A Trani il mare arriva fino ai gradini della cattedrale. San Nicola Pellegrino si alza sul bordo dell’acqua, pietra chiara che al tramonto vira al rosa, e da quasi mille anni osserva chi sbarca dall’Adriatico. Mercanti veneziani, amalfitani, pisani, comunità ebraiche: questa città ha sempre vissuto di scambi.
La tradizione colloca qui, nel 1063, gli Ordinamenta Maris, tra i più antichi codici di diritto marittimo del Mediterraneo. A pochi passi dal porto, nel vecchio quartiere ebraico, resiste la sinagoga Scolanova, del XIII secolo, la più antica d’Europa in attività (anche se in rivalità con quella di Praga). Un crocevia, prima ancora che la parola diventasse uno slogan.
Venticinque anni di confronto
Su questa vocazione sono nati I Dialoghi di Trani, nel 2002, con il contributo dell’editore Giuseppe Laterza e l’organizzazione dell’associazione La Maria del Porto. La formula è rimasta la stessa: incontri gratuiti, persone di orientamento e provenienza diversi sedute allo stesso tavolo, temi come giustizia, legalità, ambiente e Mediterraneo.
La XXV edizione, che da poco chiuso i battenti nella sede pugliese, ha scelto come filo conduttore la Complessità, che la direttrice artistica Rosanna Gaeta descrive come uno spazio fertile per capire il presente. Tra gli ospiti Dacia Maraini, Gianrico Carofiglio, Gustavo Zagrebelsky e la scrittrice ucraina Yaryna Grusha. Oggi che le differenze si risolvono sempre più spesso con le armi, sedersi ad ascoltare chi la pensa diversamente diventa quasi un gesto politico.
Da Trani ad Atene
Ma quest’anno il festival fa anche le valigie. L’8 ottobre approda all’Istituto Italiano di Cultura di Atene, poi alla Buchmesse di Francoforte e al Parlamento europeo di Bruxelles. Il legame con la Grecia ha un sapore particolare: Trani, l’“Atene della Puglia”, porta le sue idee nella culla della democrazia. Una cultura in movimento, che ripercorre al contrario le rotte dei mercanti di un tempo.

Bitonto tra tesori nascosti
Visitare Trani è un buon modo di scoprire la Publia in modo non troppo convenzionale, ma questa regione ha molti altri luoghi sorprendenti e poco conosciuti. A quaranta minuti d’auto, tra ulivi secolari, Bitonto resta fuori dai circuiti del turismo di massa.
Chi la salta sbaglia. La cattedrale, sul modello di San Nicola di Bari, è considerata l’espressione più completa del romanico pugliese. Lo spettacolo vero sta sotto: nella cripta affiorano i resti di una chiesa paleocristiana del V secolo e un mosaico con un grifone alato. In superficie merita una sosta l’ambone firmato nel 1229 dal magister Nicolaus, con un’aquila sorretta da una cariatide umana.
Proprio accanto alla cattedrale, sotto le volte in pietra di un antico refettorio monastico, Il Patriarca è uno dei pochi ristoranti italiani con una carta degli oli. Lo chef Emanuele Natalizio l’ha introdotta nel 2010 e fa ruotare in tavola decine di monocultivar, abbinando a ogni piatto, dolci compresi, l’extravergine giusto. Qui l’olio smette di essere un condimento e diventa il protagonista: l’oro della Puglia, servito come un grande vino.
Canosa e le sue sorprese sotterranee
Da non perdere anche un altro avamposto culturale tanto sorprendente quanto nascosto: il museo archeologico di Canosa. Ospitato nelle eleganti stanze ottocentesche di Palazzo Sinesi, si rivela come uno scrigno di inaspettata rilevanza. Qui, la sobria compostezza dell’architettura nobiliare fa da quinta scenica a un affascinante viaggio sotterraneo tra i segreti degli ipogei dauni, le monumentali tombe a camera delle antiche élite pre-romane.
Passeggiare tra queste vetrine significa lasciarsi quasi ipnotizzare dai celebri “vasi canosini”, capolavori di ceramica policroma le cui esuberanti decorazioni plastiche, raccontano storie di sfarzo, potere e rituali ellenistici, culminando nella vertigine estetica dei ricchissimi corredi della Tomba Varrese.
Per il viaggiatore attento, Palazzo Sinesi non è una semplice esposizione di reperti, ma una porta d’accesso intimista e privilegiata all’anima aristocratica di una civiltà che dominava la valle dell’Ofanto, regalando l’emozione pura di un incontro ravvicinato con l’eternità e il raffinato gusto estetico del mondo antico. Segno anche di una Puglia mai scontata, soprattutto quando si abbandonano i tracciati più usurati.
Castel del Monte, l’ottagono che non si spiega
Sulla collina più famosa delle Murge Federico II ha lasciato un enigma di pietra. Castel del Monte, costruito intorno al 1240, ha pianta ottagonale, otto torri ottagonali, nessun fossato, nessuna cucina. Fortezza, casino di caccia, tempio del sapere? Gli studiosi discutono ancora. Patrimonio UNESCO dal 1996, lo trovate anche sulla moneta da un centesimo. Salite nel tardo pomeriggio, quando la luce radente accende la pietra.
Per cena si scende verso Minervino Murge, al bordo del Parco dell’Alta Murgia. Masseria Barbera è la tenuta di Riccardo Barbera, avvocato che ha lasciato la toga per l’orto di famiglia e che tra gli antenati vanta un garibaldino. Lo spirito è quello: cucina schietta, prodotti di casa, agnello al forno e verdure dell’orto portate in tavola dallo chef Gianluca Ferri.

Altamura, dove il pane ha un marchio
Più a sud il paesaggio si fa aspro e si arriva ad Altamura. Qui il pane è una cosa seria: grano duro delle Murge, crosta spessa, mollica gialla che resiste giorni. Nel 2003 è diventato il primo prodotto da forno europeo con la DOP.
Entrate in un forno storico come quello Di Gesù, la mattina presto, l’odore vi seguirà per tutto il giorno. La città custodisce anche l’Uomo di Altamura, scheletro di Neanderthal rimasto per circa 150 mila anni nella grotta di Lamalunga.
Una Puglia da ascoltare
Mare, pietra, grano, olio. Tra Trani e le Murge si attraversa una Puglia lontana dalle cartoline, una terra che per secoli ha tenuto insieme normanni, svevi, bizantini, arabi ed ebrei. I Dialoghi continuano quel lavoro con un microfono, una sedia e una platea che non deve per forza essere d’accordo.
Le destinazioni che vendono solo esperienze da consumare in fretta producono turisti. Posti come questi, dove una cattedrale racconta i normanni e un forno racconta il grano, producono ancora viaggiatori. Contro l’overtourism non servono tornelli né numeri chiusi. Servono persone che arrivino sapendo dove stanno mettendo i piedi, che entrino in una cripta prima che in un negozio di souvenir e che si siedano a tavola per ascoltare, oltre che per mangiare.
