Vino cinese di qualità: la nuova scommessa di Pechino

La Cina vuole diventare una grande potenza vinicola e il Partito spalanca le porte a chi vuole sostenerla in questa missione

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Un vigneto nella regione Ningxia – Credits: GOH CHAI HIN/AFP/Getty Images

Claudia Astarita

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La Cina ha deciso di trasformarsi (anche) in una potenza vinicola. E in particolare pare sempre più interessata a fare in modo che le bottiglie cinesi riescano a posizionarsi sui mercati internazionali come vini pregiati, non come bottiglie di bassissimo livello vendibili solo nei discount.

Vigneti strategici

Il Partito comunista cinese è convinto che investimenti massicci in vigneti possano radicalmente trasformare le campagne del paese. Il piano governativo è molto chiaro: oltre ad essere un tipo di coltivazione mediamente molto produttiva, i vigneti possono contribuire alla crescita in molto modi: permettendo alla Cina di vendere vini di buona qualità (incrementando quindi non solo le quote di esportazioni ma anche il prestigio del paese), di aumentare l'offerta sul mercato interno, dove la domanda di vino è in aumento, e di giustificare nuovi investimenti infrastrutturali in aree che, proprio grazie ai vigneti, possono essere trasformate in destinazioni turistiche facilmente accessibili. Infine, le nuove "strade del vino" cinese inevitabilmente porteranno nuovo benessere nelle aree rurali che attraverseranno.

Il consumo di vino in Cina

Pochi sanno che la domanda di vino sul mercato cinese è aumentata niente meno che del 2600 per cento tra il 2000 e il 2011. Un incremento enorme, che ha portato il mercato ad assestarsi poco al di sotto dei 22 miliardi di dollari di valore, e che è destinato a crescere ancora moltissimo visto che il consumo di vino pro capite è ancora ben al di sotto dei due litri a persona (nulla confronto ai quais 50 della Francia). Del resto, in Cina il vino resta un bene di consumo di nicchia.

A rafforzare la posizione del vino è intervenuta una campagna mediatica sostenuta dal Partito che sta cercando di far passare il consumo di vino come naturale, sano e virtuoso e quello di baijiu, un liquore molto economico a base di riso, come pericoloso e immorale. E' dagli anni '90 che il Partito cerca di trovare un modo per evitare che miliardi di chili di riso vengano "sprecati" per produrre alcolici anziché per sfamare la popolazione. Meglio in vino quindi, anche sul piano della lotta alla povertà.  

Pechino si è resa conto da tempo delle potenzialità del settore nel paese, tant'è che è già diventata il settimo produttore di vino su scala mondiale, seconda solo alla Spagna per la quantità di terreni occupati da vigneti. Le regioni specializzate in vino sono almeno una dozzina, ma per il Partito sembra essere arrivato il momento di fare un salto di qualità.

Vino cinese: un'opportunità per tanti

Che la Cina sia destinata a guadagnare tantissimo dalla filiera del vino è vero, ma quello che forse non è chiaro e quanto la nuova strategia del Partito comunista possa offrire ottime opportunità a chi il settore lo conosce bene, italiani in testa. Laddove il know how non esiste o non è ancora di un livello sufficientemente elevato, infatti, la Cina ha sempre cercato di importarlo dall'estero. Ecco perché l'Italia dovrebbe cercare di trovare il modo per riuscire, prima di altri, ad affiancare la Repubblica popolare in questa sua nuova avventura.

Il caso Ningxia

Ninxia è una regione che si trova nel nord della Cina, al confine con la Mongolia Interna. In pochi anni è diventata il fiore all'occhiello dell'industria vinicola del Regno di Mezzo. Il motivo? Un gruppo di consulenti europei ingaggiati dal Governo cinese l'ha indicata come la zona con le condizioni migliori per far prosperare i vigneti, grazie al suo clima continentale, altitudine media, terreno roccioso e sabbioso, e aria secca. Oggi nella regione di Ningxia si concentrano centinaia di aziende vinicole che producono prevalentemente bottiglie di Cabernet Sauvignon e Chardonnay. E a sentire il noto sommelier inglese Jancis Robinson sarebbero quasi al livello dei vini francesi, quindi già molto migliori di quelli californiani.

Un business pubblico e privato

Anche se le prime aziende agricole erano tutte statali, oggi sono sempre più i privati che decidono di investire nella filiera, puntando su appezzamenti più piccoli ed etichette di qualità. Aprendo ancora più opportunità per gli stranieri e in particolare per l'Italia. "Il livello di conoscenza di tutto quello che riguarda il mondo del vino in Cina è così basso che chiunque abbia un po' di dimestichezza nel settore può dare una mano", ha commentato un addetto ai lavori nel corso di un'intervista con il New Yorker. Figuriamoci gli esperti.

Un vino di qualità non può essere improvvisato, ed è su questo che la Cina deve puntare, visto che tutti i distretti che hanno trascurato questo aspetto sono di fatto falliti. Tanti giovani sono stati spediti in Europa a studiare enologia, ma per diversi anni le porte per gli addetti ai lavori del Vecchio Continente e non solo continueranno a rimanere spalancate.  

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