​L'album del giorno: Peter Gabriel, So
​L'album del giorno: Peter Gabriel, So
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​L'album del giorno: Peter Gabriel, So

Una perfetta fusione di art rock, funk, elettronica e musica africana che, a oltre trent'anni dalla sua uscita, non ha perso un briciolo di freschezza e della sua rilevanza artistica

Si contano sulle dita di una mano gli artisti che vantano una carriera solista allo stesso livello di quella del gruppo nel quale hanno militato nel periodo d'oro del rock. Uno di questi è certamente Peter Gabriel, mente e cuore del periodo migliore dei Genesis, che nel 1986 ha pubblicato il suo quinto album So, universalmente considerato il suo capolavoro, in cui ha parzialmente messo parzialmente da parte le ardite sperimentazione sonore dei primi dischi per un suono più pop, pur di grandissima qualità. "Per un po' di tempo mi ero occupato delle mie sperimentazioni strumentali - ha dichiarato in un'intervista ad "Uncut"- ora volevo scrivere autentiche canzoni pop, anche se alle mie condizioni".

Una perfetta fusione di art rock, funk, elettronica e musica africana che, a oltre trent'anni dalla sua uscita, non ha perso un briciolo di freschezza, né della sua rilevanza artistica. Registrato nello studio domestico della sua casa di campagna nel nordest di Bath, in Somerset, So fu prodotto da Daniel Lanois, già noto per le sue collaborazioni con Brian Eno e per aver prodotto The Unforgettable Fire degli U2. A causa del suo bene noto perfezionismo, l'ex frontman dei Genesis riscrisse numerose volte i testi, di cui non era mai del tutto soddisfatto, così come provò tutte le possibile combinazione degli otto brani nella tracklist, in modo che le canzoni legassero al meglio tra loro. L'inizio dell'album è folgorante, con la batteria di Stewart Copeland dei Police che dà ritmo alla vibrante Red Rain, caratterizzata da una maiuscola prova vocale di Gabriel, che scrisse il testo ispirato dal sogno ricorrente del mare che diventava rosso per il sangue versato dagli uomini, troppo spesso vittime di violenze nel mondo. Atmosfere decisamente più leggere e scanzonate caratterizzano la hit Sledgehammer, accompagnata da uno dei video più belli e famosi di sempre grazie agli effetti speciali del mago della stop motion Nick Park, un funk irresistibile grazie ai fiati di Wayne Jackson dei leggendari Memphis Horns e al suggestivo suono di un flauto bamboo Shakuhachi. Che dire, poi, del magnifico duetto con la voce da usignolo di Kate Bush in Don't give up, commovente dialogo tra un uomo disoccupato e la propria amata durante il governo del primo ministro britannico Margaret Thatcher.

Peter Gabriel - Sledgehammer (HD version) www.youtube.com

La canzone, ispirata dalla famosa fotografia Migrant Mother di Dorothea Lange e costruita sopra un cupo pattern ritmico di tamburi tom-tom che si amalgama con l'inconfondibile basso tridimensionale di Tony Levin, è ancora oggi un impareggiabile balsamo per l'anima per chiunque debba affrontare un periodo difficile. That Voice Again, scritta a quattro mani con David Rhodes, suona quasi un grido di dolore, che esplora come le parole dei genitori che abbiamo interiorizzato nella nostra coscienza possano essere, a seconda dei casi, di grande aiuto o del tutto deleterie. Il lato B di So si apre con un'altra gemma, In your eyes, forse la più bella canzone d'amore composta da Peter Gabriel, impreziosita dall'esotica voce del cantante senegalese Youssou N'Dour: amore che, secondo la tradizione musicale africana, è rivolto sia alla propria partner che a Dio. Di grande suggestione la cupa Mercy Street, basata su una precedente composizione forró che Gabriel aveva registrato a Rio de Janeiro, il cui titolo si riferisce a 45 Mercy Street, un poema pubblicato in un'antologia postuma della poetessa Anne Sexton, di cui Gabriel aveva letto la raccolta di poesie To Bedlam and Part Way Back. Big Time è un coinvolgente brano electro-funk tutto da ballare, anche se il testo cela in realtà una sferzante satira nei confronti dell'edonismo e del consumismo degli anni Ottanta.

L'edizione originale di So si chiudeva con il cupo sperimentalismo di We Do What We're Told (Milgram's 37), un chiaro omaggio al sound dei King Crimson, ispirata a un celebre esperimento sociale condotto dallo psicologo statunitense Stanley Milgram, che coinvolse 37 cittadini che mostravano obbedienza ai dittatori in tempo di guerra. Indimenticabili, dal punto di vista musicale, la batteria di Jerry Marotta e il violino di L.Shankar. L'edizione rimasterizzata dell'album pubblicata nel 2002 si chiude con l' irrequieta e ipnotica This is the Picture (Excellent Birds), composta insieme a Laurie Anderson, che l'aveva già registrato per il suo album Mister Heartbreak nel 1984. In entrambe le versioni, la chitarra è suonata da Nile Rodgers degli Chic. So, certificato cinque volte platino dalla Recording Industry Association of America (RIAA) e tre volte platino British Phonographic Industry (BPI), è una preziosa testimonianza di come, negli anni Ottanta, fosse possibile realizzare un album accessibile e di grande successo commerciale senza mai abdicare alle proprie ambizioni artistiche, con suoni ricercati ed esotici al servizio di importanti tematiche sociali.

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