Quanto sono vecchi i palinsesti della tv italiana
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Quanto sono vecchi i palinsesti della tv italiana
Televisione

Quanto sono vecchi i palinsesti della tv italiana

Ricambio generazionale fermo al palo, longevità estrema dei programmi, sperimentazione ridotta ai minimi termini e palinsesti fotocopia. Vince l'«usato sicuro» ma il pubblico cerca altro e altrove

La tv italiana non è un posto per under 40. Ricambio generazionale fermo al palo, longevità estrema dei programmi, sperimentazione ridotta ai minimi termini, conduttori in onda senza sosta da trent'anni e palinsesti fotocopia: quand'è che i broadcaster hanno deciso di puntare sull'«usato sicuro» - sia nei contenuti che nei volti – innescando un meccanismo dal quale sembra difficile uscire? E il Covid sarà un'opportunità di cambiamento o la crisi della pubblicità e degli investimenti rischia di incancrenire la situazione? Panorama.it ha provato a capirne di più parlando con addetti ai lavori ed esperti di televisione: dalla mancanza di nuovi «vivai» al ruolo delle case di produzione, dai talenti del web (che non sfondano sul piccolo schermo) al ruolo dei critici, ecco cos'è emerso.

Perché in tv non c'è più ricambio generazionale

C'erano una volta i Frizzi, i Conti e i Bonolis, adesso non ci sono più: ventenni di belle speranze, star della tv dei ragazzi, ore e ore di trasmissioni che diventavano una palestra quotidiana. Iniziavi a venti e a trent'anni, se eri bravo e strutturato, conducevi una prima serata, come capitò a Fabrizio Frizzi con Europa Europa (era il sabato sera di Rai 1). Una parabola che oggi pare irreplicabile in una tv dominata dalla generazione dei 50-60enni dove gli under 40 devono accontentarsi di «briciole» o ruoli minori, come se non ci fosse più tempo e voglia di dare un'occasione.

«La tv dei ragazzi è stata per molto tempo uno dei modi per far crescere nuove leve e innescare il ricambio generazionale. Rai e Mediaset avevano un meccanismo chiaro, una trafila che faceva far crescere i conduttori. Li faceva navigare per molte ore nella quotidiana e poi, se erano bravi, li portava alla prima serata. La fine di questo sistema ha messo in crisi un metodo di formazione. Non c'è più, almeno nei grandi network, e così dominano i 50-60enni», spiega Massimo Bernardini, il conduttore di Tv Talk, su Rai 3.

Non ci sono più i «vivai» di una volta

«Il grande palco o la consacrazione in prima serata per un conduttore arriva più tardi perché deve acquisire esperienza, credibilità e mestiere», ha detto di recente Carlo Conti in un'intervista. Finisce così che l'etichetta di «giovani» in tv oggi viene appiccicata ai quarantenni: su tutti Alessandro Cattelan – al quale X Factor venne però affidato dieci anni fa – mentre tra le donne spicca Andrea Delogu, reduce da una fortunata edizione de La vita in diretta estate e formata una gavetta durata quindici anni. Per il resto, strappare la grande occasione appare un miraggio e non tutti i talenti vengono coltivati (che fine hanno fatto ad esempio Daniele Bossari o Alvin?).

«Il problema è che mancano le "fabbriche" di giovani di talento: una volta c'era Mtv, un grande vivaio di nuovi volti al quale attingere», ricorda Davide Maggio, blogger e produttore tv. «Discovery, in particolare con Real Time, per un momento ha puntato sui volti inediti, spesso sconosciuti, poi ha cominciato a strizzare l'occhio alla generalista e ha perso la spinta allo scouting puntando più sui personaggi che sui conduttori veri e propri». A proposito di «vivai», oltre a Mtv e alla radio, da cui sono usciti dei personaggi freschi, c'è di più. «Penso ad esempio a Quelli che il calcio, al mondo della Gialappa's o, guardando ancora più indietro, a Non è la Rai: da quei programmi sono usciti artisti di talento, come Maurizio Crozza o Virginia Raffaele, che durano nel tempo», osserva Ilaria Dallatana, ex direttrice di Rai 2 ed ex capo della Magnolia, che da poco ha fondato con Francesca Canetta la casa di produzione Blue Yazmine. «Ma quella tv lì oggi non esiste più, il varietà è scomparso, si punta al massimo su show e speciali. Oggi qualche volto nuovo lo lanciano i programmi sportivi o i talk, raramente le reti digitali».

L'estate della sperimentazione

Ma come se ne esce da questo circolo che rischia di tenere ferma al palo un'intera generazione di talenti? «Tornado ad esempio a immaginare l'estate come una stagione di sperimentazione: da decenni non lo è più, è diventata un far west di repliche. La Rai qualche rischio in più è giusto che se lo prenda – già lo fa, e penso a Rai 3 negli ultimi anni ha lanciato programmi e conduttori nuovi, come Serena Bortone oggi passata su Rai 1 – trasformando i palinsesti estivi in una palestra a basso costo», propone Bernardini.

«Però la questione anagrafica non è tutto. Per me sostituire un veterano alla guida di un format esistente e collaudato con un giovane, è un tentativo kamikaze. Se non si spinge su nuove idee e nuovi programmi, il ricambio generazionale non ci sarà», osserva Claudia Rossi, giornalista e critica tv de Il fatto quotidiano. E allora perché non cercare i nuovi talenti sul web? «Perché il talento vero è una rarità. Spesso quelli sono personaggi perfetti per una clip di due minuti sui social ma completamente inadatti alla tv, dove si rischia l'effetto del pesce fuor d'acqua», aggiunge la Rossi.

Il passo falso delle star del web che non funzionano in tv

Dunque nemmeno il «cotto e mangiato» pescato dal web sembra funzionare in tv. Ma nonostante questo sempre più spesso le reti generaliste puntano sulle social star. «E fanno male, perché pensavo che questi personaggi siano capaci di trasformare la loro popolarità social in ascolti: peccato che parlino a pubblici completamente diversi, abbiano target di riferimento opposti e soprattutto una "grammatica" diversa da quella della tv generalista. Eppure i dirigenti continuano a sbagliare», dice tranchant Davide Maggio.

Qualche volta i social riescono però a essere un palcoscenico sul quale farsi notare e giocare di sponda con la tv. «Penso a Valerio Lundini e al programma Un pezza di Lundini in onda ora su Rai 2 in seconda serata: quella è un'operazione interessante e lui è un giovane di talento», osserva la Dallatana a proposito del comico che riesce a declinare la sua ironia surreale in un programma televisivo, su Instagram e in un teatro off. Ma parliamo di un tv di nicchia, non nazional-popolare. «Lui è solo un esempio ma ce ne sono tanti altri. La "quota gioventù" esiste, la vediamo tutti i giorni quando facciamo i casting ed è molto preziosa per chi fa il mio mestiere. Poi non dimentichiamo che i personaggi oggi seguono una traiettoria diversa: una volta c'erano le Simona Ventura che cominciavano come vallette e arrivavano alla conduzione, adesso quel meccanismo non esiste più perché quella tv lì è un lontano ricordo».

Più che la sperimentazione, vince l'«usato sicuro»

Il ricambio generazionale è poi legato a filo doppio a un altro tema: la longevità estrema dei programmi in tv. Detto in altri termini: sperimentazione, questa sconosciuta. E non centra il Covid, che pure ha costretto tutte le reti a congelare i nuovi progetti, a tagliare i budget e i cachet dei conduttori, e soprattutto a fare i conti con la flessione della raccolta pubblicitaria (meno 22,3%, pari a circa 400 milioni tra un anno e l'altro, dice Il Sole 24 Ore). Ma la "sedimentazione" dei programmi nei punti cardine dei palinsesti è cominciata da molti anni. «È una stagione che parte vent'anni fa con il Grande Fratello e Il milionario, con i grandi formati internazionali che arrivano anche in Italia con una potenza incredibile, show che se ben gestiti possono durare decenni», spiega la Dallatana (una che non ha mai avuto paura di sperimentare, neanche da direttrice, vedi ad esempio il successo de Il collegio).

Insomma, se una cosa funziona, se ne conosci il perimetro produttivo ed economico, è difficile rinunciarvi per puntare su un altro format di cui hai poco chiaro il contorno e il risultato. «Quando un programma arriva robusto e già affermato a livello internazionale, hai una visione completa – ne vedi punti di forza e di debolezza – e spesso ascolti incoraggianti ed è facile che una rete lo scelga. È un po' ciò che è successo con Il cantante mascherato, pochi mesi fa». Soprattutto in una fase di ristrettezza economica, sono tutti ancora più attenti a ridurre i rischi e a puntare su prodotti ultra fidelizzati, come ad esempio I fatti vostri o Striscia la notizia, in onda rispettivamente da 30 e 32 anni. «Del resto la fidelizzazione è importante, in particolare quando si sa bene a che pubblico si sta parlando. Oggi poi nemmeno i più virtuosi hanno tempo - in Rai i direttori durano poco - e voglia di sperimentare con il rischio di finire impallinati dalla critica o dalla politica», aggiunge Bernardini.

Il ruolo delle case di produzione, della critica e dei politici

Secondo il conduttore di Tv Talk, infatti, un ruolo in questa partita lo giocano anche i giornalisti e i critici tv. «Da una parte invocano la sperimentazione ma poi non la sostengono e urlano al flop senza lasciare a un programma il tempo di crescere. E in questa logica s'innesta il ruolo di certi politici che passano il tempo a commentare gli ascolti – cosa che accade solo in Italia - invece di occuparsi di garantire il pluralismo del sistema. Se non si dà a una rete la possibilità di rischiare, il sistema non si sbloccherà mai», osserva Bernardini.

A tutto questo si aggiunge un altro elemento, quello dello strapotere delle case di produzione, diventato ancora più evidente dopo l'acquisizione di Endemol da parte di Banijay, un colosso da 3 miliardi di euro di ricavi e 100 mila ore di contenuti prodotti. «Le case di produzione pompano i format fino a quando sono moribondi ed è evidente che per ammortizzare l'investimento non si lascia spazio alle nuove idee», dice la Rossi. Che aggiunge: «A questo si somma la "casta degli autori", sempre gli stessi, che conoscono benissimo il mezzo ma difficilmente portano nuova linfa ai programmi: così chi cerca la novità scappa su Netflix o le altre piattaforme». E qui si torna alla questione iniziale, quella anagrafica: «Questo è un tema cruciale perché l'età media di chi decide è alta, e io mi metto nella lista. È un lavoro appassionante che si fatica a lasciare, anche perché difficilmente si perde l'entusiasmo», ammette con grande schiettezza la Dallatana.

Il futuro tra incognite e rilancio

Mentre domina la grande linea del risparmiamo – tagliare, tagliare, tagliare! – la tv generalista sembra vivere una crisi colossale e al tempo stesso un paradosso. «L'ascolto è cresciuto durante il Covid, crescita che per altro sembra essersi stabilizzata, ma il crollo degli investimenti non permette di sfruttare al meglio la situazione», sottolinea Bernardini. Per Ilaria Dallatana, però, nel 2021 le cose potrebbero cambiare: «Qualche strappo i broadcaster hanno voglia di farlo, perché fa parte della natura del mercato immettere germogli e perché la strana stasi che abbiamo vissuto fa venire voglia di vedere cose nuove».

«Manca il coraggio si osare, quello che aveva il Berlusconi imprenditore tv. Mancano i soldi per investire massicciamente su un nuovo programma. E mancano i nuovi personaggi interessanti, mentre i conduttori navigati non schiodano», chiosa Maggio. L'attaccamento al mezzo è totale, per questo fanno ridere quando indicano i loro successori: invece di cercare brutte coppie come eredi, dovrebbero sforzarsi di trovare volti nuovi con caratteristiche uniche. E poi anche l'usato sicuro, come un'auto, a un certo punto va rottamato».

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