Fabio Volo
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Volo piace anche al neuroscienziato

Lo scrittore pop ha sedotto Andrea Moro, linguista e amico di Umberto Eco e Noam Chomsky.

Alla fine Andrea mi prende da parte e mi fa: «Perché poi non so se si è capito, ma Fabio ormai è diventato il mio psicoterapeuta». Lo dice orgoglioso e sussurrando, come fanno quelli che hanno trovato un rimedio contro il raffreddore e scoppiano dalla voglia di farlo sapere all’umanità. Nel senso che lo chiama alle 3 di notte, gli racconta il problema e lui risolve? «Parliamo, a volte litighiamo, e dopo che abbiamo litigato stiamo meglio».

Cose da maschi, con una donna non funzionerebbe. Sarà per questo che hanno un rapporto che a vederli sembra così privilegiato che neanche la fidanzata Johanna Hauksdottir... A giudicare dal genuino entusiasmo che sprigiona, Andrea potrebbe essere uno dei centinaia che si sono fatti la coda sotto il Duomo di Milano qualche giorno fa, in occasione di una delle prime tappe del tour di promozione del settimo romanzo di Volo, La strada verso casa (Mondadori, 315 pagine, 18 euro). Che di cognome Andrea faccia Moro, il più famoso neuroscienziato e linguista italiano, indicato come l’erede di Eco (per lui, ovviamente, Umberto), che sia quello che un quarto di secolo fa ha mandato a Noam un suo lavoro da studente e Chomsky gli abbia risposto: «Discutiamolo insieme», che oggi gli articoli specialistici titolino: «Da Noam Chomsky ad Andrea Moro», e che pubblichi per la Adelphi, è un dettaglio. Andrea, che normalmente usa frasi come «Twitter incapsula il periodare in sistemi paratattici» e si occupa dei fondamenti biologici della grammatica, ha invitato al Broletto di Pavia il Volo proprio come di solito invita Chomsky. Lo ha fatto per i suoi studenti della Scuola superiore universitaria, che se ne stanno zitti zitti lì intorno e si capisce che si sentono parecchio fortunati. Il motivo per cui oggi seduto lì c’è Volo invece che il più famoso linguista al mondo è casuale: si sono conosciuti in treno. Lui studiava tedesco, Fabio francese. Dopo un po’ hanno posato i dizionari e Fabio gli ha offerto un caffè al bar del vagone centrale. «Io verso lo zucchero e mescolo, come fa mia madre che consegna il caffè a mio padre già pronto. Solo che poi mi sono anche bevuto il caffè. Eravamo coinvolti in un discorso sul cervello, le scimmie, le cellule... Da lì è nata un’amicizia per cui chiamo Andrea a qualsiasi ora del giorno per chiedere spiegazioni su cose che non capisco».

Il fatto è però che, se un linguista si appassiona ai tuoi romanzi, prima o poi ne fa materia di studio. Sicché ai privilegiati presenti viene impartita una lezione che non solo sdogana Volo dall’etichetta di fenomeno pop commerciale dell’editoria italiana «che piace solo a chi ha meno di quarant’anni» (Moro ne ha 51), ma ne fa una tappa dello studio della letteratura nostrana contemporanea. In breve, secondo Moro La strada verso casa (storia dell’avvicinamento dei due fratelli Marco e Andrea, uno indeciso e in bilico, l’altro precisino e amorfo) contiene tre «trappole a scatto»: nostalgia-fuga, soluzione-rottura, partecipazione-estraneità. «Che si snodano intorno a tre punti centrali: il dolore come forma di conoscenza, il rifiuto dell’infelicità, la libertà non come assenza ma come accettazione di responsabilità. Il risultato è di rendere eroico il quotidiano e aprire al mistero». Mica male per un dj.
La platea è ammirata e Volo non scende di un metro dalle vette. Cita gli stadi della vita di Soren Kierkegaard, la scultura per Michelangelo, intere terzine di Dante a memoria: «Quelli che hanno studiato ti dicono sempre: “L’Inferno è più bello”. Tu gli citi il Paradiso e capisci che non ci sono arrivati col programma. Se hai un dubbio nella vita, c’è sempre un passo della Divina commedia che te lo scioglie. Fate la prova. Io leggo con la matita in mano, sottolineo da sempre e da quando scrivo di più: trasformo e quella frase diventa mia. Solo con il Vangelo, che rileggo ogni quattro o cinque anni perché lui è sempre uguale ma tu no, ho smesso. Mi sembrava di dare un giudizio a Dio: in questo passaggio mi sei piaciuto, qui di meno...».

Non stupisce che Volo rilasci poche interviste, dato che regala tutto nei tour. Compresi i consigli per aspiranti scrittori: «Pensate di raccontare a una persona che vi piace: io ho scelto mia nonna. Ognuno ha il suo metodo. Ken Follett prende appunti per mesi poi un giorno si siede e butta giù tutto. Io ho fatto così solo dopo il Cammino di Santiago, con il mio secondo libro, sennò di solito scrivo per sapere come va a finire. Non c’è niente di male a sentirsi dio-scrittore. Woody Allen si sentiva Ingmar Bergman, io di solito mi sento Fëdor Dostojevski e poi però esce Fabio Volo». Compresa una lezione sull’università italiana: «Qui l’output è minoranza. Se non c’è visione originale, vuol dire che le nozioni hanno soffocato e non nutrito lo studente. E allora lo studio diventa un’arma: se tu non capisci, è un problema tuo, devi morire. E si fanno le loro fondazioni, discutono di cultura... Hai venduto 1.000 libri? Allora ti stai vendendo anche tu, devi venderne cinque». Compreso l’autore come brand: «Quella che vedete in copertina è una mia maglietta su un muro di casa mia. Ho provato anche con le mutande: non funzionava. Mi faccio le copertine fin dal primo romanzo, ché Mondadori ci voleva mettere la mia faccia e ho detto: no, non sono mica un comico che scrive un libro. Uno dice: ma non ci puoi mettere un grafico, il team, la strategia di marketing, che è il loro mestiere? Come no: anche Giorgio Armani vestirebbe meglio mio figlio, però mio figlio voglio vestirlo io». Mica male, per un papà.

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