e donne capaci di riconoscere nell’altro la propria umanità.

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