Tasse

Patrimoniale, un romanzo all'italiana

Si torna a parlare di patrimoniale, una tassa già vista in passato, con esiti tragici soprattutto sul cento medio

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Maurizio Belpietro

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Ogni tanto qualcuno prevede che con questo governo il Paese andrà a sbattere. Ma che cosa significa andare a sbattere? Da ciò che si intuisce vuol dire che presto o tardi l’Italia sarà costretta a una manovra correttiva dei conti pubblici, cioè a una stangata. Premesso che quasi nessun esecutivo del passato si è sottratto al rito della manovra correttiva, in quanto nessun governo ha mai centrato gli obiettivi di bilancio, quello che si lascia intendere ogni qual volta si lancia l’allarme è che alla fine il conto lo pagheranno i contribuenti con le tasse, in particolare con una bella patrimoniale.

Il ceto medio, quello che la crisi non ha ancora impoverito, all’idea di un’imposta sui propri risparmi, cioè sulla casa acquistata con fatica, sui depositi e gli investimenti messi da parte negli anni, è ovviamente terrorizzato. Dunque, più passa il tempo e più guarda con sospetto la strana armata che ha conquistato Palazzo Chigi, non riuscendo a nascondere le proprie preoccupazioni. Naturalmente è comprensibile che diffidi della politica, perché troppe volte la politica ha tradito le promesse e non c’è motivo di ritenere che, messo alle strette dalle esigenze di bilancio, chi ci sta ora non faccia come quelli che ci stavano prima.

Già, perché noi la patrimoniale l’abbiamo già sperimentata nel passato almeno due volte. La prima fu quando Giuliano Amato si ritrovò alla guida del governo di salute pubblica, nel 1992. Una domenica, con un blitz, decretò il prelievo forzoso del 6 per mille sui conti correnti. In pratica, dalla sera alla mattina, tutti si ritrovarono più poveri: sei mila lire ogni milione posseduto. Uno scippo che però non risanò l’Azienda Italia, come si scoprì di lì a breve.

La seconda fu invece quando, con la scusa di raddrizzare i conti, l’Europa ci impose un governo tecnico al posto di quello politico. In Italia naturalmente ci fu chi gli diede manforte, consentendo il blitz. Non ci fosse stato Giorgio Napolitano, uno che si credeva re pur senza avere mai ereditato la corona, non sarebbe successo, ma l’ex burocrate del Pci c’era e organizzò il ribaltone. Risultato, dall’alto della sua cattedra di economia, Mario Monti impose una tassa sulla casa che non solo prosciugò i conti correnti di molti, ma fece anche crollare il mercato immobiliare e più in generale quello dell’edilizia. La stessa cosa successe con le barche e le auto di lusso: se prima in Italia il mercato era fiorente, poi divenne morente. Quella del rettore della «Bocconi» fu una patrimoniale in piena regola, ma a differenza di ciò che si immaginava non fece uscire l’Italia dal tunnel, bensì ce la sprofondò. E a distanza di anni la luce a fine galleria ancora non si intravede.

Beh allora, osserverà qualcuno, a maggior ragione il ceto medio dovrebbe essere terrorizzato, perché se la prima patrimoniale è riuscita ad affossarci, la seconda ci potrebbe dare il colpo di grazia. Vero, il pericolo esiste e dunque è comprensibile la tremarella. Però bisogna anche riflettere. Chi oggi insiste per la stangata sui risparmi sta a sinistra. È Maurizio Landini, il segretario della Cgil, che da sempre predica la tosatura dei ricchi, che poi per lui sarebbero tutti quelli che non sono alla canna del gas. E in fondo qualche bella imposta sul patrimonio non dispiace ad altri compagni, anche se al momento preferiscono non parlarne. Del resto, le teste d’uovo che sussurrano ai vertici progressisti non fanno che discutere di ciò. Basta prendere Lavoce.info, il sito delle migliori intelligenze economiche della sinistra (è coordinato dall’ex presidente dell’Inps Tito Boeri). Di recente è apparso uno studio a opera di due docenti, Elena Granaglia e Salvatore Morelli, in cui, sotto il titolo Diamo un’eredità a tutti i giovani si spiega l’utilità di una patrimoniale.

Siccome gli italiani sono tra i cittadini più ricchi del mondo, perché il loro patrimonio netto, composto da proprietà immobiliari e finanziarie, è pari a 143 mila euro, cioè 60 volte il debito pubblico, secondo loro basterebbe dare una bella limata e il problema sarebbe risolto. Il ragionamento non fa una grinza. Siccome i soldi ci sono, è il succo, andiamoli a prendere là dove si trovano. E dato che la ricchezza netta personale detenuta dall’1 per cento della popolazione è cresciuta negli ultimi vent’anni, così come sono aumentati i valori delle eredità, passati da 200 a 300 mila euro, zac: si taglia. Un’imposta successoria, cioè una tassa sull’eredità, da applicarsi con tre scaglioni che vadano dal 5 al 50 per cento sarebbe l’ideale secondo i professori e consentirebbe di realizzare un gettito fra 1,4 e 5,2 miliardi. Mica male, no? E che cosa si potrebbe fare con tutti questi soldi?

Secondo i docenti si potrebbe dare nientepopodimeno che un’eredità universale a tutti i diciottenni. L’ipotesi è di distribuire 15 mila euro a 590 mila giovani, per accompagnarli nell’età adulta. Ecco, dunque, a cosa dovrebbe servire la patrimoniale. Non a raddrizzare la barca, ma a distribuire un po’ di soldi. Ed è un’idea di sinistra. Ah, dimenticavo. I professori ricordano che una proposta simile all’eredità universale è stata presentata di recente da un gruppo di parlamentari del Pd. Il ceto medio è avvisato.

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