Cosa ci dice (e non ci dice) il crollo del Dow Jones

Secondo l'economista Krugman il crollo delle borse non è prodromico a una nuova crisi economica e finanziaria. Ma attenzione alle scelte di Trump

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La sala delle contrattazioni a Wall Street – Credits: Astrid Stawiarz/Getty Images

Claudia Astarita

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Il flash crash di lunedì si è trasformato nella peggior seduta per la Borsa americana dall'agosto 2011. Un tracollo repentino ha investito il Dow Jones, che in una manciata di minuti ha perso oltre il 6 per cento del suo valore, per poi chiudere comunque a -4,6 per cento, e si è temuto il peggio quanto lo stesso crollo ha colpito il Nasdaq, che ha a sua volta chiuso la giornata a -3,78 per cento.

Gli effetti del flash crash sulle borse mondiali

Il flash crash americano ha innescato ribassi a catena un po' su tutte le piazze internazionali. -4,37% per il Nikkei di Tokyo, -4,53 per l'Hang Seng di Hong Kong, -3,35 a Shanghai e -4,95 a Taiwan. Non è andata meglio in Europa, dove Milano ha registrato un calo del 2,55 per cento, Londra del 3%, Francoforte del 3,13% e Parigi del 3,43%.

Cosa è successo

Come è possibile giustificare il flash crash se fino a ieri tutto andava a gonfie vele? La frenesia delle borse di tutto il mondo era legata a una percezione di benessere diffusa: le previsioni descrivono il 2018 come un anno di grande crescita un po' in tutto il mondo, sostengono che l'inflazione rimarrà sotto controllo, e che proprio grazie alla bassa inflazione le banche potranno permettersi di ridurre, lentamente, gli stimoli monetari utilizzati per traghettare i mercati fuori dalla crisi. In un contesto così favorevole, è stato previsto che utili e profitti delle aziende ricominceranno a crescere in maniera sostenuta.

Lo spettro dell'inflazione

Poi, all'improvviso, questo scenario apparentemente troppo positivo ha iniziato ad essere messo in dubbio da timori di vario tipo: una crescita eccessiva dei salari che potrebbe portare a un rialzo eccessivo dell'inflazione, che ha sua volta potrebbe indurre le banche a ritirare gli stimoli più in fretta rispetto a quanto pianificato. L'annuncio che la Federal Reserve americana potrebbe alzare i tassi di interesse più di tre volte nel 2018 e le delusioni negli utili di alcune grande aziende americane hanno fatto il resto: così l'ottimismo diffuso è magicamente svanito, i mercati sono stati presi in contropiede, e i valori sono scesi. Anche perché in automatico sono scattate anche le vendite gestite dagli algoritmi, che da sole regolano il 66 per cento degli scambi sulle Borse mondiali.

Il legame tra economia e finanza

Come ha ricordato saggiamente Paul Krugman dalle colonne del New York Times, le borse non sono l'economia. E non necessariamente un tracollo sui mercati azionari va letto come prodromico a una crisi economica. Anzi, ci sono stati casi in cui a un crollo improvviso delle borse è seguita una fase di crescita sostenuta dall'economia, e casi in cui i valori dei mercati finanziari si sono abbassati per effetto di una sensazione di panico che si è poi concretizzata in maniera autonoma e automatica, portando gli operatori a vendere solo perché altri stavano facendo la stessa cosa. Un po' come l'effetto domino che in poche ore ha contagiato le borse di tutto il mondo.

Come interpretare il crollo di Wall Street

Secondo Krugman il modo migliore per reagire e trarre qualche vantaggio dall'ondata di panico che ha investito i mercati è capire non tanto cosa l'ha innescata, ma cosa l'ha resa possibile. Il primo elemento è certamente legato a una stima eccessiva della crescita americana: Donald Trump parla con orgoglio di 3 per cento, ma difficilmente si andrà oltre l'1,5, che è comunque un buon risultato. Altro elemento da considerare è il valore gonfiato di alcuni titoli, e in particolare quelli più rischiosi. 

Il "problema" dei salari

Le borse sono crollate anche per il panico generato del timore che salari più alti potessero generare maggiore inflazione. Eppure, ricorda Krugman, che il livello medio degli stipendi si stia progressivamente alzando è una buona notizia. Anzi, ottima visto che, dati alla mano, l'impressione generale è che non solo l'economia americana stia ritornando ai livelli di piena occupazione, ma che la fiducia dei lavoratori sia aumentata vista la più elevata propensione degli stessi a lasciare il proprio impiego. Scelta che, in un contesto in cui trovarne un altro è difficile, sarebbe fuori discussione. Ma visto che non è così, gli americani non hanno più paura di rimettersi in gioco per cercare qualcosa di meglio. 

Il nodo della produttività

Attenzione però: se le opportunità negli Stati Uniti non mancano, vuol dire che, in un contesto che si avvicina alla piena occupazione, la crescita non potrà più essere trainata dall'impiego di chi, dopo la crisi finanziaria, era rimasto fuori dal mercato del lavoro. Il che vuol dire che, per andare avanti, l'America dovrà fare qualcosa per rilanciare la produttività della forza lavoro. Visto che fino ad oggi le misure adottate per rilanciare la capacità produttiva dei singoli sono state piuttosto deludenti, la stima di crescita complessiva non può che rimanere più bassa rispetto a quella annunciata dal Presidente.

Il futuro degli Stati Uniti

In generale, il futuro degli Stati Uniti per Paul Krugman non è affatto negativo. Certo, conclude nel suo editoriale uno degli economisti più bravi d'America, il prezzo delle azioni resta tendenzialmente alto, ma ancora gestibile da parte di un'amministrazione responsabile e in grado di individuare rapidamente le misure giuste per evitare lo scoppio di una nuova crisi. Il vero problema è che, per Krugman, l'amministrazione attuale non è ne' responsabile ne' preparata, ed è solo per questo che l'America potrebbe finire col ritrovarsi in difficoltà.

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